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lunedì 10 novembre 2014

Il becco: ad ognuno il suo…

1_Beccaccino (3)

Poco più di un mese fa, in un piccolo stagno presso la Riserva Naturale del Pian di Spagna (CO), scruto con il mio cannocchiale un beccaccino (Gallinago gallinago) e mentre lo osservo penso: “Ma questo becco lunghissimo non gli sarà di impedimento?” Ecco però che subito il beccaccino si mette alla ricerca di cibo e tutti i miei banali pensieri svaniscono nell’osservare quanto questo becco gli sia utile per cercare il cibo. Da qui viene la mia idea di scrivere questo post dedicato proprio alla funzione del becco negli uccelli.

Beccaccino, settembre, Pian di Spagna (CO).

Il becco (latino bēccus) è una “guaina” cornea composta da cheratina (detta anche ranfoteca dal greco rhámphos, becco adunco+thekē, custodia) che ricopre le mascelle degli uccelli. Questa struttura anatomica degli uccelli è priva di denti ed è usata, oltre che per mangiare, per pulire le penne, per manipolare oggetti, per uccidere le prede, per ricercare il cibo, per nutrire i piccoli ed 2_Mestolone (24)interviene, in alcuni casi, anche nel corteggiamento. La forma e la robustezza del becco varia in rapporto alla natura degli alimenti ma anche alle modalità di assunzione del cibo. Specie appartenenti alla stessa famiglia possono avere becchi molto diversi: ad esempio nella famiglia degli anatidi, il mestolone (Anas clypeata) ha il becco a forma di grosso cucchiaio ed è dotato di una serie di dentelli trasversali utili a filtrare l’acqua e trattenere il cibo.

 

Mestolone, Provincia di Como.

 

Lo smergo maggiore (Mergus merganser) invece ha il becco stretto, uncinato all'apice e con i margini affilati, utile per trattenere le prede viscide come i pesci.

3_Smergo maggiore (1)

3_Smergo maggiore (22)

 

 

 

 

 

 

 

Smergo maggiore, Provincia di Lecco.

Restando sempre nella stessa famiglia, troviamo l’edredone (Somateria mollissima) il cui becco è massiccio ed utile a spezzare i gusci dei molluschi di cui si nutre.

4_Edredone (15)

Edredone, Provincia di Lecco.

E’ tuttavia interessante notare che, se come abbiamo visto individui appartenenti ad un'unica famiglia possono avere becchi molto diversi tra loro, esistono specie appartenenti ad ordine e famiglie diverse, come i rapaci diurni (ordine Accipitridi) e i rapaci notturni (ordine Strigidi) che, nonostante la lontana parentela, hanno becchi pressoché simili dalla forma adunca con margini affilati adatti a uccidere le prede e a strapparne la carne. Questo è dovuto alla “convergenza adattativa”: fenomeno per cui specie diverse si evolvono sviluppando “soluzioni tecniche” simili per adattarsi all’ambiente o al regime alimentare.

5_Gipeto (45)

 

Gipeto (Gypaetus barbatus), Austria.

 

6__Civetta capogrosso 7046

 

 

 

 

 

 

Civetta capogrosso (Aegolius funereus), Austria.

 

La struttura dei becchi varia notevolmente: da super resistenti, come quello dei picchi, veri scalpelli utili a scavare il legno per la ricerca di larve o per costruire il nido…7_Picchio rosso mag (17)

 

 

Picchio rosso maggiore
(Dendrocopos major)
Provincia di Como.

 

 

 


 

 

… a quelli corti e fragili del Succiacapre (Caprimulgus europaeus), estremamente corti ma molto larghi per poter catturare insetti, durante il volo notturno, grandi come le falene.

8_Succiacapre (1)

 

 

 

 

 

 

 

Succiacapre, Provincia di Bergamo.

 

 

Variabilissima è inoltre la forma dei becchi nei piccoli uccelli insettivori. Becchi sottili e adatti a essere introdotti nelle crepe degli alberi o del terreno, come ad esempio, quello del Rampichino alpestre (Certhia familiaris) o del Picchio muraiolo (Tichodroma muraria).

9_Rampichino alpestre (26)

Rampichino alpestre, Provincia di Lecco.

 

Picchio muraiolo, Provincia di Como.

10_Picchio muraiolo (37)

 

 

 

 

 

 

 

 

Inoltre, poiché la dieta varia in funzione alle disponibilità alimentari, anche la struttura del becco varia e si irrobustisce per sfruttare risorse vegetali nei periodi invernali ma nel contempo si assottiglia per catturare insetti. Le cince sono un ottimo esempio di questa particolarità.

11_Cincia alpestre (5)

Cincia alpestre (Poecile montanus), mentre batte con forza il tegumento di un seme per mangiarne il contenuto.

Sempre tra i piccoli passeriformi granivori troviamo adattamenti di becco straordinari. Ad esempio il crociere (Loxia curvirostra) ha le estremità del becco incrociate per poter agevolmente allargare le brattee delle pigne delle conifere ed estrarre i semi.

11_Crociere (17)11_Crociere (40)

 

 

 

 

 

 

 


Crociere, Provincia di Sondrio.

Altrettanto interessante è il becco del Frosone (Coccothraustes coccothraustes) che è simile ad una potente “cesoia” utile a spezzare i duri semi di cui si nutre (come ad esempio i noccioli di ciliegia).

12_Frosone (16)

 

 

 

 

 

 

 

 

Frosone, Austria.

 

 

 


 

Nei grossi trampolieri l’evoluzione si è poi sbizzarrita: il Fenicottero (Phoenicopterus roseus) si procura il cibo camminando lentamente con la testa immersa in acqua setacciando il fondale con il becco ricurvo dotato di micro lamelle che filtrano l’acqua trattenendo i piccoli microrganismi mentre l’acqua viene espulsa con la pressione della lingua.

13_Fenicottero (46)13_Fenicottero (47)

 

 

 

 

 

 

 

Fenicottero, Provincia di Ferrara.

Non meno bizzarro è il becco della Spatola (Platalea leucorodia) la cui forma ha dato il nome volgare a questo uccello.14_Spatola (44)

 

 

 

 

Spatola
Provincia di Gorizia.

 

 

 

 

 

 

Simile ad una fiocina per catturare le prede è il becco dell’Airone cenerino (Ardea cinerea) e della Cicogna bianca (Ciconia ciconia). Quest’ultima, oltre che strumento di cattura delle prede, utilizza il becco nei rituali di corteggiamento.

14_Airone cenerino (11)

 

 

Airone cenerino, Provincia di Como.

16_Cicogna bianca (63)

 

 

 

 

 

 

Cicogna bianca, Spagna.

 

Particolare è il becco del Pellicano (Pelecanus onocrotalus) contraddistinto dal caratteristico e profondo sacco golare posto sotto il becco lungo e largo, utilissimo durante la pesca quando cioè questi uccelli sbattono fragorosamente le ali e con il becco immerso in acqua catturano i pesci in fuga trattenendoli appunto nel “sacco”. Prima di ingerire il nutrimento, il pellicano elimina l'acqua che penetra nella sacca insieme al cibo, facendola uscire da una fessura.

16_Pellicano (1)

Pellicano, Museo di Storia Naturale - Civico Museo di Storia naturale, Lecco.

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Nel mondo degli uccelli troviamo forme arcuate: all’ingiù come nel Chiurlo, nel Mignattaio e nell’Ibis…

17_Ibis sacro (33)

 

Ibis sacro
(Threskiornis aethiopicus)
Provincia di Pavia.

 

 

 

 

 

 

… all’insù come nell’Avocetta…

18_Avocetta (19)

 

 

 

 

Avocetta
(Recurvirostra avosetta)
Provincia di Ferrara.

 

 

 

 

… e di lato come nel Beccostorto (Anarhynchus frontalis), caradriforme endemico della Nuova Zelanda, unica specie al mondo ad avere questo becco piegato a destra.

19-Wrybill19-wrybillibis

 

 

 

 

 

 

Beccostorto
 
Walter Lawry Buller,
A History of the Birds of New Zealand, 1888

 

E cosa dire degli uccelli che si nutrono di nettare come i colibrì? I loro becchi sono di tutte le forme: sottili, lunghi, molto lunghi e ricurvi, estremamente specializzati per penetrare nei fiori.

20_Haeckel_Trochilidae

 

Colibrì.
Disegno di Ernst Haeckel
(LINK –wikimedia)

 

 

Colibrì becco a spada
Ensifera ensifera
(LINK wikimedia)

20_Ensifera_ensifera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In definitiva possiamo affermare che dalla forma del becco di un uccello si può capire quale sia l’alimento di cui esso si nutre in prevalenza e che di forme di becchi nel mondo alato ce ne sono tantissime (come riporta il titolo di questo post).

 


Il becco nell’evoluzione(1)

Per ricostruire la comparsa e l’evoluzione del becco degli uccelli, straordinaria struttura legata alle loro abitudini alimentari, dobbiamo ricordare come negli ultimi decenni i paleontologi abbiano fatto un’affermazione sorprendente: gli uccelli sono dinosauri a tutti gli effetti, i soli sopravvissuti all’estinzione, al punto di essere oggi collocati insieme con quelli in un unico superordine Dinosauria, nel cui ambito vengono contraddistinti con la qualifica di “dinosauri aviani” (dal latino avis = uccello). 

I più antichi dinosauri sinora conosciuti vissero agli inizi del Triassico superiore, intorno ai 228 milioni di anni fa; tra la sterminata varietà che questo gruppo produsse nell’arco del suo lunghissimo predominio sul pianeta erano presenti già in quell’epoca i primi Teropodi, i quali non sono nient’altro che i dinosauri carnivori (come i ben noti Tyrannosaurus e Velociraptor).

Alcune importanti caratteristiche dei teropodi sono passate pari pari ai loro discendenti uccelli. A parte la riproduzione tramite uova, tipica di tutti i rettili, quei dinosauri erano bipedi, avevano le zampe posteriori dotate di tre dita e le due clavicole fuse insieme a costituire la cosiddetta fùrcula (forcella); le ossa erano cave e un buon numero di specie erano già coperte di piume. Poiché alcuni teropodi erano addirittura dotati di quello che si può considerare un becco primitivo, attualmente diverse équipe di studiosi stanno cercando di rispondere a varie domande su questa struttura: quando comparvero i primi becchi? Quale era la loro funzione? Perché si sono evoluti?    In proposito è recentissima la pubblicazione delle ricerche di un gruppo di scienziati dell’Università di Bristol. (LINK articolo) 

Sinora, negli uccelli la regressione dei denti e la comparsa del becco erano interpretati come una risposta alla necessità di perdere peso in funzione del volo; tuttavia, becchi ricoperti di cheratina (ranfoteche) ed edentulazione (perdita dei denti) erano presenti in alcuni teropodi non aviani, cioè dinosauri non volatori, già all’inizio del Cretaceo, intorno ai 140 milioni di anni fa. Al riguardo si ricordi che l’ Archaeopteryx, (LINK post di Libereali) vissuto una decina di milioni d’anni prima (nel Giurassico superiore) e considerato uno dei più antichi antenati degli uccelli, era ancora provvisto di denti.

Lo studio di un particolare Teropode scoperto in Mongolia (Erlikosa21-erlikosaurus-articleurus andrewsi, appartenente allo strano gruppo dei Terizinosauri, dotati di un’insolita mescolanza di caratteri) e la realizzazione di un modello digitale del suo cranio hanno permesso di ipotizzare che il becco avrebbe avuto un’importante funzione nell’aumentarne la stabilità e la resistenza agli stress meccanici mentre l’animale si nutriva, rappresentando un’importante innovazione evolutiva ai fini del differente tipo di alimentazione, che da carnivoro andava trasformandosi in vegetariano.

Un’immagine della ricostruzione
digitale del cranio di
Erlikosaurus
.
(LINK articolo e credito fotografico)

 

 


Il becco per venire al mondo(2)

All’interno dell’uovo, alcuni giorni prima della nascita, nell’embrione, si differenziano due strutture temporanee che aiuteranno il nidiaceo(3) o il pulcino(4) a liberarsi dal guscio. Una spunta dalla parte superiore del becco ed è una protuberanza dura chiamata “diamante” o “dente dell’uovo”; l’altra, un muscolo superficiale e relativamente sviluppato posizionato dietro il collo, chiamato “ complexus”. Con la prima struttura l’embrione taglia la sottile membrana ricoprente la parte interna del guscio per rompere il guscio stesso; con la seconda struttura, riceve la forza necessaria per far sì che il “diamante” rompa il guscio al momento della schiusa. All’interno dell’uovo, l’embrione occupa la tipica posizione di riposo sulla schiena o sul lato sinistro con la testa appoggiata sul petto e il becco completamente sotto l’ala destra. Non può muoversi liberamente. Quando si dilata la testa è spinta in avanti mentre quando si contrae la testa torna indietro. Nonostante ciò, secondo la specie, si verificano due modi di schiusa. In alcune specie, l’embrione, con i movimenti della testa preme il “diamante” contro la parete interna dell’uovo provocando non solo l’incrinatura del guscio ma anche uno spostamento rotativo di se stesso intorno all’asse longitudinale, e muovendosi lungo un parallelo, produce una serie di forellini. Quando questi forellini hanno determinato un cerchio, a seguito del movimento dell’embrione, l’uovo si spacca in due parti. 22_uovo

In altre specie, invece, l’embrione provoca la rottura del guscio in diagonale con movimenti della testa da destra verso sinistra verso l’estremità più larga dell’uovo esercitando una pressione sul guscio, ormai incrinato, e dividendolo così in due parti.

 

Un pulcino ha appena rotto il guscio e si può notare molto bene il “diamante”.
Credito fotografico: CC BY 3.0
MTSOfan

 

 

 


Il becco nel corteggiamento

Diverse sono le specie che, durante i rituali amorosi, utilizzano il becco come strumento di scambi affettuosi. Inoltre anche il colore del becco risulta essere importante. In un articolo (LINK) apparso su “Le Scienze” si afferma che i colori vivaci e accesi dei becchi degli uccelli maschi dimostrerebbero la prova di un sistema immunitario in perfetta salute.
Per questo motivo un becco dal colore vivace e intenso è una caratteristica importante per una femmina da osservare: così facendo si selezionano i maschi più in salute. Pertanto oltre al canto e allo sfoggiare di piumaggi vistosi (vedi la coda del Pavone) oggi sappiamo che anche il becco ha un suo ruolo nella vita di coppia degli uccelli.

23_Passera d'Italia (5)

23_Passera d'Italia (1)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In molti uccelli la colorazione del becco varia durante i vari periodi dell’anno. Ad esempio, nel passero d’Italia (Passer italiae), il colore del becco passa dal nero lucente del periodo riproduttivo al giallo pallido in inverno.

 


Il becco e la migrazione.

Recentemente su Libereali si è parlato del straordinario viaggio migratorio del Culbianco (LINK), che per fare un tale percorso transcontinentale necessita di una straordinaria capacità di orientamento, di una mappa e bussola interna, per poter ritornare ogni anno nel medesimo luogo. Gli uccelli traggono questi dati dal campo magnetico terrestre. Un gruppo di ricercatori ha stabilito che alcune specie di uccelli abbiano questa “bussola” proprio nel becco (LINK articolo).

24_Cannaiola (8)Secondo la ricerca, nei becchi di alcune specie di volatili che compiono migrazioni – come per esempio nella cannaiola comune, Acrocephalus scirpaceus – sono presenti dei magnetorecettori, che tramite il nervo trigemino passano al cervello le informazioni sull’asse terrestre.

 

 

 

Cannaiola comune
Provincia di Lecco.

 

 


Il becco come termoregolatore.

Il becco è composto da una mandibola superiore ed una inferiore, entrambe fatte di osso ricoperto da cheratina. Tra quest’ultima e l’osso vi è una rete vascolare che contiene le terminazione nervose. Recenti studi hanno attribuito a questa vascolarizzazione la funzione di termoregolazione. Il tucano toco (Ramphastos toco) è la specie che possiede il becco più grosso in relazione alla taglia corporea tra tutti gli uccelli del mondo (tra il 30 e il 50% della superficie dell'intero corpo) e risulta quindi un ottimo candidato per la dispersione del calore. Tra le varie ipotesi sul perché questo uccello abbia un becco così grande sembra vi sia anche quella della dispersione del calore. Questa ipotesi è supportata da uno studio apparso sulla rivista “Le Scienze” (LINK articolo) dove 25_Ramphastos toco (1)avvalendosi di uno scanner termico a raggi infrarossi, un gruppo di ricercatori ha stabilito che questa specie è in grado di regolare la temperatura corporea variando il flusso sanguigno verso il becco, che sembra essere deputato alla liberazione del calore in eccesso. In particolare, come avviene in altre specie che non sono in grado di controllare la propria temperatura mediante sudorazione ma che presentano specifiche strutture deputate alla regolazione di questa (si pensi alle orecchie degli elefanti), più sangue viene irradiato verso il becco più calore viene liberato nell'ambiente circostante.

Tucano toco
Civico Museo di Storia naturale, Lecco.

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Un articolo pubblicato sulla rivista The American Naturalist, sostiene che la dimensione del becco sembri essere fortemente legata alle necessità di dispersione del calore. Confrontando 214 specie di uccelli appartenenti a diverse famiglie si è stabilito che la lunghezza del becco (in relazione alla taglia corporea) sia strettamente correlata alla latitudine, all'altitudine e alla temperatura media in cui questi animali vivono. In particolare, si assiste ad una riduzione della taglia del becco all'aumentare dell’altitudine e della latitudine e, più in generale, alla diminuzione della temperatura.

 


Per concludere, vorrei riportare qui di seguito alcune tipiche espressioni su questo particolare apparato degli uccelli che è entrato a pieno titolo nel linguaggio comune. Questi modi dire sono tratti da “Il Dizionario dei Modi di Dire” Hoepli Editore.

Aprire il becco
Parlare, esprimere un parere, dire la propria opinione, usato soprattutto quando tale intervento viene considerato sgradito o inopportuno.

Bagnarsi il becco
Dissetarsi, soprattutto con vino o liquori, che in genere si gustano a piccoli sorsi.
Viene dall'osservazione degli uccelli, che bevono un sorso alla volta come intingendo il becco nell'acqua.

Dar di becco
Cominciare a mangiare, o mangiare con appetito o voracità. In senso lato, cominciare a intaccare, a erodere qualcosa, in particolare un patrimonio.

Altro significato.: criticare aspramente, malignamente e con continuità, come se si attaccasse qualcuno a colpi di becco.

Drizzare il becco agli sparvieri
Fare una cosa completamente inutile e insensata.

Ecco fatto il becco all'oca!
Esclamazione: si usa dopo aver concluso un lavoro, un'operazione o simili.
È la prima parte del detto che continua con “e la coda all'elefante”;

Mettere il becco a mollo
Bere alcolici in misura eccessiva.

Mettere il becco in qualcosa
Intromettersi in faccende altrui, intervenire indebitamente.
Metter becco; metterci il becco; non metter becco

Non aprir becco
Astenersi dall'intervenire in una questione qualsiasi. Anche non rispondere o non reagire; oppure tacere, non rivelare quello che si sa, mantenere un segreto.

Restare a becco asciutto
Letteralmente, rimanere senza mangiare o bere. In senso figurato rimanere delusi, non ottenere quanto si contava di avere; restare senza niente.
Restare a bocca asciutta

Tenere il becco chiuso
Tacere, non rivelare quello che si sa.
Tener la bocca chiusa


(1) Contributo di Giancarlo Colombo.

(2) Da: Gli uccelli e i loro nidi. A. Masi.

(3) Nidicolo: uccello che alla nascita è incapace di volare e che rimane per un certo periodo nel nido nutrito dai genitori.

(4) Nidifugo: uccello che esce dall'uovo già completamente sviluppato e atto al volo.

giovedì 25 ottobre 2012

Migrazione: ma quanti tipi ce ne sono?

Proseguendo la chiacchierata sulla migrazione possiamo aggiungere che solitamente con il termine “migrazione” intendiamo il movimento regolare tra le aree riproduttive e non-riproduttive. In realtà esistono diversi tipi di migrazioni.

Pian di Spagna (CO), ottobre, stormo di Allodole in migrazione.

migrazione vera e propria: con questo termine si intendono i movimenti pendolari regolari effettuati tutti gli anni più o meno nello stesso periodo, solitamente per destinazioni specifiche. Normalmente questo tipo di migrazione implica movimenti massivi di individui tra le aree di nidificazione e di svernamento, con un passaggio da latitudini maggiori (nidificazione) a quelle minori (svernamento). Questo gruppo di migratori lo possiamo suddividere in due grandi gruppi:
migratori a breve raggio (o su breve distanza), i quali effettuano principalmente movimenti all’interno di un unico continente e, nel sistema migratorio Paleartico-Africano, vengono chiamati “intrapaleartici”.
migratori a lungo raggio (o su lunga distanza), i quali si spostano general­mente tra diversi continenti effettuando viaggi più lunghi che comprendono l’attraversamento di tratti di mare.

Prendiamo per esempio due specie filogeneticamente molto affini tra loro: il Luì grosso e il Luì piccolo, questi due piccoli Silvidi mostrano un comportamento migratorio differente. Il Luì grosso è un migratore a lunga distan­za, o trans-sahariano, mentre il Luì piccolo migratore a media distanza, o intrapaleartico.

Luì piccolo Phylloscopus collybita

Luì piccolo, ottobre, Pian di Spagna (CO).

Durante il periodo riproduttivo (da Aprile a Luglio), l’Europa occidentale (compresa l’Italia), costituisce l’areale del Luì piccolo Phylloscopus collybita. Durante il periodo post-riproduttivo (da Settembre a Marzo), parte dei Luì piccoli dell’Europa centrale (collybita) si comportano come migratori a corto raggio, svernando nelle aree di nidificazione o poco più a sud, in habitat mediterraneo.


Migrazione del Luì piccolo.

Luì grosso Phylloscopus trochilus

Luì grosso, settembre, Lago di Pusiano (CO).


Il Luì grosso Phylloscopus trochilus, al contrario, è presente in Italia solo nel periodo migratorio mentre  è diffuso in tutta l’Europa centro-settentrionale (principalmente a nord di Pirenei, Alpi e Balcani) ed in Siberia. Questo piccolo passeriforme si comporta da vero migratore instancabile, arrivando a svernare lungo le coste del Golfo di Guinea, in Ghana e Nigeria, o addirittura fino al Sud-Africa.


Migrazione del Luì grosso.


Ma esistono diversi gradi intermedi di “migrazione”:
movimenti quotidiani: con questo termine sono considerati tutti quei movimenti che generalmente (ma non necessariamente) sono brevi e localizzati, centrati attorno al luogo di residenza. Si tratta tipicamente di spostamenti tra aree di riposo e di foraggiamento. Prendiamo come esempio il gabbiano comune, sul Lago di Como, parte della popolazione svernante di questa specie utilizza il lago solo come luogo di riposo, al mattino infatti numerosi gruppi, seguendo il corso dell’Adda, si spostano fino a raggiungere l’interland milanese, per poi fare ritorno tutte le sere sul lago.

Formazione di Gabbiani comuni in spostamenti
quotidiani tra aree di foraggiamento e aree di riposo.

movimenti unidirezionali di dispersione: sono considerati di questo tipo gli spostamenti della maggior parte delle specie di giovani, che una volta divenuti indipendenti dai loro genitori si allontanano dai luoghi natali. Questo tipo di movimento non prevede solitamente un viaggio di ritorno. Prendiamo come esempio il Gipeto, il giovane divenuto indipendente dai genitori vaga per le montagne prima di prendere possesso di una zona delimitata non occupata da altri esemplari della sua specie.

Giovane di Gipeto, ottobre, Val Zebrù (SO).
migrazione dispersiva: sono considerati di questo tipo i movimenti di dispersione dal luogo di nascita che però non prevedono un viaggio di ritorno ma continui spostamenti per colonizzare nuove aree.
Sono uccelli dalla spiccata capacità adattiva, che si insediano in nuovi territori adattandosi ad essi e divenendo specie stanziali per poi conquistare territori adiacenti.
Un tipico esempio lo riscontriamo nel comportamento della Tortora dal collare, che nel corso di 70 anni, ha colonizzato gran parte dell’Europa.

Tortora dal collare.
Areale di nidificazione in Europa in relazione alla progressiva espansione nel periodo 1940-1993; negli anni successivi questa specie ha colonizzato nuove aree della Penisola Iberica, del Nord Africa e dell’Europa nord-orientale.
(Mappa tratta da Ornitologia Italiana – vol 3 – P. Brichetti, G. Fracasso. Perdisia Editore).

movimenti invasivi o irruttivi: con questo termine ci si riferisce ai movimenti che variano la loro frequenza di anno in anno. Sono movimenti di gruppi di uccelli che abbandonano le loro aree normalmente occupate attraversando anche notevoli distanze. Tali movimenti sono solitamente associati a forti fluttuazioni di disponibilità di cibo.
Un esempio per comprendere questo tipo di movimento è rappresentato dal comportamento del Beccofrusone, tipico uccello delle fredde lande nord-europee che periodicamente compie degli spostamenti in massa denominati “invasioni” fino a raggiungere il centro sud Europa.
Beccofrusone, fotografato in Pian di Spagna (CO) nel 2009
durante l’ultima “invasione” di questa specie.


giovedì 26 luglio 2012

La Val Cedèc: Gran Zebrù e Cevedale.

Come sapete, lo spirito di “libereali” è quello di apprezzare la natura nelle sue molteplici manifestazioni, è per questo motivo che oggi il blog ci porta in Alta Valtellina nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio precisamente in Val Cedèc* tra gli i più belli scenari alpini dove lo sguardo spazia dall’Ortles (3902 m), il Piccolo Zebrù (3735 m) al Gran Zebrù (o König-Spitze, 3851 m), mentre più a Sud-Est troviamo il Monte Cevedale (3768 m), il Monte Pasquale (m. 3553) e il Punta S.Matteo (m.3684).
A queste quote, il tempo di fioritura sembra scorrere più velocemente ed il freddo si presenta prematuramente.
Si possono scorgere su queste montagne camosci, stambecchi, marmotte, pernici bianche e lepri variabili. Questo è anche il luogo di antichi conflitti come “la guerra bianca” ancora oggi sono molto evidenti le tracce lasciate dal conflitto della prima guerra mondiale.

Adagiato sulla conca terminale della Valle del Cedèc, sorge il rifugio Pizzini- Fràttola (2706), nello stesso luogo nel 1887 fu eretta la “Capanna Cedèc” che venne distrutta durante la Grande Guerra. L’attuale rifugio fu ricostruito nel 1926 e dedicato alla memoria di Luigi E. Pizzini, alpinista milanese.

L’ambiente terminale della Val Cedèc è splendido e la prateria alpina in questo periodo è un “giardino fiorito”.

Linaria alpina Linaria alpina
Garofanino alpino Epilobium anagallidifolium
Cerastium uniflorum
Non ti scordar di me alpestre Myosotis alpestris
Impetuoso un ruscello trascina a valle
fini sedimenti glaciali.
Alzandoci di quota la prateria alpina lascia il posto
all’inospitale ambiente dei ghiaioni e rupi rocciose.
Androsacea dei ghiaccai Androsace alpina
Cariofillata delle pietraie Geum reptans
Ranuncolo dei ghiacci Ranunculus glacialis
Sassifraga brioide Saxifraga bryoides
Silene acaule Silene exscapa 
Il Cevedale e la Vedretta di Cedèc
Un “nevaio rosso” – Tutta colpa del Chlamydomonas nivalis che è una specie di organismo unicellulare (simile alle alghe) che per difendersi dai raggi UVA , presenti ad alta quota, si protegge grazie a questo carotenoide colorando la neve con tonalità dal rosa al rosso.

Lo splendido anfiteatro con la vetta del Gran Zebrù.
Gran Zebrù
Il Gran Zebrù e il Rifugio Casati (mt. 3269) posto sul Passo Cevedale. La costruzione del Rifugio Casati risale al 1922, in questo luogo durante la prima guerra mondiale vi erano posizionati dei baraccamenti austriaci. Il Passo Cevedale delimita i confini tra la Lombardia e il Trentino Alto Adige e Il Rifugio si trova in una posizione strategica di comunicazione tra le valli Valfurva, Solda e la Val Martello.

Lasciato il Passo Cevedale si attraversa un tratto di ghiacciaio del Cevedale…


…per raggiungere una balconata che permette una splendida veduta della Val Martello.

Il Cevedale e il suo ghiacciaio.


Gran Zebrù, Piccolo Zebrù e a destra l'Ortles.

Purtroppo, queste zone sono tristemente note anche per i fatti tragici della 1° guerra mondiale (1915-18), dove la regione dell'Ortles - Cevedale fu teatro di cruenti scontri fra le truppe italiane e quelle austriache. E’ difficile ad oggi immaginare le disumane condizioni di vita a cui i soldati, erano sottoposti nei combattimenti per la sopravvivenza a queste quote, dove oltre che con il nemico si lottava contro eventi climatici avversi.
A testimonianza di questi fatti si scorge ciò che resta di una preda bellica conquistata dagli austriaci composta da 3 cannoni italiani 149G.
Alla fine del conflitto come segno di pace 2 cannoni furono rovesciati.


Reticolati
Ancora oggi capita spesso di rinvenire schegge di bombe.
Una volta scesi a valle, notiamo una vigile Marmotta allertata dalla nostra presenza. 
mentre un Gipeto si posa su un pendio dopo aver avvistato del cibo.

*La Val Cedèc si raggiunge da Bormio, attraversando Santa Caterina Valfurva si svolta verso la Valle dei Forni fino al parcheggio presso il Rifugio Albergo Ghiacciaio dei Forni, quota 2178 metri.