martedì 13 agosto 2013

Cicindele, tigri degli insetti

Diciamo subito che il coleottero illustrato qui sotto, lungo circa un centimetro e mezzo, appartiene al genere Cicindela (pronunciare con l’accento sulla e). E’ un corridore instancabile e rapidissimo: lo sa anche Roberto, che mi ha detto di averlo inseguito a lungo, faticando non poco per riuscire a fotografarlo. “Sei stato fortunato che non abbia preso il volo con la stessa facilità di una mosca per posarsi a pochi metri di distanza, giocando a farsi rincorrere in quel modo per un bel po’ prima di piantarti in asso e sparire” gli ho risposto; è infatti questa la tattica abituale con cui le Cicindele si sottraggono a un possibile nemico.


Cicindela gallica, agosto, Monte Legnone (LC).
Riguardo alla loro velocità ecco quanto riporta un sito Internet curato negli Stati Uniti, dove è molto diffuso un certo tipo di volgarizzazione scientifica spicciola a colpi di misure, numeri, percentuali e paragoni. Dopo aver riferito che una Cicindela può raggiungere i 9 km orari, il compilatore aggiunge che in proporzione alla lunghezza dell’insetto tale prestazione supera di circa 22 volte quella di uno sprinter olimpionico, il quale per eguagliare il coleottero dovrebbe filare a 770 chilometri all’ora! Ma lasciamo queste osservazioni bislacche ai nordamericani, spesso un po’ infantili, e veniamo a considerazioni più pertinenti all’argomento secondo la nostra mentalità.

Dal punto di vista della classificazione, alle Cicindele è successo esattamente il contrario di ciò che è accaduto ad altri gruppi di Coleotteri (vedi su questo blog il post “maggio=Maggiolino”): un tempo inquadrate come famiglia a sé stante col nome di Cicindèlidi, attualmente quasi tutti gli autori le considerano una sottofamiglia dell’immensa famiglia dei Caràbidi. Nel mondo ne sono state classificate a tutt’oggi oltre 2000 specie, di cui meno di una ventina presenti in Italia. Le dimensioni massime sono raggiunte dalle Manticora delle regioni desertiche dell’Africa meridionale, che possono superare i 6 cm.





Abbiamo a che fare con dei formidabili carnivori, tanto che in inglese sono detti tiger beetles, scarabei tigre. Il paragone fu del resto escogitato già da Linneo, che nel suo “Sistema della Natura” (la cui decima e ultima edizione, la più completa, è del 1770) aveva scritto: “Cicindelae insectorum tigrides veloces”, le Cicindele sono le veloci tigri degli insetti.

Come tali, questi coleotteri – che attaccano le loro prede in corsa o addirittura in volo – sono ottimamente equipaggiati per la vita di rapina: osservandoli da vicino si è subito colpiti dalle loro grandi mandibole, slanciate e acutissime, a forma di falce dal bordo seghettato e munita di quattro lunghi denti. Quando si chiudono, queste specie di cesoie si incrociano per un buon tratto e non lasciano scampo alle vittime, che possono esserne letteralmente tagliate in due come da un colpo di forbici.



Carnivori agguerriti sono anche le larve, che però non cacciano in movimento ma mediante una curiosissima tecnica di agguato, per la quale la forma del loro corpo si è modificata vistosamente: osservate al riguardo le illustrazioni a tempera qui di seguito, che si riferiscono alla specie più diffusa in pianura e alle basse altitudini, la Cicindela campestris (vi anticipo che le due tavole sono tratte da uno splendido libro divulgativo d’altri tempi sulla vita dei Coleotteri, Caccia grossa fra le erbe, del quale riparlerò alla fine di questa chiacchierata).

Il vermiciattolo che nasce dall’uovo deposto in primavera nel terreno si scava come tana una galleria cilindrica verticale profonda una ventina di centimetri; il corpo è indifeso ma il protorace e la testa, armata di grandi mandibole a falce disposte verticalmente, sono corazzati e insieme chiudono con precisione l’imboccatura del sotterraneo. La larva attende immobile per ore e ore finché un insettino o un ragno passa sopra il tappo vivente: allora il predatore lo afferra e si lascia cadere con il suo bottino in fondo alla galleria.



Larva di Cicindela campestris nella sua galleria (spaccato).
I due uncini sulla gobba della larva le servono per ancorarsi nel caso in cui una preda robusta rischiasse di trascinarla fuori dalla tana.
Tavola di Mario Sturani, da "Caccia grossa fra le erbe".


Questa viene man mano ingrandita e approfondita col crescere dell’animaletto, che in autunno ne chiude lo sbocco e si rifugia sul fondo, a passare la stagione fredda in una specie di letargo. In primavera riprende la solita vita fino all’autunno successivo, epoca in cui la larva, che dalla nascita ha subito tre mute, è finalmente pronta per la metamorfosi. Blocca di nuovo l’ingresso della galleria e a una certa profondità la allarga facendone una celletta, in cui si immobilizza per trasformarsi prima in pupa (l’equivalente della crisalide delle farfalle) e poi in insetto perfetto. Quest’ultimo dopo una breve puntata all’esterno torna a interrarsi per svernare; ricompare nella primavera seguente, cacciando, riproducendosi e vivendo fin verso la fine dell’estate.

Pupa e spoglia larvale (vecchia pelle della larva) di Cicindela campestris nella celletta in cui avviene la metamorfosi (spaccato).
Tavola di Mario Sturani, da "Caccia grossa fra le erbe".




Il termine Cicindela ci è giunto dalla Naturalis historia di Plinio il Vecchio, grande naturalista romano del I secolo, che però chiamava in questo modo la lucciola. Per quanto io ne sappia, l’unico studioso che non si sia limitato a riferirlo ma abbia tentato di ricostruire l’origine della parola fu nel 1917 l’entomologo tedesco Schenkling, secondo il quale Cicindela è da ricollegare al verbo latino candère, risplendere (da cui provengono anche candela, candore ecc.), con il raddoppiamento della sillaba iniziale per indicare azione intensiva e il conseguente cambio della vocale da a in i, secondo un’altra regola della lingua. Insomma, il nome della Cicindela di Plinio significa “molto splendente” o “che non cessa di splendere” e per questo oltre che alla lucciola è stato più tardi attribuito da altri autori a diversi Coleotteri dai colori metallici, come le Cetonie o le Cantaridi. Finalmente, nel ’700 Linneo lo riprenderà per applicarlo in modo ufficiale e definitivo agli insetti di cui stiamo parlando.

E ora finiamo di classificare il soggetto delle foto di Roberto, che lo ha incontrato sul Legnone intorno ai 2200 m di quota. Si tratta della Cicindela gallica, una specie che i naturalisti, con un termine specialistico, definiscono eualpina (dal prefisso eu- che nel solito greco antico significa “bene, proprio, davvero”). Abita cioè esclusivamente le Alpi, tra i 1500 e i 2700 m, dalle Basses Alpes francesi fino al Tirolo e alla Baviera meridionale (in Italia la si trova dalle Alpi Marittime fino all’alta valle dell’Adige).





Qualche curiosità su alcune sue parenti esotiche. Le Cicindele contano il maggior numero di rappresentanti nel sud-est asiatico, dove alcune specie, come quelle del genere Tricondyla, vivono nel folto delle foreste. Poiché le larve non possono scavare le loro gallerie nel terreno, continuamente ricoperto dal cadere delle foglie, si sono adattate a ricavarle nei grossi rami marcescenti di alberi morti o malati!

Una Cicindela del Messico emana un gradevole aroma, cosicché le popolazioni locali ne fanno un infuso in alcool per ottenerne uno speciale liquore. Va detto come anche la nostra Cicindela campestris a volte diffonda un profumo che ricorda la rosa o la violetta.

Quanto alle grosse Manticora africane, veramente impressionanti per le mandibole smisurate e il grande corpo tozzo, una di esse compare in un episodio di un romanzo di Jules Verne, Un capitano di quindici anni. Dato che lo scrittore francese si ispirava spesso ad argomenti scientifici ed era un buon conoscitore di storia naturale (basti pensare alle sue accurate descrizioni di fauna marina in Ventimila leghe sotto i mari), nella circostanza non ci sarebbe niente di insolito, se non fosse che in quelle righe l’autore ha probabilmente nascosto uno dei suoi “scherzetti da studiosi”, vale a dire in grado di essere capiti solo da un pubblico competente.

Specifichiamo. Nella vicenda in questione uno dei personaggi, che in Africa è stato rinchiuso dentro un terreno cintato (dove però nessuno lo sorveglia), scopre una possibile via di fuga grazie a una Manticora, della quale per curiosità sta seguendo le peregrinazioni. Dopo averlo guidato verso la salvezza, l’inconsapevole alleato a sei zampe si congeda volando via; ma come sanno gli addetti ai lavori, una Manticora non potrebbe assolutamente farlo, dato che queste grosse Cicindele hanno perso l’uso delle ali.

Permettetemi di concludere con qualche caro ricordo personale. Proprio alla Cicindela campestre è dedicato per intero il primo capitolo del meraviglioso volume che ho già ricordato, “Caccia grossa fra le erbe”, scritto per i ragazzi dal naturalista torinese Mario Sturani nel lontano 1942: ormai da tempo esaurito quando mio padre ne scovò e me ne regalò una copia nel 1953, quel libro ha cambiato letteralmente la mia vita.

Avevo allora sette anni e quelle pagine, che con l’entusiasmo dei bambini lessi e rilessi fino a impararne lunghi brani a memoria, mi stimolarono a dedicare sempre maggior attenzione agli “scarabei” che incontravo durante le passeggiate con papà nelle belle campagne del Piemonte, dove trascorrevo abitualmente le vacanze al paesino dei miei nonni materni. A quindici anni, nel 1962, deciso a fare dell’osservazione dei Coleotteri un serio hobby scientifico incominciai anche a raccoglierli. Pur senza aver mai considerato la collezione in sé e per sé come il mio obiettivo principale continuo ancor oggi, a distanza di oltre mezzo secolo.

Nel 1964 ebbi la fortuna di conoscere di persona l’autore del mio adorato libro: trattandosi di una persona affabilissima, incominciai a fargli visita diverse volte all’anno e con lui nacque un’amicizia che sono orgoglioso di aver vissuto. Mario Sturani, pittore e ideatore di ceramiche d’arte, non era uno scienziato professionista ma si dedicava all’entomologia per pura passione, studiando in particolare i cicli vitali dei Coleotteri Carabidi; in proposito elaborò pubblicazioni apprezzate dagli specialisti di tutto il mondo. E’ famoso tra l’altro per aver riscoperto, negli anni 40 del secolo scorso, una rara, grande e bellissima specie delle Alpi piemontesi allora ritenuta estinta, il Carabus olympiae, che riuscì a far riprodurre in allevamento, descrivendone la completa biologia fino ad allora sconosciuta.

Se Roberto dovesse fornirci lo spunto per un prossimo post fotografando qualche specie di Carabus mi darà modo di riparlare di un grande, indimenticabile maestro.
Giancarlo Colombo


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