martedì 6 agosto 2013

Lo Stambecco. Uno scalatore dall’abilità senza eguali


Per sfuggire dalla calura estiva non resta che rifugiarsi sui monti. Questa volta, teatro dell’escursione è il versante lecchese del Monte Legnone.
Veduta dal Monte Legnone (LC): Alto Lario con la foce dell’Adda, la piana del Pian di Spagna, il lago di Mezzola e la Valchiavenna.
Dato il periodo non mi aspetto certo di fare osservazioni rilevanti, e invece, arrivato poco sotto la vetta mi imbatto in un gruppetto di femmine di stambecco con i loro giovani capretti. Avvistare oggi uno stambecco sulle Alpi può sembrare cosa normale. Di fatto la storia recente di questo “signore delle rocce” può essere considerata come esempio emblematico di quanto l’uomo possa, nel bene e nel male, influenzare la vita di una popolazione animale.

Femmina di stambecco con il suo capretto, Monte Legnone (LC).
Lo stambecco in tempi storici era diffuso su tutto l’arco alpino. Purtroppo però, a causa del caratteristico comportamento di fuga che, sfruttando le eccezionali doti di arrampicatore, non porta l’animale ad allontanarsi significativamente dalla potenziale fonte di pericolo ma solo a rifugiarsi generalmente su rocce poco lontane, fece sì che, con l’avvento delle armi da fuoco a partire dal XVI secolo, le sue popolazioni subirono una notevole e rapida contrazione numerica fino a raggiungere la totale estinzione su tutto l’arco alpino salvo uno sparuto gruppo situato sul Gran Paradiso (AO). L’incredibile azione di sterminio della quale lo stambecco fu triste oggetto fu provocata, oltre che per ottenere una notevole quantità di carne, anche dall’antica farmacopea che attribuiva proprietà terapeutiche miracolose alle singole parti del corpo dell’animale, con le quali venivano curate le più svariate malattie (1).
♀ Stambecco, Monte Legnone (LC).




Come anticipato, a questo sterminio si salvò solo un’ esigua popolazione relegata esclusivamente nel territorio del Gran Paradiso grazie alle misure di protezione attuate dai reali di casa Savoia a partire dal 1821, quando la consistenza era ormai giunta a meno di 100 esemplari. La creazione della Riserva reale di caccia del Gran Paradiso (1836) e, successivamente, dell’omonimo Parco Nazionale (1922) garantirono la sopravvivenza di questa residua popolazione che rappresentò la fonte originaria per le operazioni di reintroduzione condotte sulle Alpi avviate con azioni pionieristiche dalla Confederazione Elvetica.


Capretto di Stambecco, Monte Legnone. La femmina ad ogni parto, di norma, danno alla luce un solo capretto, che è in grado di seguire il genitore nei luoghi più impervi sin dai primi giorni di vita. 


Lo Stambecco delle Alpi è attualmente presente per effetto di reintroduzioni e successive diffusioni in tutto l’arco alpino, dalle Alpi Marittime ad occidente sino alle Alpi Calcaree della Stiria e alle Alpi del Karawanke, tra Carinzia e Slovenia, ad oriente.

L’origine della popolazione orobica e di conseguenza anche di quella della provincia di Lecco risale al 1987 quando vennero rilasciati in una prima fase sperimentale 9 individui provenienti dal Parco nazionale del Gran Paradiso. Il progetto di reintroduzione proseguì  nel 1989 con  la liberazione di 88 stambecchi, suddivisi in sei rilasci sulle Orobie bergamasche e due sul versante lecchese del Pizzo dei Tre Signori. Da questi rilasci traggono origine gli individui che frequentano le alte rupi del Legnone e del crinale che porta al Pizzo dei Tre Signori. Sempre in provincia di Lecco lo Stambecco è presente sullo Zucco di Cam e in Valbona, la parte destra della val Biandino.
♀ Stambecco, Monte Legnone (LC).





Stambecco delle Alpi(2)
Capra ibex Linnaeus, 1758

Lo stambecco delle Alpi  è un ungulato appartenente alla famiglia dei bovidi. E' una specie caratterizzata da un elevato dimorfismo sessuale che si manifesta sia nelle dimensioni del corpo (i maschi adulti pesano circa il doppio delle femmine) sia nelle dimensioni delle corna (le corna maschili possono raggiungere una lunghezza di circa 100 cm mentre quelle femminili raramente raggiungono i 25 cm). Vive in ambienti montani tra i 1600 e i 3200 m selezionando preferenzialmente praterie d'alta quota e zone rupestri. In primavera vive a quote più basse rispetto alle altre stagioni ricercando i pascoli che per primi si liberano dalla neve e alzandosi poi progressivamente seguendo l'inizio vegetativo. Le massime quote vengono raggiunte in estate in quanto, mancando di ghiandole sudoripare, ricerca luoghi dove può ripararsi dal calore estivo. In inverno, invece, maggiormente importante rispetto alla scelta di uno specifico orizzonte altimetrico è la selezione di versanti, di norma esposti a sud, particolarmente pendenti e rocciosi, dove minore è la permanenza del manto nevoso e quindi è più facile la presenza di siti di alimentazione. In tutte le stagioni è essenziale la presenza di anfratti, speroni rocciosi e canaloni, visti come potenziali aree di rifugio in caso di pericolo.

♂ Stambecco, ottobre, Parco Nazionale dello Stelvio (SO). 

Il notevole dimorfismo sessuale determina una segregazione sociale tra i sessi. Generalmente infatti i maschi vivono in gruppi separati dalle femmine. Le femmine si trovano insieme ai piccoli, ai giovani di un anno e molto spesso a quelli di due. I maschi di 3-4 anni di solito vivono in gruppi diversi da quelli di età superiore. Gli individui anziani (sopra i 12 anni di età) in genere trascorrono una vita solitaria. Oltre a vivere in gruppi separati, maschi e femmine si trovano anche in ambienti diversi. I maschi sembrano prediligere le praterie d'alta quota, mentre le femmine ricercano maggiormente aree rocciose. Una spiegazione plausibile è che le femmine, più esili, preferiscano luoghi più sicuri e al riparo da possibili predatori e ciò è tanto più vero nella stagione dei parti in cui rimangono per parecchi giorni su pendii particolarmente accidentati e ripidi. La segregazione sessuale viene meno durante la stagione degli amori che va da dicembre a metà gennaio, periodo in cui individui di entrambi i sessi occupano gli stessi ambienti. In questa fase, i maschi spesso sono impegnati in complessi corteggiamenti amorosi che possono prevedere combattimenti violenti a colpi di corna per stabilire una priorità negli accoppiamenti. In realtà la gerarchia tra di loro comincia a stabilirsi già a partire dall'estate, attraverso scontri sempre più cruenti con l'avvicinarsi della stagione riproduttiva. Solamente alcuni fra i maschi adulti riescono però a riprodursi e, generalmente, si tratta di individui tra gli 8 e gli 11 anni di età. Le femmine invece normalmente si riproducono già all'età di 3 anni (età in cui diventano adulte) partorendo in media due capretti ogni tre anni.
Gruppo di ♂ di stambecchi, ottobre, Parco Nazionale dello Stelvio (SO). 

Il dimorfismo sessuale ha come conseguenza anche una dieta parzialmente diversa tra i sessi. Lo stambecco viene classificato come un pascolatore selettivo, cioè pur essendo specializzato in alimenti concentrati è in grado di nutrirsi di foraggi grezzi con elevato contenuto di cellulosa. I maschi, però, avendo il rumine più grande delle femmine tendono a nutrirsi maggiormente di alimenti grezzi, mentre queste ultime ricercano in misura maggiore risorse più nutritive, come gli apici dei fiori e i getti delle dicotiledoni. Scarsamente appetite per entrambi i sessi sono invece le specie legnose e semilegnose anche se il loro consumo può aumentare in caso di carenza alimentare nelle stagioni avverse.

Status e conservazione dello stambecco in Italia

Oggi, sull’Arco Alpino italiano, sono presenti pressappoco 15.000 stambecchi in circa 53 colonie. 

Considerando i valori di consistenza raggiunti in tutto l'Arco Alpino, lo stambecco può quindi considerarsi al riparo dal pericolo di estinzione. Permangono, tuttavia, numerosi problemi per la sua conservazione. La distribuzione attuale della specie, infatti, risulta fortemente ridotta rispetto a quella potenziale (solo il 14%). Ciò è dovuto al fatto che questo ungulato occupa lentamente nuove aree, preferendo utilizzare gli stessi habitat e quartieri di svernamento e spostandosi raramente fuori dal suo areale. Le conseguenze di questo comportamento sono che le popolazioni di stambecco molto spesso rimangono isolate e quindi la variabilità genetica tra gli individui risulta ridotta. 



Oltre a questi problemi, legati alla storia recente della specie, stanno sorgendo nuove minacce. Indagini hanno messo in luce come i cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale potrebbero portare ad una modifica nell’uso dello spazio dello stambecco, ad esempio per una variazione della composizione floristica delle praterie in cui di solito si alimenta o per l’innalzamento del limite della vegetazione arborea. Le specie vegetali potrebbero, in altre parole, iniziare il loro ciclo vitale in periodi diversi rispetto al passato, influenzando negativamente la conservazione del bovide.


A fronte di queste problematiche, risulta evidente l’importanza di continuare a monitorare e studiare le popolazioni di stambecco. In questo contesto, un ruolo fondamentale è assunto dalle aree protette, che rappresentano uno strumento di conservazione della specie molto efficiente: non è certo un caso se il 37% degli stambecchi italiani siano ospitati entro i confini di 3 parchi (Parco Nazionale del Gran Paradiso, Parco Naturale delle Alpi Marittime e Parco Nazionale dello Stelvio). Ma le aree protette non bastano: è infatti essenziale conoscere le popolazioni presenti anche nel resto del territorio e favorire l’incremento nelle consistenze, l’ampliamento dell’areale occupato e un flusso genetico adeguato a garantire un futuro alla specie.

Proprio a seguito del pericolo di estinzione, la specie è stata dichiarata protetta con la legge 27 dicembre 1977 n. 968 ed è rimasta tale in base alla legge 11 febbraio 1992 n.157. Inoltre, il bovide figura nell’allegato III della convenzione internazionale di Berna che l’Italia ha ratificato nell’agosto del 1981, nell’allegato V della Direttiva 92/43/CEE (“Habitat”) e nell’allegato E del D.P.R. 8 settembre 1997, n. 357 “Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE”.

Nonostante la storia abbia già segnato la vita dello stambecco, i “solerti” amministratori pubblici della provincia di Sondrio hanno tentato di aprire la caccia a questo animale ed è dovuto intervenire direttamente il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per fermare questo scempio.
da ilgiorno.it


♂ Stambecco, ottobre, Parco Nazionale dello Stelvio (SO).

Curiosità
Nelle bisacce dell’”uomo del Similaun”, ritrovato sulle Alpi di confine tra Austria e l’Italia nel 1991, la qui morte è datata circa 4.000 A.C., erano presenti proprio resti di carne di stambecco.

(1)Volendo fare un parallelo di esempio con i tempi moderni, allo stambecco successe quello che attualmente sta accadendo ai rinoceronti, ormai sull’orlo dell’estinzione principalmente a causa delle proprietà magico-farmaceutiche attribuite al loro corno.


(2)Brano tratto da “Il ritorno dello stambecco nelle Alpi”, di Maria Cavedon (Ufficio Faunistico del Parco Naturale Adamello Brenta) articolo completo

Bibliografia

Spagnesi M, A. M. De Marinis (a cura di), 2002 – Mammiferi d’Italia. Quad. Cons. Natura, 14, Min. Ambiente – Ist Naz. Fauna Selvatica.

Mustoni A., Pedrotti L., Zanon E. e Tosi G., 2002 - Ungulati delle Alpi. Nitida Immagine Editrice – Cles (TN)

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