sabato 25 aprile 2020

La pratolina, la semplice bellezza della natura.

In questi giorni di faticosa reclusione causata da questa tremenda epidemia che ha messo in ginocchio il mondo intero, mi rendo conto di quanto mi manchi la mia quotidianità, il poter passeggiare all’aria aperta e inseguire le mie passioni naturalistiche.
E’ bastata però una piccola porzione di prato casalingo per vedere sbocciare, in questi giorni primaverili, deliziose Bellis perennis, chiamate comunemente margheritine o pratoline. Questo post è dedicato a loro: un esempio di resistenza alle avversità, che non teme gli ultimi geli invernali o le calde giornate estive e ci regala allegria anche in questi momenti difficili.
Questi fiorellini dall’aspetto delicato sono in realtà molto resistenti, nascono spontanei in tutti i prati italiani ed europei con fioriture che durano da marzo fino all’autunno. Pianta erbacea perenne, solitamente non più alta di 15 centimetri, possiede un solo capolino bianco o, in alcuni casi, soffuso di rosa porpora.


 La pratolina è una piante acaule, senza un fusto vero e proprio,
il peduncolo  floreale nasce direttamente dalla rosetta basale.

La corolla di petali si apre allo spuntare del giorno e si chiude completamente,
chinando il capolino sullo stelo.





La pratolina fiorisce da marzo a giugno ma non è raro
trovare sporadiche fioriture anche nei mesi invernali.
I colori, le forme e le sfumature della pratolina.























La pratolina è il simbolo della semplicità e dell'eleganza. Il poeta Giovanni Pascoli le ha dedicato un poema, che qui riporto:

BELLIS PERENNIS
I.
Chi vede mai le pratelline in boccia?
Ed un bel dì le pratelline in fiore
empiono il prato e stellano la roccia.
Chi ti sapeva, o bianco fior d'amore
chiuso nel cuore? E tutta, all'improvviso,
la nera terra ecco mutò colore.
Sono pensieri, ignoti già, che in viso
rimiran ora, ove si resti o vada;
nati così, nell'ombra, d'un sorriso
di stella e d'una goccia di rugiada...
O mezzo aperta come chi non osa,
o pratellina pallida e confusa,
che sei dovunque l'occhio mio si posa,
e chini il capo, all'occhio altrui non usa;
bianca, ma i lievi sommoli, di rosa;
tanto più rosa quanto più sei chiusa:
ti chiudi a sera, chi sa mai per cosa,
sei chiusa all'alba, ed il perché sai tu;
o primo amore, o giovinetta sposa,
o prima e sola cara gioventù!
II.
È il verno, e tutti i fiori arse la brina
nei prati e tutte strinò l'erbe il gelo:
ma te vedo fiorir, primaverina.
Tu persuasa dal fiorir del cielo,
fioristi; ed ora, quasi più non voglia
perché sei sola, appena alzi lo stelo.
O fior d'amore su la trita soglia!
Tu tingi al sommo i petali d'argento
d'un rosso lieve. Una raminga foglia
ti copre un poco, e passa via col vento...
O fior d'amore su la soglia trita!
o, quando tutto se ne va, venuta!
che vivi quando è per finir la vita!
e che non muti anche se il ciel si muta!
Hai visto i fiori nella lor fiorita:
vedi le foglie nella lor caduta.
Ti coglierà passando Margherita
col cuore assorto nell'amor che fu.
Ti lascerà cadere dalle dita...
- Egli non t'ama, egli non t'ama più! –


Giovanni Pascoli


Ai petali della pratolina la tradizione popolare affida le sorti amorose del m’ama non m’ama. Emblema del ruolo di grande responsabilità che le abbiamo affidato!

Come detto, la pratolina è il simbolo della semplicità e dell’eleganza ma anche della rinascita. Infatti la sua comparsa, legata all’arrivo della bella stagione, corrisponde alla rinascita della natura dopo le rigide giornate invernali.

Vorrei concludere anche io con questa bella metafora che, durante questi difficili momenti, presto si possa rifiorire alla nostra normalità!


Bibliografia
Giovanni Pascoli - Nuovi Poemetti (1909) - da NUOVI POEMETTI / IL NAUFRAGO – IL PRIGIONIERO - Bellis perennis


lunedì 20 aprile 2020

Ibis eremita, una triste storia

L’ibis eremita è una specie migratrice che prima della sua estinzione, avvenuta nel secolo passato, era presente nell’Europa centrale e meridionale, Nord Africa e vicino Oriente. A partire dal XVII secolo questa specie è andata incontro ad un drastico declino, che ne ha determinato la scomparsa da buona parte dell’areale ed in particolare dall’intera Europa, rendendola una delle specie maggiormente minacciate di estinzione a livello mondiale.
Nell’ambito di un progetto dell’Unione europea sulla sua reintroduzione coordinato dal Waldrappteam Progetto reintroduzione, con partner in Austria, in Italia ed in Germania, la specie sarà reintrodotta in Europa. Il progetto ha come obiettivo la creazione di una popolazione vitale e migratrice di ibis eremita, con colonie riproduttive in Austria e un sito di svernamento in Italia, presso la Laguna di Orbetello (GR). Ad oggi la riproduzione avviene in semi-libertà ma gli individui sono poi liberi di migrare, seguiti ed eventualmente soccorsi da dispositivi GPS. È auspicabile che il progetto abbia successo e che la specie possa in futuro tornare a popolare le Alpi, come è già avvenuto nel caso del Gipeto (Gypaetus barbatus).
Esemplare di Ibis eremita in un centro di ripopolamento austriaco.
Osservazioni di individui seguiti tramite GPS in Lombardia non sono una rarità mentre sono meno diffuse nelle nostre zone lariane.
Nel giugno del 2019 un individuo appartenente a questo progetto ha raggiunto la Valchiavenna passando la mia zona. Visto il numero esiguo degli individui liberati, i ricercatori hanno dato ad ognuno un nome, che nel caso di questo esemplare venne chiamato Sonic. Poiché grazie alle tecnologie satellitari, anche coloro che non partecipano al progetto possono comunque seguire gli spostamenti di questi uccelli, così non mi sono certo lasciato sfuggire l’occasione e sono corso ad osservare Sonic quando decise di sorvolare le nostre zone.
Ibis eremita a Samolaco (SO)
Mappa riguardante il tragitto percorso nell’ultimo anno da Sonic.
Purtroppo però oggi è arrivata la notizia che Sonic, mentre stava ripercorrendo il tragitto fatto l’anno passato, è deceduto, causa elettrocuzione sul territorio svizzero, poco dopo aver lasciato la Valchiavenna. Una brutta notizia.

Mappa degli ultimi giorni dello spostamento di Sonic.
Il ritrovamento di Sonic. Foto autore sconosciuto.

Scheda
L’lbis eremita Geronticus eremita (Linneaus, 1758) appartiene all’ordine dei Pelecaniformes e alla  famiglia dei Threskiornithidae. Il nome del genere, Geronticus, deriva dal greco antico γέρων (geron), col significato di "anziano nell'aspetto" per via della testa glabra e rugosa di questi animali, che ricorda la testa pelata di una persona anziana. Il nome della specie, eremita, deriva invece dal latino e greco antico ἐρημία=eremia, "deserto" o "solitudine", in riferimento ai luoghi aridi e rocciosi che questa specie utilizza. Il primo a classificare questa specie fu il naturalista svizzero Conrad Gessner descrivendolo come “corvo selvatico”. In seguito Linneo nel 1758 la ribattezzo’ Upupa eremita. Si dovette attendere il 1832 quando Georg Wagler riclassificò la specie come è attualmente.
foto ibis
L’Ibis eremita può raggiungere un peso tra 1 e 1,5 kg ed un’apertura alare fino a 125 cm. Maschio e femmina non mostrano particolari differenze. La testa negli adulti è priva di piumaggio e circondata da una sorta di corona di piume più lunghe. L’Ibis ha un lungo becco incurvato verso il basso che utilizza per estrarre le prede dal terreno (principalmente vermi e larve d’insetti). A differenza della maggior parte degli appartenenti alla famiglia dei Threskiornithidae, che vivono in aree umide e nidificano sugli alberi, l’Ibis eremita predilige le zone rocciose e le scogliere, dove nidifica, mentre in prossimità di zone semiaride ricerca il cibo. Nei pressi delle zone di nidificazione deve essere sempre comunque presente una fonte d'acqua.

Un tempo l'areale dell’Ibis eremita era molto esteso: lo si trovava praticamente in tutto il Nord Africa ed il Medio Oriente, oltre che nelle aree montane e nelle scogliere dell'Europa meridionale, ma anche in Svizzera, Austria e Germania.
Alcuni secoli fa questa specie si avviò verso un lento ed inesorabile declino che ne causò la sparizione prima dall'Europa centrale, poi dall'Europa meridionale.
In Nordafrica la popolazione di questi uccelli è rimasta invece piuttosto stabile fino alla metà del XX secolo, quando anche qui vi è stata una diminuzione costante del numero di Ibis eremita. L’ultima colonia algerina di questi uccelli è scomparsa alla fine degli anni ottanta mentre in Marocco si è passati dalle 38 colonie nidificanti censite nel 1940 alle 15 del 1975.
Attualmente la stragrande maggioranza di questi uccelli è concentrata in Marocco e in Turchia dove si è conservata per secoli grazie anche alla protezione delle autorità religiose locali, in quanto la migrazione annuale degli Ibis tradizionalmente guida i pellegrini verso La Mecca. Ancora oggi esiste una festa che celebra il ritorno di questi animali dalla migrazione verso sud.
In rosso le arre dove lIbis eremita è estinto; in viola dove è  nidificante; in verde dove è presente; in rosa presente come raro accidentale.


curiosità
a scuola di migrazione LINK


venerdì 20 marzo 2020

Un inizio di primavera che non scorderemo

Oggi 20 marzo, per la precisione alle ore 4:49 (CET*), si è verificato l'equinozio di primavera. Questo evento astronomico cade in un periodo difficile per la popolazione mondiale. Mi riferisco infatti alla pandemia in corso dovuta al Coronavirus (COVID-19). Mai avrei immaginato di vivere un’esperienza simile a quella che, i miei genitori vissero con l’influenza “spagnola” nome con il quale fu chiamata in Italia la pandemia influenzale degli anni 1918-1919. Fu la peggiore catastrofe del Novecento che fece molti più morti della prima o la seconda guerra mondiale. Il picco di quella tragedia si consumò in appena un anno, a partire dalla primavera del 1918, con un totale di morti stimato tra i cinquanta e i cento milioni, mentre i morti della Grande guerra, che allora si stava concludendo, furono in tutto diciassette milioni. La cosa strana è il fatto che “la spagnola” non ebbe origine in Spagna, ma pare sia stata originaria del Kansas.
Motivo di questo “falso nome” è da attribuirsi alla scelta che in quel momento i principali Paesi che combattevano la guerra decisero di prendere e cioè quella di non diffondere l’annuncio di un’epidemia temendo che questo avesse riflessi negativi sul morale delle truppe già provate dalla guerra. A lungo la presenza di questa epidemia fu tenuta nascosta, ma non in Spagna (che in quel conflitto fu neutrale) dove già nella primavera del 1918 sui giornali spagnoli incominciarono ad apparire le prime notizie della diffusione di questa malattia.

Permettetemi una nota finale, che per molti può sembrare scontata, ma che tengo a fare.
In qualità di persone corrette e civili, rispettiamo le disposizioni sanitarie imposte dal nostro governo, proteggendo noi stessi, i nostri cari e tutta la popolazione.
Presto tutto sarà un brutto ricordo e potremo ritornare a godere delle bellezze che la natura ci offre...

Macaone (Papilio machaon)

Bibliografia
1918. L'influenza spagnola: La pandemia che cambiò il mondo - Laura Spinney, Editore Marsilio, 2017.

mercoledì 12 febbraio 2020

Il Pino cembro e l’eccellente memoria della Nocciolaia. Un sodalizio millenario.

Siamo portati a pensare che l’esperienze fatte dai nostri avi siano fonte di saggezze da tramandare ma questo è vero solo in parte! Basti pensare alle tante sciocchezze che si sono sostenute e narrate assecondando puramente la legge del “si racconta”. Molti sono gli esempi eclatanti tra i quali troviamo anche l’ingiusta accusa che viene fatta alla Nocciolaia (Nucifraga caryocatactes) diffamata, cacciata e accusata di essere l’elemento nocivo responsabile della diminuzione delle piante di Pino cembro sulle Alpi.
Fortunatamente però, alla luce dei più complessi rapporti che legano tra loro gli esseri viventi, la nuova "ecologia", oltre che sfatare vecchie credenze, sta ridando il giusto onore a specie bistrattate come, nel caso specifico, a questo uccello.
Nocciolaia (Nucifraga caryocatactes)
Sul rapporto tra la Nocciolaia e il Pino cembro (Pinus cembra) trascrivo parte di un bel articolo a cura di Markus Brupbacher apparso sul sito svizzero www.waldwissen.net.
“...Il pino cembro, chiamato anche cirmolo, è considerato il principe delle Alpi. Esso è in grado di sopportare temperature fino a -45° C, rendendo il cembro la specie arborea delle Alpi più resistente al gelo. Nelle cembrete dell’Engadina alcuni esemplari raggiungono un'età di oltre 1000 anni e riescono a crescere anche a quote di 2400 m s.l.m..
Grazie al loro temperamento di specie pioniere sono i primi alberi che crescono nella fascia del limite superiore della foresta, in stazioni dove devono fronteggiare valanghe, colate detritiche e cadute di sassi. Sono necessari almeno 40, ma a volte anche 90 anni affinché i cembri riescano a produrre i primi frutti, le pigne, che maturano e cadono al suolo solamente al terzo anno. Solamente ogni 5-7 anni gli alberi presentano una produzione abbondante di pigne, durante il cosiddetto “anno di pasciona”. Durante questi anni i cembri "inondano" letteralmente i boschi con i loro semini, molti di più rispetto a quelli che i vari animali che si nutrono di semi riescono a mangiare.”
Una Nocciolaia posata in cima ad un Pino cembro (Pinus cembra)
sembra reclamare il rapporto simbiotico con questa pianta.
“Il pino cembro cresce lentamente, ma con il tempo riesce comunque a superare il suo principale rivale, il larice, specie arborea dalla crescita rapida e fortemente esigente in fatto di luce. Nel corso degli anni gli aghi dei larici che cadono al suolo formano un tappeto spesso di strame non decomposto. Su questo substrato di humus grezzo e acido non riescono a germinare neppure i semi del larice stesso. Questo è il momento del Cembro, i cui semi ricchi di sostanze nutritive riescono comunque a germinare anche sul suolo acido e povero di nutrienti dello strato di lettiera composto dagli aghi, riuscendo poi a fare penetrare le proprie radici nel terreno sottostante. In questo modo gli alberelli di pino cembro riescono gradualmente a insediarsi nei lariceti puri, crescendo lentamente ma costantemente all'ombra dei larici. Dopo un paio di secoli il bosco misto di larici e pino cembro si trasforma in cembreta pura.”
Un verde cembro contrasta con il giallo dei larici autunnali.
Una competizione tra piante per la conquista del bosco.
“Per molto tempo l'intensità di utilizzazione del Pino cembro è stata maggiore rispetto al suo lento ritmo di crescita. In questo modo, attorno al 1900, nelle Alpi molti soprassuoli plurisecolari di pino cembro erano scomparsi o fortemente falcidiati. Tagli rasi estesi per la produzione di legna da ardere e dissodamenti mirati alla creazione di terreni per il pascolo, così come lo sfruttamento intensivo del suo legname profumato per fabbricare rivestimenti, mobili, contenitori per latticini oppure oggetti scolpiti e intagliati hanno minato fortemente la sopravvivenza del pino cembro. Inoltre anche i danni arrecati agli alberi durante la raccolta delle pigne e quelli provocati dal pascolo caprino hanno contribuito notevolmente alla distruzione delle cembrete.
Di conseguenza furono avviati vasti programmi di riforestazione. Alle popolazioni locali venne imposto il divieto di raccogliere i semi e le pigne del cembro, pratiche fortemente diffuse fino ad allora. Schiere di lavoratori pagati e strettamente sorvegliati dalle autorità forestali furono incaricate di raccogliere i semi per riprodurre il cembro nei vivai. Le popolazioni potevano acquistare solamente i sacchi di semi raccolti in eccedenza.”
Pigna di Pino cembro.
Pigna di Pino cembro in cui una Nocciolaia è riuscita a togliere
 le scaglie per poi estrarne i semi, utilizzando il becco come uno scalpello.
“Ben presto fu trovato il (presunto...) principale colpevole del declino dei popolamenti di Pino cembro. Si trattava di un uccello piuttosto vivace con un becco forte: la nocciolaia. Il "più pericoloso nemico" e "maggiore calamità" del Pino cembro: in tal modo Martin Rikli ha definito la nocciolaia nel suo libro del 1909 "Die Arve in der Schweiz" (il Pino cembro in Svizzera). Domenic Feuerstein nella sua pubblicazione del 1939 "Der Arvenwald von Tamangur” (La cembreta di Tamangur) accusa addirittura la nocciolaia di essere "un vorace predatore, un abitante intollerabile e un ospite miserabile” dei boschi di cembro. Un’ordinanza governativa emanata dal Cantone dei Grigioni imponeva l’abbattimento della nocciolaia in tutto il territorio dei Grigioni, pratica premiata con 1 franco per ogni volatile soppresso e finanziata per la metà facendo ricorso ai mezzi stanziati dalla Confederazione.
Quando questo "avido abitante delle cembrete" divenne meno numeroso molti speravano seriamente che le popolazioni di Pino cembro potessero finalmente riprendersi. Solamente nel 1961 la caccia alla nocciolaia venne abolita, allorquando nuove ricerche scientifiche, che fecero scalpore, rivelarono l'errore clamoroso. Esse mostrarono che non solo la nocciolaia non danneggia il Cembro - al contrario: essa è addirittura indispensabile al suo ringiovanimento e fondamentale per garantire la sua diffusione!
Questa acquisizione non era tuttavia così inaspettata in quanto sia il Rikli che il Feuerstein avevano riconosciuto, seppur in modo esitante, che la nocciolaia non doveva essere troppo demonizzata. Così il Rikli ammise che "non poteva negare che (...) la nocciolaia avesse un ruolo significativo (...) per la diffusione del Pino cembro", in particolare "grazie alla pratica di accumulare scorte di semi, che non riesce più a ritrovare successivamente".
Questa diffusione tramite semi nascosti nelle terreno era  descritta dal Feuerstein 1939 in modo quasi patetico: "... e grazie a queste dimenticanze alcuni piccoli cembri riescono a germinare...". Anche se sottolineava che tuttavia "in questo sistema di raccolta di semi da parte della nocciolaia non sembra esserci nessuna pianificazione o intenzione particolare". Ciononostante riteneva "stupefacente osservare come il nostro Creatore, malgrado il peccato di questo uccello, tutto questo abbia comunque un senso (...), considerato che la nocciolaia, nonostante la sua sciagurata pratica votata allo sperpero, sia comunque un uccello utile."
Nocciolaia
L’articolo di Markus Brupbacher ben descrive le vicissitudini di questo uccello nel difficile rapporto con l’essere umano. Oggi abbiamo consapevolezza che la natura e l’evoluzione nel corso della storia abbiano creato intrecci a noi indecifrabili e spesso celati tra i vari esseri viventi ma sappiamo anche che a tutto c’è una risposta. Resta però ancora da combattere l’arroganza umana che interferisce in rapporti che durano da millenni.

Il rapporto simbiotico tra la Nocciolaia e il Pino cembro è un dato di fatto. Rispetto alla maggior parte dei semi di altre specie di conifere, i semi del Pino cembro sembrano non possedere caratteristiche favorevoli alla loro diffusione, non possiedono alette per volare, sono più pesanti e inoltre, la pigna che li ospita, non si apre da sola. La Nocciolaia, usando il suo potente becco come uno scalpello, stacca le scaglie della pigna, estraendone tutti i semi con il becco, accumulandoli nel sacco golare posto sotto la lingua e riuscendo incredibilmente a trasportane un numero elevato che si aggira intorno ai 100 semi. Ma la Nocciolaia non finisce di stupirci poichè dal punto di raccolta le nocciole vengono trasportate nel raggio di 15 chilometri in numerosi nascondigli, tanto che è stato stimato che di queste “dispense” la Nocciolaia ne crei circa 10.000 ogni anno contenenti un raccolto stimato tra 30.000 e 100.000 nocciole. Di queste ne recupererà oltre l’80%, a volte addirittura sotto una spessa coltre di neve. Come faccia a ricordare e a ritrovare anche dopo diversi mesi tutti questi depositi, è tutt’oggi un mistero.
La Nocciolaia spacca le pigne con il forte becco per accedere ai semi di cembro del quale si nutre in modo quasi esclusivo. Essi servono d'altra parte anche come nutrimento per la prole.
La Nocciolaia recupera oltre l’80% dei semi nascosti. Grazie alla sua eccellente memoria, l'uccello trova i semi nascosti in precedenza anche sotto la neve.
Recentissimi studi hanno stabilito che la Nocciolaia sceglie come “magazzino” terreni secchi, non propizi alla germinazione dei semi, in modo che i pinoli si conservino più a lungo. Da un punto di vista ecologico, il comportamento della nocciolaia è abbastanza logico: se i semi non germinano, possono essere consumati anche dopo lunghi periodi o durante gli anni in cui la produzione di semi è scarsa. Vorrei comunque sottolineare che questo fatto non sminuisce l’utilità della Nocciolaia nella propagazione del Pino cembro. Essa infatti prestando le proprie ali, porta i semi in luoghi lontani dalle piante madri garantendo un’ampia distribuzione.
La Nocciolaia trasporta nel sacco golare una grossa quantità di semi di cembro
 per una distanza che si aggira intorno ai 15 chilometri dal luogo di raccolta.
La Nocciolaia occupa un vasto areale che va dalla Scandinavia fino al Nord Europa, alle foreste di conifere della taiga in Siberia e all'Asia orientale. In Italia nidifica sulle Alpi. La maggior densità si riscontra nel settore centro-orientale lombardo, in Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e Alpi occidentali piemontesi.
Distribuzione della Nocciolaia
 fonte: Di Buteo - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3726713
La Nocciolaia appartiene all’ordine dei passeriformi e alla famiglia dei corvidi. In pratica è una parente stretta della Gazza (Pica pica) tipica della pianura e della Ghiandaia (Garrulus glandarius), abitante della fascia montana. La Nocciolaia invece sta a quote più alte. La Nocciolaia e la Ghiandaia sono gli unici uccelli in Europa che costituiscono riserve di semi nel terreno.
Gazza (Pica pica)
Ghiandaia (Garrulus glandarius)
L’altro attore di questo post è il Pino cembro (Pinus cembra), una conifera tipica di montagna. Il suo areale principale è la Siberia centrale e, disgiunto, lo troviamo sull'arco alpino, nei Balcani e in Europa centrale. Lo si trova a partire dai 1200 metri di quota fino al limite superiore dei boschi di conifere subalpini, trovando condizioni ottimali tra i 1600 e i 2100 m di altitudine. In Lombardia è molto diffuso nel Bormiese e nel Livignasco dove forma sia boschi misti con il larice sia boschi puri. Raro sulle Orobie.
Il pino cembro sale spesso fino al limite del bosco associato al larice.
 La produzione di semi avviene soltanto ogni 6−10 anni.
Distribuzione del Pino cembro
Giovanni Caudullo / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0)
Tipico del “cembro” è il ciuffetto composto da cinque aghi.
Giovani piante di cembro affiorano dalla coltre nevosa.
In inverno i pini cembri sopportano temperature che possono raggiungere i meno 40°C.

Il cembro raggiunge un’altezza di 25 metri e molte superano i 1000 anni di vita.
Il legno di cembro si presta molto per la produzione di mobili per la sua venatura molto vivace per cui è molto apprezzato per rivestire i muri delle case alpine, in particolare le camere da letto e le Stuben (soggiorni tipici tirolesi). Il profumo del legno è forte e deciso ma molto piacevole e duraturo nel tempo.
Soffitto intarsiato presso il Palazzo Vertemate di Piuro (SO).
Il cembro ha una storia importante anche nelle sculture lignee. Dal XVII secolo questo legno venne utilizzato dagli scultori di varie vallate alpine per la realizzazione di meravigliose statue in legno grandi e piccole a temi diversi, non solo religiosi.

Quindi quando passeggiamo in un bosco di cembro e assaporiamo l’aria pura e profumata che vi si respira, ricordiamoci che quella particolare sensazione di benessere è il frutto di un sodalizio millenario tra la Nocciolaia e il cembro.


Bibliografia

Brichetti P. & Fracasso G. 2011, Ornitologia Italiana Vol 7. Perdisia editore. Bologna

Siti Web
www.waldwissen.net
wikipedia.org Nucifraga_caryocatactes
www.vogelwarte.ch