domenica 9 giugno 2013

Elateridi: i coleotteri con l’elastico

Roberto mi ha passato un paio di belle immagini di Coleotteri da lui fotografati in Grigna, con preghiera di classificarglieli. Si tratta del Selatosomus aeneus e della Ctenicera virensentrambi appartenenti alla famiglia degli Elatèridi, particolarmente interessante perché i suoi componenti sono dotati di uno straordinario meccanismo loro esclusivo, mediante il quale possono (tra l’altro) rigirarsi sulle zampe se si ritrovano capovolti “a pancia in su”. Dato che l'evoluzione non fabbrica un congegno così complesso per un obiettivo tanto semplice, molto probabilmente il meccanismo suddetto ha lo scopo assai più importante di sconcertare gli eventuali predatori, aiutando addirittura l’insetto a sgusciare via se viene afferrato. 
Selatosomus aeneus
Diversi rappresentanti della famiglia sono comuni nei prati e per i bambini di altri tempi, che vivevano molto più a contatto con la natura, uno di loro poteva costituire un insolito trastullo: mettendolo adagiato sul dorso l’Elateride raccoglie le zampe, sembra inarcarsi sulla schiena e all’improvviso scatta in un “salto” che in certe specie può raggiungere anche qualche decina di centimetri. Lo scatto, ripetuto finché l’animaletto non si ritrova rigirato dalla parte giusta, produce un distinto rumorino secco, da cui il nome inglese di click beetles dato a questi Coleotteri, espressione in cui beetle è l’equivalente del nostro “scarabeo” e click vuol dire allo stesso tempo “scatto” e “clicchettio”.
Ctenicera virens
(Attenzione, però: beetle in inglese non ha mai significato “scarafaggio”, insetto dell’ordine dei Blattoidei, che con i Coleotteri non hanno niente a che vedere. Per inciso, quando i famosi Beatles inventarono il loro nome - che si pronuncia esattamente come beetles - fecero un gioco di parole tra il termine che indica i Coleotteri e il verbo (to) beat = ‘battere il tempo, suonare con un determinato stile’; non immaginando certo che qualche giornalista italiano ignorante di scienze li avrebbe disgraziatamente battezzati “gli scarafaggi” anziché “gli scarabei”! Per chi ne fosse curioso, in inglese lo scarafaggio - il bulóo del nostro dialetto  - si dice cockroach, dallo spagnolo cucaracha. Restando in ambito musicale, questo era il soprannome dispregiativo che i rivoluzionari messicani di Pancho Villa davano al suo nemico presidente Huerta, da loro preso in giro con la famosa canzoncina… ma basta così).


Tornando allo scatto verso l’alto degli Elateridi, data la posizione in cui avviene non è ovviamente dovuto all’attività muscolare delle zampe. Per tentare di descrivere in breve e molto grossolanamente il loro marchingegno diremo che sulla superficie inferiore di una parte dell’insetto - il protorace, subito dietro la testa - c’è una specie di dentino, il quale al rilasciarsi improvviso di certi muscoli slitta di colpo in un alloggiamento del vicino mesotorace. L’effetto è una specie di contraccolpo che determina il “salto”; il meccanismo è così insolito e complesso che alcuni suoi aspetti non sono ancora stati del tutto chiariti dai fisici! 




Il nome scientifico del genere Elater, da cui prese nome l’intera famiglia, fu coniato nel ’700 dal solito Linneo e si ricollega alla radice del verbo greco elào = spingere, distendere; per cui “in grado di distendersi” si dice elastikòs. E’ curioso pensare che gli antichi Greci sarebbero stati in grado di capire benissimo questa parola oltre duemila anni prima che in Europa fosse conosciuta la pianta denominata dai discepoli di Linneo Hevea brasiliensis, l’albero della gomma.

La famiglia degli Elateridi, di aspetto molto omogeneo, è piuttosto cospicua, superando le 9.000 specie sinora classificate nel mondo (in Italia sono oltre 220), le cui dimensioni vanno da pochi mm a circa 7 cm di lunghezza nei più grandi rappresentanti tropicali. Le larve, cui la forma cilindrica molto allungata e la corazza a segmenti assai robusta hanno valso il nome di “vermi fil di ferro”, vivono sotto terra o nel terriccio vegetale, in cui la madre depone le uova e il loro sviluppo dura di solito due anni; possono essere sia carnivore (attaccando in particolare le larve di altri Coleotteri) sia vegetariane e in tal caso sono dannose soprattutto ai cereali, di cui rodono le radici. Gli adulti frequentano erbe e fiori, nutrendosi di polline o sostanze vegetali.



Alcune specie di Elateridi tropicali del centro e sud America, appartenenti al genere Pyrophorus, sono in grado di emettere luce. Detti localmente cucujos o cocuyos, hanno ai lati del pronoto (la superficie superiore del protorace) due aree circolari che diffondono una luminosità verde chiaro simile a quella delle lucciole; in alcune regioni gli indios che devono muoversi nella foresta di notte si legano ai sandali o direttamente alle dita dei piedi, per rischiarare il cammino, alcuni di questi grossi insetti (dai 2 ai 4 cm di lunghezza) completamente innocui, lasciandoli poi in libertà “dopo l’uso”. Al riguardo rammento un gustoso aneddoto riportato da un libro divulgativo francese di fine ’800: nel 1776, un cucujo giunto dall’America a Parigi probabilmente nascosto in un carico di legname si mise a volare di notte tra le case del sobborgo di Saint-Antoine, spargendo il panico tra gli abitanti!



Un ultimo appunto. I naturalisti del ’700, nell’escogitare i nomi di animali e piante che classificavano, erano spesso poetici: se osservate in particolare la seconda delle foto di Roberto vi sarà chiaro il motivo per cui gli Elateridi ricevettero anche la denominazione di Pettinicorni. Come già nel caso dei ventagli di lamelle del maggiolino, anche le antenne di varie specie di questa famiglia sono più sviluppate nei maschi. Costituiscono un appariscente carattere di dimorfismo sessuale, vale a dire la presenza nei due sessi di forme diverse, fenomeno presente in molti animali: l’aspetto delle femmine, più importanti per la riproduzione della specie, deve attirare meno i predatori, mentre i maschi, come appunto l’esemplare di Ctenicera della foto, devono essere più vistosi per farsi scegliere come partner.


Giancarlo Colombo

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