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lunedì 10 novembre 2014

Il becco: ad ognuno il suo…

1_Beccaccino (3)

Poco più di un mese fa, in un piccolo stagno presso la Riserva Naturale del Pian di Spagna (CO), scruto con il mio cannocchiale un beccaccino (Gallinago gallinago) e mentre lo osservo penso: “Ma questo becco lunghissimo non gli sarà di impedimento?” Ecco però che subito il beccaccino si mette alla ricerca di cibo e tutti i miei banali pensieri svaniscono nell’osservare quanto questo becco gli sia utile per cercare il cibo. Da qui viene la mia idea di scrivere questo post dedicato proprio alla funzione del becco negli uccelli.

Beccaccino, settembre, Pian di Spagna (CO).

Il becco (latino bēccus) è una “guaina” cornea composta da cheratina (detta anche ranfoteca dal greco rhámphos, becco adunco+thekē, custodia) che ricopre le mascelle degli uccelli. Questa struttura anatomica degli uccelli è priva di denti ed è usata, oltre che per mangiare, per pulire le penne, per manipolare oggetti, per uccidere le prede, per ricercare il cibo, per nutrire i piccoli ed 2_Mestolone (24)interviene, in alcuni casi, anche nel corteggiamento. La forma e la robustezza del becco varia in rapporto alla natura degli alimenti ma anche alle modalità di assunzione del cibo. Specie appartenenti alla stessa famiglia possono avere becchi molto diversi: ad esempio nella famiglia degli anatidi, il mestolone (Anas clypeata) ha il becco a forma di grosso cucchiaio ed è dotato di una serie di dentelli trasversali utili a filtrare l’acqua e trattenere il cibo.

 

Mestolone, Provincia di Como.

 

Lo smergo maggiore (Mergus merganser) invece ha il becco stretto, uncinato all'apice e con i margini affilati, utile per trattenere le prede viscide come i pesci.

3_Smergo maggiore (1)

3_Smergo maggiore (22)

 

 

 

 

 

 

 

Smergo maggiore, Provincia di Lecco.

Restando sempre nella stessa famiglia, troviamo l’edredone (Somateria mollissima) il cui becco è massiccio ed utile a spezzare i gusci dei molluschi di cui si nutre.

4_Edredone (15)

Edredone, Provincia di Lecco.

E’ tuttavia interessante notare che, se come abbiamo visto individui appartenenti ad un'unica famiglia possono avere becchi molto diversi tra loro, esistono specie appartenenti ad ordine e famiglie diverse, come i rapaci diurni (ordine Accipitridi) e i rapaci notturni (ordine Strigidi) che, nonostante la lontana parentela, hanno becchi pressoché simili dalla forma adunca con margini affilati adatti a uccidere le prede e a strapparne la carne. Questo è dovuto alla “convergenza adattativa”: fenomeno per cui specie diverse si evolvono sviluppando “soluzioni tecniche” simili per adattarsi all’ambiente o al regime alimentare.

5_Gipeto (45)

 

Gipeto (Gypaetus barbatus), Austria.

 

6__Civetta capogrosso 7046

 

 

 

 

 

 

Civetta capogrosso (Aegolius funereus), Austria.

 

La struttura dei becchi varia notevolmente: da super resistenti, come quello dei picchi, veri scalpelli utili a scavare il legno per la ricerca di larve o per costruire il nido…7_Picchio rosso mag (17)

 

 

Picchio rosso maggiore
(Dendrocopos major)
Provincia di Como.

 

 

 


 

 

… a quelli corti e fragili del Succiacapre (Caprimulgus europaeus), estremamente corti ma molto larghi per poter catturare insetti, durante il volo notturno, grandi come le falene.

8_Succiacapre (1)

 

 

 

 

 

 

 

Succiacapre, Provincia di Bergamo.

 

 

Variabilissima è inoltre la forma dei becchi nei piccoli uccelli insettivori. Becchi sottili e adatti a essere introdotti nelle crepe degli alberi o del terreno, come ad esempio, quello del Rampichino alpestre (Certhia familiaris) o del Picchio muraiolo (Tichodroma muraria).

9_Rampichino alpestre (26)

Rampichino alpestre, Provincia di Lecco.

 

Picchio muraiolo, Provincia di Como.

10_Picchio muraiolo (37)

 

 

 

 

 

 

 

 

Inoltre, poiché la dieta varia in funzione alle disponibilità alimentari, anche la struttura del becco varia e si irrobustisce per sfruttare risorse vegetali nei periodi invernali ma nel contempo si assottiglia per catturare insetti. Le cince sono un ottimo esempio di questa particolarità.

11_Cincia alpestre (5)

Cincia alpestre (Poecile montanus), mentre batte con forza il tegumento di un seme per mangiarne il contenuto.

Sempre tra i piccoli passeriformi granivori troviamo adattamenti di becco straordinari. Ad esempio il crociere (Loxia curvirostra) ha le estremità del becco incrociate per poter agevolmente allargare le brattee delle pigne delle conifere ed estrarre i semi.

11_Crociere (17)11_Crociere (40)

 

 

 

 

 

 

 


Crociere, Provincia di Sondrio.

Altrettanto interessante è il becco del Frosone (Coccothraustes coccothraustes) che è simile ad una potente “cesoia” utile a spezzare i duri semi di cui si nutre (come ad esempio i noccioli di ciliegia).

12_Frosone (16)

 

 

 

 

 

 

 

 

Frosone, Austria.

 

 

 


 

Nei grossi trampolieri l’evoluzione si è poi sbizzarrita: il Fenicottero (Phoenicopterus roseus) si procura il cibo camminando lentamente con la testa immersa in acqua setacciando il fondale con il becco ricurvo dotato di micro lamelle che filtrano l’acqua trattenendo i piccoli microrganismi mentre l’acqua viene espulsa con la pressione della lingua.

13_Fenicottero (46)13_Fenicottero (47)

 

 

 

 

 

 

 

Fenicottero, Provincia di Ferrara.

Non meno bizzarro è il becco della Spatola (Platalea leucorodia) la cui forma ha dato il nome volgare a questo uccello.14_Spatola (44)

 

 

 

 

Spatola
Provincia di Gorizia.

 

 

 

 

 

 

Simile ad una fiocina per catturare le prede è il becco dell’Airone cenerino (Ardea cinerea) e della Cicogna bianca (Ciconia ciconia). Quest’ultima, oltre che strumento di cattura delle prede, utilizza il becco nei rituali di corteggiamento.

14_Airone cenerino (11)

 

 

Airone cenerino, Provincia di Como.

16_Cicogna bianca (63)

 

 

 

 

 

 

Cicogna bianca, Spagna.

 

Particolare è il becco del Pellicano (Pelecanus onocrotalus) contraddistinto dal caratteristico e profondo sacco golare posto sotto il becco lungo e largo, utilissimo durante la pesca quando cioè questi uccelli sbattono fragorosamente le ali e con il becco immerso in acqua catturano i pesci in fuga trattenendoli appunto nel “sacco”. Prima di ingerire il nutrimento, il pellicano elimina l'acqua che penetra nella sacca insieme al cibo, facendola uscire da una fessura.

16_Pellicano (1)

Pellicano, Museo di Storia Naturale - Civico Museo di Storia naturale, Lecco.

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Nel mondo degli uccelli troviamo forme arcuate: all’ingiù come nel Chiurlo, nel Mignattaio e nell’Ibis…

17_Ibis sacro (33)

 

Ibis sacro
(Threskiornis aethiopicus)
Provincia di Pavia.

 

 

 

 

 

 

… all’insù come nell’Avocetta…

18_Avocetta (19)

 

 

 

 

Avocetta
(Recurvirostra avosetta)
Provincia di Ferrara.

 

 

 

 

… e di lato come nel Beccostorto (Anarhynchus frontalis), caradriforme endemico della Nuova Zelanda, unica specie al mondo ad avere questo becco piegato a destra.

19-Wrybill19-wrybillibis

 

 

 

 

 

 

Beccostorto
 
Walter Lawry Buller,
A History of the Birds of New Zealand, 1888

 

E cosa dire degli uccelli che si nutrono di nettare come i colibrì? I loro becchi sono di tutte le forme: sottili, lunghi, molto lunghi e ricurvi, estremamente specializzati per penetrare nei fiori.

20_Haeckel_Trochilidae

 

Colibrì.
Disegno di Ernst Haeckel
(LINK –wikimedia)

 

 

Colibrì becco a spada
Ensifera ensifera
(LINK wikimedia)

20_Ensifera_ensifera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In definitiva possiamo affermare che dalla forma del becco di un uccello si può capire quale sia l’alimento di cui esso si nutre in prevalenza e che di forme di becchi nel mondo alato ce ne sono tantissime (come riporta il titolo di questo post).

 


Il becco nell’evoluzione(1)

Per ricostruire la comparsa e l’evoluzione del becco degli uccelli, straordinaria struttura legata alle loro abitudini alimentari, dobbiamo ricordare come negli ultimi decenni i paleontologi abbiano fatto un’affermazione sorprendente: gli uccelli sono dinosauri a tutti gli effetti, i soli sopravvissuti all’estinzione, al punto di essere oggi collocati insieme con quelli in un unico superordine Dinosauria, nel cui ambito vengono contraddistinti con la qualifica di “dinosauri aviani” (dal latino avis = uccello). 

I più antichi dinosauri sinora conosciuti vissero agli inizi del Triassico superiore, intorno ai 228 milioni di anni fa; tra la sterminata varietà che questo gruppo produsse nell’arco del suo lunghissimo predominio sul pianeta erano presenti già in quell’epoca i primi Teropodi, i quali non sono nient’altro che i dinosauri carnivori (come i ben noti Tyrannosaurus e Velociraptor).

Alcune importanti caratteristiche dei teropodi sono passate pari pari ai loro discendenti uccelli. A parte la riproduzione tramite uova, tipica di tutti i rettili, quei dinosauri erano bipedi, avevano le zampe posteriori dotate di tre dita e le due clavicole fuse insieme a costituire la cosiddetta fùrcula (forcella); le ossa erano cave e un buon numero di specie erano già coperte di piume. Poiché alcuni teropodi erano addirittura dotati di quello che si può considerare un becco primitivo, attualmente diverse équipe di studiosi stanno cercando di rispondere a varie domande su questa struttura: quando comparvero i primi becchi? Quale era la loro funzione? Perché si sono evoluti?    In proposito è recentissima la pubblicazione delle ricerche di un gruppo di scienziati dell’Università di Bristol. (LINK articolo) 

Sinora, negli uccelli la regressione dei denti e la comparsa del becco erano interpretati come una risposta alla necessità di perdere peso in funzione del volo; tuttavia, becchi ricoperti di cheratina (ranfoteche) ed edentulazione (perdita dei denti) erano presenti in alcuni teropodi non aviani, cioè dinosauri non volatori, già all’inizio del Cretaceo, intorno ai 140 milioni di anni fa. Al riguardo si ricordi che l’ Archaeopteryx, (LINK post di Libereali) vissuto una decina di milioni d’anni prima (nel Giurassico superiore) e considerato uno dei più antichi antenati degli uccelli, era ancora provvisto di denti.

Lo studio di un particolare Teropode scoperto in Mongolia (Erlikosa21-erlikosaurus-articleurus andrewsi, appartenente allo strano gruppo dei Terizinosauri, dotati di un’insolita mescolanza di caratteri) e la realizzazione di un modello digitale del suo cranio hanno permesso di ipotizzare che il becco avrebbe avuto un’importante funzione nell’aumentarne la stabilità e la resistenza agli stress meccanici mentre l’animale si nutriva, rappresentando un’importante innovazione evolutiva ai fini del differente tipo di alimentazione, che da carnivoro andava trasformandosi in vegetariano.

Un’immagine della ricostruzione
digitale del cranio di
Erlikosaurus
.
(LINK articolo e credito fotografico)

 

 


Il becco per venire al mondo(2)

All’interno dell’uovo, alcuni giorni prima della nascita, nell’embrione, si differenziano due strutture temporanee che aiuteranno il nidiaceo(3) o il pulcino(4) a liberarsi dal guscio. Una spunta dalla parte superiore del becco ed è una protuberanza dura chiamata “diamante” o “dente dell’uovo”; l’altra, un muscolo superficiale e relativamente sviluppato posizionato dietro il collo, chiamato “ complexus”. Con la prima struttura l’embrione taglia la sottile membrana ricoprente la parte interna del guscio per rompere il guscio stesso; con la seconda struttura, riceve la forza necessaria per far sì che il “diamante” rompa il guscio al momento della schiusa. All’interno dell’uovo, l’embrione occupa la tipica posizione di riposo sulla schiena o sul lato sinistro con la testa appoggiata sul petto e il becco completamente sotto l’ala destra. Non può muoversi liberamente. Quando si dilata la testa è spinta in avanti mentre quando si contrae la testa torna indietro. Nonostante ciò, secondo la specie, si verificano due modi di schiusa. In alcune specie, l’embrione, con i movimenti della testa preme il “diamante” contro la parete interna dell’uovo provocando non solo l’incrinatura del guscio ma anche uno spostamento rotativo di se stesso intorno all’asse longitudinale, e muovendosi lungo un parallelo, produce una serie di forellini. Quando questi forellini hanno determinato un cerchio, a seguito del movimento dell’embrione, l’uovo si spacca in due parti. 22_uovo

In altre specie, invece, l’embrione provoca la rottura del guscio in diagonale con movimenti della testa da destra verso sinistra verso l’estremità più larga dell’uovo esercitando una pressione sul guscio, ormai incrinato, e dividendolo così in due parti.

 

Un pulcino ha appena rotto il guscio e si può notare molto bene il “diamante”.
Credito fotografico: CC BY 3.0
MTSOfan

 

 

 


Il becco nel corteggiamento

Diverse sono le specie che, durante i rituali amorosi, utilizzano il becco come strumento di scambi affettuosi. Inoltre anche il colore del becco risulta essere importante. In un articolo (LINK) apparso su “Le Scienze” si afferma che i colori vivaci e accesi dei becchi degli uccelli maschi dimostrerebbero la prova di un sistema immunitario in perfetta salute.
Per questo motivo un becco dal colore vivace e intenso è una caratteristica importante per una femmina da osservare: così facendo si selezionano i maschi più in salute. Pertanto oltre al canto e allo sfoggiare di piumaggi vistosi (vedi la coda del Pavone) oggi sappiamo che anche il becco ha un suo ruolo nella vita di coppia degli uccelli.

23_Passera d'Italia (5)

23_Passera d'Italia (1)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In molti uccelli la colorazione del becco varia durante i vari periodi dell’anno. Ad esempio, nel passero d’Italia (Passer italiae), il colore del becco passa dal nero lucente del periodo riproduttivo al giallo pallido in inverno.

 


Il becco e la migrazione.

Recentemente su Libereali si è parlato del straordinario viaggio migratorio del Culbianco (LINK), che per fare un tale percorso transcontinentale necessita di una straordinaria capacità di orientamento, di una mappa e bussola interna, per poter ritornare ogni anno nel medesimo luogo. Gli uccelli traggono questi dati dal campo magnetico terrestre. Un gruppo di ricercatori ha stabilito che alcune specie di uccelli abbiano questa “bussola” proprio nel becco (LINK articolo).

24_Cannaiola (8)Secondo la ricerca, nei becchi di alcune specie di volatili che compiono migrazioni – come per esempio nella cannaiola comune, Acrocephalus scirpaceus – sono presenti dei magnetorecettori, che tramite il nervo trigemino passano al cervello le informazioni sull’asse terrestre.

 

 

 

Cannaiola comune
Provincia di Lecco.

 

 


Il becco come termoregolatore.

Il becco è composto da una mandibola superiore ed una inferiore, entrambe fatte di osso ricoperto da cheratina. Tra quest’ultima e l’osso vi è una rete vascolare che contiene le terminazione nervose. Recenti studi hanno attribuito a questa vascolarizzazione la funzione di termoregolazione. Il tucano toco (Ramphastos toco) è la specie che possiede il becco più grosso in relazione alla taglia corporea tra tutti gli uccelli del mondo (tra il 30 e il 50% della superficie dell'intero corpo) e risulta quindi un ottimo candidato per la dispersione del calore. Tra le varie ipotesi sul perché questo uccello abbia un becco così grande sembra vi sia anche quella della dispersione del calore. Questa ipotesi è supportata da uno studio apparso sulla rivista “Le Scienze” (LINK articolo) dove 25_Ramphastos toco (1)avvalendosi di uno scanner termico a raggi infrarossi, un gruppo di ricercatori ha stabilito che questa specie è in grado di regolare la temperatura corporea variando il flusso sanguigno verso il becco, che sembra essere deputato alla liberazione del calore in eccesso. In particolare, come avviene in altre specie che non sono in grado di controllare la propria temperatura mediante sudorazione ma che presentano specifiche strutture deputate alla regolazione di questa (si pensi alle orecchie degli elefanti), più sangue viene irradiato verso il becco più calore viene liberato nell'ambiente circostante.

Tucano toco
Civico Museo di Storia naturale, Lecco.

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Un articolo pubblicato sulla rivista The American Naturalist, sostiene che la dimensione del becco sembri essere fortemente legata alle necessità di dispersione del calore. Confrontando 214 specie di uccelli appartenenti a diverse famiglie si è stabilito che la lunghezza del becco (in relazione alla taglia corporea) sia strettamente correlata alla latitudine, all'altitudine e alla temperatura media in cui questi animali vivono. In particolare, si assiste ad una riduzione della taglia del becco all'aumentare dell’altitudine e della latitudine e, più in generale, alla diminuzione della temperatura.

 


Per concludere, vorrei riportare qui di seguito alcune tipiche espressioni su questo particolare apparato degli uccelli che è entrato a pieno titolo nel linguaggio comune. Questi modi dire sono tratti da “Il Dizionario dei Modi di Dire” Hoepli Editore.

Aprire il becco
Parlare, esprimere un parere, dire la propria opinione, usato soprattutto quando tale intervento viene considerato sgradito o inopportuno.

Bagnarsi il becco
Dissetarsi, soprattutto con vino o liquori, che in genere si gustano a piccoli sorsi.
Viene dall'osservazione degli uccelli, che bevono un sorso alla volta come intingendo il becco nell'acqua.

Dar di becco
Cominciare a mangiare, o mangiare con appetito o voracità. In senso lato, cominciare a intaccare, a erodere qualcosa, in particolare un patrimonio.

Altro significato.: criticare aspramente, malignamente e con continuità, come se si attaccasse qualcuno a colpi di becco.

Drizzare il becco agli sparvieri
Fare una cosa completamente inutile e insensata.

Ecco fatto il becco all'oca!
Esclamazione: si usa dopo aver concluso un lavoro, un'operazione o simili.
È la prima parte del detto che continua con “e la coda all'elefante”;

Mettere il becco a mollo
Bere alcolici in misura eccessiva.

Mettere il becco in qualcosa
Intromettersi in faccende altrui, intervenire indebitamente.
Metter becco; metterci il becco; non metter becco

Non aprir becco
Astenersi dall'intervenire in una questione qualsiasi. Anche non rispondere o non reagire; oppure tacere, non rivelare quello che si sa, mantenere un segreto.

Restare a becco asciutto
Letteralmente, rimanere senza mangiare o bere. In senso figurato rimanere delusi, non ottenere quanto si contava di avere; restare senza niente.
Restare a bocca asciutta

Tenere il becco chiuso
Tacere, non rivelare quello che si sa.
Tener la bocca chiusa


(1) Contributo di Giancarlo Colombo.

(2) Da: Gli uccelli e i loro nidi. A. Masi.

(3) Nidicolo: uccello che alla nascita è incapace di volare e che rimane per un certo periodo nel nido nutrito dai genitori.

(4) Nidifugo: uccello che esce dall'uovo già completamente sviluppato e atto al volo.

lunedì 2 giugno 2014

Il Delta del Po dove la laguna si tinge di rosa

Il Delta del Po è un'area di straordinario interesse naturalistico, storico e geologico sempre in evoluzione che occupa un’ampia porzione nella zona settentrionale del mare Adriatico formata dai depositi di limo portati dai fiumi Po, Adige e Reno. Ambienti diversi ospitano ciascuno una propria flora e una propria fauna, un vero paradiso per i naturalisti. In modo sintetico cercherò con alcuni post di descriverne i principali ambienti iniziando dal quello lagunare dove vive il Fenicottero, specie improbabile da osservare allo stato selvatico nella zona Lariana luogo abitualmente protagonista su questo blog.

1_2014-05-21_Fenicottero_Delta Po (35) Fenicotteri in volo sulla laguna

Il fiume Po con i suoi 650 chilometri attraversa la pianura Padana fino all'Adriatico, dove sfocia a delta, dando vita ad una delle più vaste zone umide europee e del Mediterraneo, un complesso di zone umide e terre emerse che si estende in tre province e due regioni: Veneto, provincia di Rovigo; Emilia Romagna, province di Ferrara e Ravenna. Nel profilo indiscutibilmente unico del Delta del Po c'è il territorio creato sia dalla sedimentazione del fiume che dall'opera dell'uomo che nei secoli ne ha regimentato le acque e bonificato i terreni. Nel Delta si distinguono vari ambienti, ognuno con caratteristiche peculiari: la campagna con i paleoalvei, le dune fossili, gli argini, le golene, le valli da pesca, le lagune o sacche e gli scanni.

4_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (48)

 

Valli di Comacchio3_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (41)

L’insieme di canali e specchi d’acqua salmastra che formano le Valli di Comacchio può essere considerato il cuore del Delta del Po. Si tratta indubbiamente dell’ambiente umido più complesso dell’intera zona ed è anche la zona umida salmastra più estesa d’Italia, residuo orientale delle più vaste valli che caratterizzavano la bassa pianura ferrarese. Le Valli coprono una superficie di circa 11.000 ettari con una profondità media inferiore al metro ed una salinità compresa tra 0,5% e 3,5%. Le acque di drenaggio della bonifica costituiscono i principali afflussi di acque dolci, mentre le acque salmastre entrano dal mare attraverso vari immissari. Gli scambi d’acqua delle Valli sono totalmente regolati da manufatti idraulici: chiuse, sifoni e paratoie. La gestione idraulica delle Valli è in funzione sia delle attività di pesca, sia della qualità ambientale e del mantenimento di habitat e di specie protette.

5_2014-05-21_Gabbiano reale_Delta Po (16)

5_2014-05-21_Gabbiano reale_Delta Po (20)

 

 

 

 

 

 

 

Protetti dalla vegetazione lagunare sono molti i Gabbiani reali che vi nidificano
Coppia di Gabbiano reale – Pulcini di Gabbiano reale

7_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (6)

6_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (49)

Lo specchio d’acqua principale delle Valli di Comacchio presenta acque aperte nella parte centrale e complessi sistemi di dossi, barene e cordoni dunosi nella zona perimetrali.

6_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (51)

 

 

 

 

 

La spiaggia lagunare ricoperta da detriti di molluschi.

 

6_2014-05-21_Volpoca_Delta Po (26) La Volpoca è una specie è molto comune in laguna.

8_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (13)

8_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (11)

Capanni da pesca, Valli di Comacchio (FE)

 

La principale economia di questa zona è data dalla pesca, praticata con diversi metodi come ad esempio i caratteristici capanni da pesca.

 

 

6_2014-05-21_Cormorano_Delta Po (4)

 

 

 

 

Il cormorano è un frequentatore abituale di queste acque.

 

11_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (24)

 

Le Valli di Comacchio hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione storica della zona. Primaria attività la pesca all’anguilla, attività svolta un tempo nei casoni da pesca: siti di attività lavorative e fino a pochi anni fa anche  alloggi dei vallanti nonché luoghi di lavorazione del pescato.

 

 

10_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (66)

 

 

 

 

 

 

 

 

13_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (27)

Interno dei casoni da pesca, qui il Vallante viveva al freddo e all’umido per un periodo della durata di circa un mese, al  suo rientro era talmente abbrutito che necessitava un sito dove rimettersi in sesto trovandolo in un luogo denominato “Fattibello” dove vi era un barbiere che si prendeva cura dell’immagine dei vallanti. Questa località è ancora ad oggi meta turistico-naturalista.

12_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (32)

 

 

 

 

 

 

 

 

14_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (60)

La principale attività all’interno dei casoni era la lavorazione dell’anguilla che avveniva in questa stanza  denominata “sala del fuoco”. Le anguille venivano selezionate, tagliate a pezzi e infilzate in lunghi spiedi sospesi a un girarrosto. A cottura ultimata, venivano disposte in barili o scatole di latta con una speciale salamoia.

15_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (62)

 

 

 

 

Dell’anguilla non si sprecava niente. Il grasso che colava durante la cottura veniva raccolto ed utilizzato per l’illuminazione delle lampade ad olio,  la pelle essiccata veniva utilizzata per realizzare lacci delle scarpe mentre le teste e le code venivano consumate dai pescatori, le trippe d’anguilla erano una prelibatezza e le lische del pesce si mangiavano fritte.

 

Per la pesca in Valle si utilizzava il “lavoriero”, uno strumento molto antico ma ancora efficiente e fondamentale per la pesca di valle, che consente di catturare le anguille separatamente da cefali e altri pesci, quando queste migrano a mare stimolate dall'istinto riproduttivo.
Si tratta di un manufatto formato da una serie di bacini comunicanti, a forma di punta di freccia dove il pesce viene fatto convergere in passaggi obbligati e lo cattura, all'entrata ed all'uscita, in due fasi: nel primo sbarramento, a maglia più larga, restano impigliati tutti i pesci tranne l'anguilla che, essendo più sottile riesce ad oltrepassarlo, ma che viene poi bloccata al secondo sbarramento caratterizzato da maglie più fitte.

15_2014-05-21_Valli di Comacchio_Delta Po (44)In primo piano il classico “lavoriero” delle Valli di Comacchio 

L’Anguilla

È molto affascinate e misteriosa la vita dell’Anguilla. Si tratta di un animale migratore dal ciclo riproduttivo straordinariamente complesso e noto da relativamente poco tempo. Le conoscenze attuali indicano come unica area di riproduzione il Mar dei Sargassi, nell’Oceano Atlantico. Alla schiusa dell’uovo l’aspetto del pesce è molto diverso da quello dell’adulto. La larva viene trasportata dalle correnti marine verso le coste dell’Europa e del Nord Africa, durante questa migrazione passiva che dura da 1 a 3 anni il suo accrescimento sale a 7 cm di lunghezza, a questo stadio l’anguilla viene chiamata “cieca”. Nelle acque interne l’animale assumerà gradualmente l’aspetto definitivo prendendo il nome “anguilla gialla” (vedi disegno a sinistra).

Raggiunta l’età adulta dopo quasi 15 anni, in autunno l'istinto riproduttivo è talmente forte che per migrare verso il Mar dei Sargassi, distante fino a quasi 6000 km dalle aree di accrescimento, le anguille che vivono in laghi o stagni chiusi non esitano ad uscire dall'acqua e raggiungere il fiume o il mare strisciando come serpenti. Questo avviene durante la notte, soprattutto quando piove, poiché l’acqua evita la disidratazione. In questo stadio l’Anguilla subisce importanti modifiche morfologiche: gli occhi diventano più grandi, la pelle più spessa e le pinne pettorali appuntite (vedi disegno a destra); l’intestino degenera e l’alimentazione viene sospesa. In questa fase prende il nome di “anguilla argentina”. Dopo la riproduzione gli individui muoiono. Molti aspetti dell’Anguilla soprattutto la biologia riproduttiva, restano un mistero.

16_ (Medium) (disegno di Titti De Ruosi)

Oggi L'anguilla è considerata specie "in pericolo critico" dalla Lista Rossa IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura), che è il gradino immediatamente precedente l'estinzione. Il peculiare ciclo riproduttivo di questa specie la rende non allevabile in cattività se non catturando i giovani al loro ritorno dalla migrazione per immetterli nelle valli da pesca. Le principali cause della diminuzione di questa specie non sono ricollegabili all’inquinamento, a cui l'anguilla è poco sensibile ma all'eccessiva attività di pesca, sia degli adulti che del novellame.

 

17_2014-05-21_Comacchio_Delta Po (4)

A nord delle Valli si trova la Città di Comacchio, detta anche la “piccola Venezia” per i suoi pittoreschi canali e ponti.

 2014-05-21_Comacchio_Delta Po (8)

 

 

 

 

 

2014-05-21_Comacchio_Delta Po (28)

 

 

 

 

 

 

 

17_2014-05-21_Comacchio_Delta Po (32)

 

Il Fenicottero

Nonostante la pressione antropica a cui questo territorio è sottoposto, il Delta del Po resta una delle zone faunistiche più importanti d'Europa. La check-list degli uccelli aggiornata al 2004 individua 344 specie registrate dal 1950, ovvero il 66,8% delle specie italiane: 156 quelle nidificanti, 185 quelle svernanti. Tra questi il Fenicottero.

20_2014-05-21_Fenicottero_Delta Po (21)Fenicottero, Valli di Comacchio (FE)

Il Fenicottero Phoenicopterus roseus appartiene all’ordine dei Phoenicopteriformes e alla famiglia dei Phenicopteridae. Il suo nome già usato da Aristofane deriva dal latino Phoenicopterus che a sua volta deriva dal greco foinikoperos= con ala rossa per via del colore rosso fiammante delle ali ad eccezione delle remigranti.21_2014-05-21_Fenicottero_Delta Po (190)

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Alto fino a un metro e mezzo, il Fenicottero è un grande uccello distribuito in tutto il mondo. La sottospecie roseus è presente nel bacino del Mediterraneo, in Africa e in Asia sud-occidentale. Il suo habitat è caratterizzato da vaste estensioni di acque salmastre sia costiere (lagune, stagni e saline) che interne (laghi salati), poco profonde, ricche di nutrimento e costituito in gran parte da Crostacei del genere Artemia. Ed è proprio dal piccolo gamberetto rosa l’Arthemia salina che il Fenicottero ottiene i carotenoidi, cioè i pigmenti che conferiscono alle penne il caratteristico colore rosa. Anche le Artemie, peraltro, si procurano i pigmenti tramite l’alimentazione, e concentrano sulla loro corazza quelli presenti nelle alghe di cui si nutrono. La colorazione della livrea dei fenicotteri dipende dunque dalla quantità di microcrostacei ingeriti e varia dal bianco al rosa più o meno intenso. I carotenoidi però col tempo si degradano tant’è che le penne cadute durante la muta perdono in breve il loro tipico colore.

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Arthemia salina 

L'artemia salina è un crostaceo di piccole dimensioni, che vanno dai 3-4 millimetri allo stadio di nauplio fino ai 12 mm nell'adulto. La sua maturazione sessuale avviene dopo 15 giorni di vita. Le artemie in condizioni ottimali possono vivere fino a quattro mesi circa, producendo circa 300 naupli o cisti ogni quattro giorni circa. In condizioni di normale salinità (33 gr/lt) e abbondanza di cibo, le artemie partoriscono naupli vivi, mentre se la salinità inizia a salire o scendere e il cibo scarseggia, le artemie iniziano a riprodursi deponendo le uova che possono schiudersi anche dopo lungo tempo.

 

 Arthemia salina, foto di Hans Hillewaert wikimedia.org

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I Fenicotteri si procurano il cibo camminando lentamente con la testa immersa in acqua setacciando il fondale con il becco ricurvo dotato di micro lamelle che filtrano l’acqua trattenendo i piccoli microrganismi mentre l’acqua viene espulsa con la pressione della lingua.

 

 

In Europa il Fenicottero è nidificante in una trentina di siti sia costieri che in laghi salati interni. Per quanto riguarda il Mediterraneo occidentale la colonia più importante è quella della Camargue (Francia).

In Italia la specie è presente come migratrice e svernante e, a partire dal 1993, anche come nidificante. Le prime nidificazioni sono avvenute in Sardegna nel complesso degli stagni di Cagliari, successivamente a Orbetello nel 1994, a Margherita di Savoia dal 1996 e dal 2000, nelle Valli di Comacchio.

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Il Fenicottero costruisce il nido in acque poco profonde sulle rive delle lagune salmastre. E’ un uccello molto socievole infatti nidifica uno vicino all’altro. Nel periodo della nidificazione è estremamente sensibile, se disturbato l’intera sua colonia può abbandonare il luogo di nidificazione e permettere ai Gabbiani reali di eliminare uova e pulcini di un’intera colonia. Il nido è costituito da un tumolo conico con una cavità in cima, è composto di fango che seccandosi si solidifica diventando molto resistente. In questo nido la femmina vi deporrà un uovo, raramente due e lo incuberà per 28-32 giorni.

 

26_2014-05-21_Fenicottero_Delta Po (40)Il Fenicottero è una specie gregaria. Nel Mediterraneo gli individui sono in parte sedentari e in parte si  spostano durante il corso dell’anno in relazione alle disponibilità ambientali e trofiche presenti nelle varie zone. Sebbene la specie in Europa abbia registrato un sensibile aumento negli ultimi trent’anni, lo status di conservazione è sfavorevole per l’esiguo numero dei siti di nidificazione e per la notevole concentrazione della popolazione in poche zone anche al di fuori del periodo riproduttivo che rende la specie potenzialmente vulnerabile.

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Il Fenicottero per prendere il volo necessita di una lunga corsa durante la quale risaltano le lunghissime zampe e il collo altrettanto allungato.

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Proseguendo nel viaggio sul Delta del Po, appuntamento al prossimo post in cui parlerò di un altro ambiente: le saline.

 

 

Bibliografia:

Moltoni E., 1946, L’etimologia ed il significato dei nomi volgari e scientifici degli uccelli italiani – Milano

Spagnesi M. & Serra L, 2004. Uccelli d’Italia – Quaderni di Conservazione della Natura Numero 22, Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi”

Zerunian S., 2002. Pesci delle acque interne d’Italia – Quaderni di Conservazione della Natura Numero 20, Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi”

Harrison C., 1988. Nidi e Uova degli uccelli d’Europa – Muzio Editore

Scott B., 2000. Birdwatching nel Delta del Po

Quaderni di birdwatching volume 13, 2005 – EBN Italia