sabato 28 luglio 2018

Una coppia in rosso per l’eclissi più lunga del secolo.

Non potevo certo perdere questo evento astronomico della sera del 27 luglio 2018 in cui è stata protagonista la Luna con un’eclissi totale che verrà archiviata come la più lunga del ventunesimo secolo. La Val d’Esino è il luogo che scelgo per godermi questo evento: una tranquilla serata allietata da una fresca debole brezza, dal canto dell’Allocco e da un panorama suggestivo sul centro Lario.

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Il massimo dell’oscuramento era stato calcolato per le ore 22:21. Mentre il tempo passava e mi preoccupavo di aver scelto il luogo sbagliato, rischiando di perdermi il punto centrale dell’eclisse, ecco comparire la Luna dal profilo della montagna. Nulla da aggiungere allo spettacolo che regalato.

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La Luna entra nella penombra intorno alle 19:15, mentre l’inizio della totalità inizia intorno alle 21:30 raggiungendo il massimo alle 22:21. La totalità è finita alle 23:13 e intorno all’1:30 del 28 luglio la Luna, uscendo dalla penombra, conclude l’eclissi.


Le eclissi Lunari non sono un fenomeno raro in astronomia, se si considerano sia quelle parziali sia quelle totali. In media ne avvengono tre ogni due anni. Questa sera, però, c’è un fattore in più; il nostro satellite si trova all’apogeo, il punto più lontano dalla Terra, questo fa sì che la Luna si muova più lentamente di quanto farebbe se fosse più vicina alla Terra. Per questo motivo questa eclissi è la più lunga del ventunesimo secolo.

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L’eclisse non fa scomparire la Luna dal cielo ma la farà apparire di un intenso colore rosso scuro, dovuto alla componente rossa dei raggi solari rifratti dalla nostra atmosfera, finendo poi proiettati sulla Luna.


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La Luna attraversa il cono d’ombra prodotto dalla Terra, quando si trova tra il nostro satellite naturale e il Sole, dal quale proviene la luce che di solito illumina la Luna. Il fenomeno dell’eclissi si verifica solamente quando la Luna è in plenilunio e in opposizione rispetto al Sole.



Questa notte, oltre all’eclissi Lunare, si aggiunge un altro fattore: il pianeta Marte che è alla sua minima distanza dal Sole, una condizione ideale che rende visibile il pianeta rosso. Una serata quindi che non capita frequentemente: il cielo dominato dalla “coppia in rosso”.

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Con la Luna in eclissi, sul profilo della montagna, compare un inteso punto rosso. E’ il pianeta Marte.

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La Luna e Marte visibili nella notte scura.


Lentamente l’eclissi sta terminando e la Luna riprende il suo splendore.

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giovedì 21 giugno 2018

Estate è per l’agone il tempo degli amori.

Oggi 21 giugno alle 10:07 UTC inizia l’estate astronomica e sulle sponde lariane si assiste ad un frenetico movimento di pescatori. Cosa stanno pescando?

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Tanto interesse è dovuto alla presenza dell’agone (Alosa agone Scopoli, 1786, sinonimo Alosa fallax lacustris) un pesce pelagico che nel periodo da maggio a luglio raggiunge il litorale per la riproduzione.


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Un banco di agoni presso il litorale lariano.

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Gli agoni sono pesci dalle medie piccole dimensioni (lunghezza di circa 20-25 centimetri)
dall’elegante linea affusolata e dalle squame lucenti con riflessi azzurro-argento.

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L’inquadramento sistematico posiziona l’agone nell’Ordine dei Clupeiformi e nella Famiglia dei Clupeidi, unica specie di questa famiglia presente nel Lario. La tassonomia di questa specie è controversa: alcuni autori classificano l’agone dei laghi Prealpini ad una specie assestante mentre la maggior parte degli studiosi, tesi recepita anche dal decreto ministeriale (LINK), stabilisce che l’agone non è altro che una sottospecie dell’alosa (Alosa fallax) conosciuta anche come cheppia, specie diffusa nel Mediterraneo occidentale, nel Mar Nero, nell'Atlantico orientale e in parte del Mare del Nord. Essendo una specie anadroma (pesci che vivono per la maggior parte del tempo in acque salate e si riproducono in acque dolci), nel periodo riproduttivo risale i corsi d'acqua dolce che sfociano in questi mari. In pratica l’agone dei nostri laghi è una sottospecie di cheppia intrappolata nei laghi subalpini che si è adattata alle peculiari condizioni di vita dell'ambiente lacustre.

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Agone – Alosa.
Tavola a colori di Titti De Ruosi
Pesci delle acque interne d’Italia.



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Agone, stampa di autore e data ignota.
Archivio Associazione Culturale “L. Scanagatta”, Varenna.



In Italia il Genere Alosa è ben distribuito: l’Alosa fallax nilotica è presente in tutti i mari italiani e risale i principali corsi d’acqua dei due versanti della penisola e delle isole maggiori. L’agone (Alosa fallax lacustri) occupa i grandi laghi prealpini (Maggiore, Garda, Iseo, Como) e quelli della Sardegna (Lago Omodeo e medio Flumendosa). Questa specie è stata introdotta anche in alcuni laghi laziali (Bolsena, Vico, Bracciano).

Le alose o cheppie (Alosa fallax nilotica ) sono una specie eurialina (possono vivere, ma non sempre riprodursi, sia in acque dolci che a salinità marina) migratrice anadrome che risale per decine o centinaia di chilometri i corsi d’acqua fino ai tratti in cui sono presenti substrati ghiaiosi dove deporre le uova. L’agone (Alosa fallax lacustris) svolge l’intero ciclo biologico in acqua dolce: vive nella zona pelagica dei laghi, spostandosi nella zona litorale durante il periodo riproduttivo che va da maggio ad agosto.

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L’agone si alimenta prevalentemente di zooplancton, (soprattutto Daphnia hyalina e Bythotrephes longimanus) e copepodi (generi Cyclops e Diaptomus). In età adulta si ciba anche di larve d’insetti. Nel periodo riproduttivo non assume cibo. La crescita è simile nei due sessi nel primo periodo di vita mentre a partire dal 2°-3° anno le femmine crescono più velocemente. Non c’è dimorfismo sessuale. La maturità sessuale viene raggiunta nel 2° al 3° anno di età (lunghezza totale di 18-19 cm).

7-525px-Daphnia_pulex (1)Daphnia sp.
(Foto: Paul Hebert) [CC BY 2.5], via Wikimedia Commons

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Cyclops sp.
Immagine di pubblico dominio - wikimedia.org

L’agone depone le uova sui fondali ghiaiosi, tra maggio e luglio. La riproduzione ha luogo nelle ore notturne, con temperature dell’acqua di 18-20 °C; ogni femmina depone mediamente 15.000-20.000 uova biancastre non adesive, ma fluttuanti, che affondano lentamente e schiudono in circa sei giorni.


L’agone e il rapporto con l’uomo

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L’agone è un pesce che per lungo tempo ha avuto un ruolo determinante come sostegno alimentare alle popolazioni lariane. La configurazione geomorfologica del territorio non è particolarmente adatta ad un’agricoltura o ad una pastorizia redditizia. Il lago con i suoi pesci ha fornito quindi in passato un importante contributo alimentare. Per questo motivo l’attività di pesca fa parte della storia di questo territorio e ha origini lontanissime. Nel mosaico del V secolo situato nel battistero romanico di San Giovanni, sull’isola Comacina, vi è rappresentato un pesce che, a detta di alcuni, sembra proprio essere un agone.11_Isola-comacina-(46)-(Large)


Isola Comacina. L'unico edificio religioso ancora integro è la chiesetta barocca di San Giovanni. Al suo interno vi sono resti di murature romane e tardoromane, parte di fondazioni di una cappella romanica e resti di un mosaico del V secolo.


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Raffigurazione di un pesce presso la chiesa di San Giovanni. Questo mosaico alcuni lo identificano in un agone. (Fotografia di Marina Uboldi).


L'agone è un pesce di lago molto comune ed è pescato da secoli. Viene consumato sia fresco o salato ed essiccato prendendo il nome di missoltino nel linguaggio locale con diverse varianti Missoltit, Missultit, Missoltin. Oggi i missoltini sono una specialità gastronomica del Lario ma un tempo era semplicemente uno dei modi per poter conservare questo cibo per i mesi invernali.

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Missoltini.

Diverse sono le interpretazioni etimologiche del nome15-missolta missoltino: alcuni lo danno come derivato da missolta, nome dato al piccolo mastello in legno dalla base più larga in cui i pesci essiccati e salati erano conservati.

Disegno di antica missolta in legno
 da Pescatore del Lago, 1862



Altra interpretazione del nome Missoltin potrebbe essere una contrazione di “mis sota in del tin” messi nei tini. Da tempo la vecchia missolta in legno è stata sostituita da scatole in latta o mastelli in acciaio.

14-Cherubini-1Ulteriore interpretazione potrebbe essere quella di missolta=quantità, così come viene tradotta da Francesco Cherubini sul Vocabolario Milanese-Italiano datato 1814. A dire il vero lo stesso vocabolario riporta, alla voce missoltin, anche un accenno a misalta=carne di maiale salata.

Ad onor del vero, c’è anche la versione fantasiosa e priva di tracce documentative dove si racconta di una nobile signora scandinava, Miss Oldin, la quale avrebbe avuto il merito di aver insegnato ai comaschi questo modo di conservazione del pesce, secondo l’usanza del suo paese di origine. Da qui la trasposizione in missoltin.

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Agoni esposti al sole per l’essiccamento.


La preparazione dell’agone per diventare missoltino prevede l’eviscerazione, la salatura e all’essiccazione al sole e all’aria, la cui durata dipende dalle condizioni climatiche e dal grado di umidità. Una preparazione che richiede particolare attenzione nel dosaggio del sale: con poco sale il pesce non si conserva, ma con dosi eccessive diviene immangiabile.


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Moderna missolta. Dopo l’essiccatura, questi pesci vengono disposti ordinatamente nelle scatole di latta o in contenitori più grandi, alternando i pesci con foglie di alloro per migliorarne l’aroma. I nostri avi usavano molto l’alloro nelle conserve, come si tramandava per tradizione. Oggi sappiamo che questa pianta oltre ad avere un gradevole aroma ha anche un forte proprietà antibatterica che aiuta la conservazione degli alimenti.


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Disposti in questi contenitori, i missoltini, sono sottoposti alla pressatura per diverso tempo. Così compressi, secernono un grasso oleoso un tempo utilizzato nelle lucerne.

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Durate il processo di pressatura i pesci rilasciano una grasso oleoso che
va eliminato in quanto darebbe al prodotto finale un sgradevole sapore.

Altro metodo di conservazione è il pesce in carpione. Oggi è un gustoso piatto servito nei ristoranti lariani ma la sua origine era mirata alla conservazione del pesce. Questo metodo è molto antico e risale al Medioevo. Si tratta di una tecnica diffusa sia nel bacino del Mediterraneo che nell’entroterra. Nel volume De Arte Cocquinaria, il Maestro Martino da Como (importante cuoco del secolo XV) consigliava di conservare i pesci lacustri, dotati di carne “gentile e corruttibile”, in una “salamoja di aqua et aceto”. Il metodo di “carpionare” è semplice: il pesce, dopo essere stato infarinato e fritto, viene coperto con una marinata bollente preparata con aceto bianco, cipolla, aglio e l’aggiunta di erbe rigorosamente locali come il timo selvatico (Thymus sp.) e le foglie di alloro (Laurus nobilis).

A questo LINK è scaricabile una delle ricette locali sul pesce in carpione.

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Agoni in carpione.

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Il Timo selvatico, chiamato volgarmete in alcune aree lariane “erba del pess”, è una pianta aromatica spontanea diffusa sulle sponde lariane.


Come abbiamo visto l’agone è fortemente inserito nella storia locale anche sotto l’aspetto artistico.

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Agoni. Opera in rame a sbalzo e cesello di Danilo Vitali. L’artista non ha bisogno di pescare i pesci ma li crea. Bastano un foglio di rame, bulino e della pece.




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Agoni. Incisioni dell’artista Giancarlo Vitali.

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Il pesce, più delle volte è trattato solo come cibo e non come essere vivente. Questo animale però ha delle esigenze di vita che riguardano la conservazione e il rispetto del suo habitat, specialmente durante il periodo riproduttivo. Sebbene queste sembrino regole ovvie, a quanto pare l’essere umano fatica a recepirle, spinto dal suo arrogante modo di rapportarsi con gli altri esseri viventi. Nel 1862, Giovanni Cetti, nel suo libro Pescatore del Lario analizzando i metodi di pesca e le varie tipologie di pescatori, così scrisse: “I pescatori del Lario si possono dividere in tre classi, cioè: pescatori di professione, avventizi e dilettanti”. Dopo aver elencato la dura vita dei pescatori professionisti continua scrivendo: “ …vivono una vita di privazioni e di incomodità: non temono nè i cocenti raggi dell’estate, nè le assideranti bre32-Il pescatore del Lario-Cetti (Medium)zze invernali: sfidano i venti e le piogge, e mentre la notte i loro fratelli riposano dalle fatiche sepolti nel sonno, essi vegliano al lavoro per procacciarsi un sudato guadagno”. L’autore parla chiaramente di un preoccupante decremento della popolazione ittica, ipotizzando come causa le nuove attrezzature di pesca come ad esempio le nuove reti fatte in filo di seta, nelle cui maglie trasparenti i pesci restano impigliati senza scampo. La richiesta sempre più pressante da parte dei mercati fuori l’area lacustre, data anche dall’avvento di nuove vie di comunicazione e di trasporto, aumenta notevolmente la pressione umana sulla popolazione ittica. L’autore cita dei dati pubblicati nel 18461: “al tempo della frégola2 le barche che attendono alla loro pesca sul Lario sono circa 232, che ogni barca ne piglia presumibilmente 800 libbre comasche all’anno; e quindi la pesca annua degli agoni sarebbe di 185.600 libbre3”.

Il preoccupante forte declino ittico nel lago di Como incoraggia i pionieristici studi “Della pescicoltura”. Sono gli anni in cui si curarono i primi tentativi di immissione nel Lario del Lavarello (Coregonus lavaretus) e di altre specie ittiche.

La diminuzione del pesce diviene motivo di indagine di un apposita Commissione del Consiglio provinciale di Como, eccone uno stralcio:

Il Governatore della provincia con generale soddisfazione ha preso l’iniziativa per riparare alla decrescenza del pesce, da tutti lamentata, nelle nostre acque; e frutto degli studi di una Commissione da lui a questo scopo istituita e il progetto di regolamento, che da noi si prende in esame (...).

Si tratta con esso di procurare la moltiplicazione di questo importante genere di alimento, il quale ha il gran merito di conservarsi e d’accrescere naturalmente senza spesa, quanto appena sia moderata l’opera distruttiva dell’uomo; e si tratta di ottenerla non tanto coll’impedire l’abbondante presa, quanto col non lasciare che siano senza utile d’alcuno distrutte in embrione e nell’infanzia le diverse specie in esso, e di far si che l’abbondanza porti il buon mercato, e metta questo cibo alla portata dei mezzi del povero, e, in caso di carestia degli altri prodotti, possa supplire alla loro deficienza. 32-La fine della pesca nel lago di como

La relazione prosegue confermando quanto già stabilito in merito di pesca dai vari editti precedenti (1765 e 1774) dove viene fatta una prima regola sulla maglia delle reti e vietata la persecuzione dei pesci all’atto della loro generazione. Il 25 agosto 1861 con Reale Decreto viene emanato il regolamento per la pesca nei laghi e nelle acque pubbliche della provincia di Como. Ma si sa l’indole italica a non rispettare le regole è quasi una norma. Nonostante i vari divieti nel 1910 Alberto Ricordi pubblica il volume dal titolo inequivocabile “La Fine della Pesca nel lago di Como”. L’aurore, con grande coraggio per l’epoca e andando contro corrente (un precursore dell’ambientalismo lariano), così scrisse:

(...) la pesca che si fa all’agone è veramente spietata e si intensifica in modo impressionante di anno in anno. Il periodo della maggior produzione coincide coll’epoca vietata (...)

È appunto in tale epoca che le rive del lago sono completamente occupate dai pendenti4 talmente uniti fra loro da non poter neppure approdare con la barca (...).

E guai se una barca per sbaglio passa sopra queste reti! Sono minacce, imposizioni, violenze da parte dei proprietari che dalla mala consuetudine si sono creati un vero e proprio diritto.

In ogni tempo è vietata la pesca con il “sibiello” (guadino). Ebbene, lontano pochi metri uno dall’altro si trovano posti preparati per tale pesca; se ne contano a migliaia, si può dire, che si forma una linea ininterrotta di posteggio per la pesca proibita.

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Stampa ottocentesca in cui una nobile famiglia è intenta alla pesca dell’agone.
In primo piano la donna con un “sibiello”.

Questi posti sono diventati tradizionali, ed occupati sempre dalla medesima persona, tanto che nessuno si azzarderebbe ad occupare quello di altri (...).

In un paese noto per questa pesca clandestina, essa viene esercitata dai gruppi di ragazzi dagli 8 anni in su, dalle donne, dal sindaco... e dal curato, che naturalmente hanno posti distinti!

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Pesca all’agone con la canna dal trampolino (cavalett)...



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...o da una barca ancorata presso la riva, per gettare la lenza più lontana perchè l’agone verso il tramonto si avvicina lentamente alla spiaggia per deporre le uova, facendo un rumore caratteristico (barbuj) e mandando alla superficie dell’acqua delle bollicine d’aria. Immagine dei primi decenni del novecento.



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La pesca all’agone con il bilancino (quadrato), attrezzo composto da una rete da pesca a forma quadrata con quattro asole poste agli angoli che vengono fissate agli estremi di due aste metalliche incrociate, il tutto fissato da una corda ad un bastone che viene con ritmo alzato e immerso in acqua.

La situazione odierna di questa specie riporta un decremento demografico. La causa principale di questa riduzione è l’eccessiva pressione di pesca, condotta con strumenti sempre più distruttivi (in primo luogo le reti monofilo di nylon), anche nel periodo riproduttivo e a carico di individui in età pre-riproduttiva (Oppi e Novello, 1986).
L’alosa e l’agone sono sempre stati oggetto di pesca, sia professionale che sportiva, rivestendo localmente una certa importanza economica. Oggi, in seguito al decremento di tutte le popolazioni, i quantitativi del pescato sono sensibilmente inferiori rispetto al recente passato. Nella LISTA ROSSA dei pesci d’acqua dolce indigeni in Italia l’agone viene considerato “in pericolo”, l’alosa “vulnerabile”.
Tutte le specie del genere Alosa sono riportate nella Direttiva 92/43/CEE tra le “specie animali e vegetali d’interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione” e tra le “specie animali e vegetali d’interesse comunitario il cui prelievo nella natura e il cui sfruttamento potrebbero formare oggetto di misure di gestione”. Alosa fallax è inoltre elencata fra le specie protette nella Convenzione di Berna.


Concludo con le parole di Alberto Ricordi: quale destino si porti a questo povero pesce che paga colla vita il quarto d’ora d’oblio dell’amore!


1 – Dati pubblicati sul volume - Ittiologia della provincia e diocesi di Como, scritto da Maurizio Monti, 1846.

2 - La fregola. E’ il periodo in cui avviene la fecondazione e la deposizione delle uova nell'acqua da parte dei pesci. Questo termine è riferito principalmente ai pesci d'acqua dolce. Il nome deriva dal fatto che diverse specie di pesci usano strofinarsi alle pietre del fondo ghiaioso durante l’attività riproduttiva.

3 – Trasformare le libbre comasche è molto complesso. Tuttavia trovate le tabelle di conversione a questo LINK

4- Pendente è una tipologia di rete usata nella pesca dell’agone. 


Le opere d’arte di Danilo Vitali e Giancarlo Vitali sono di proprietà delle famiglie Denti di Varenna.


Bibliografia

Cherubini Francesco, Vocabolario Milanese-Italiano, Milano 1814.

Cetti Giovanni, Pescatore del Lario, Como 1862. Ristampa anastatica Dominioni, Como, 1999.

Ricordi Alberto, La fine della pesca nel Lago di Como, Milano, 1910. Ristampa anastatica Dominioni, Como, 2000

Zerunian Sergio, Pesci delle acque interne d’Italia. Quaderni di conservazione della natura numero 20, Istituto nazionale per La Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi”, 2002.

dal web

Buona Lombardia ERSAF . LINK

Il pesce in carpione - giornata nazionale del pesce in carpione. LINK

lunedì 28 maggio 2018

Lo Storno roseo, un migratore errante.

Era l’anno tra 1972 e il 1975. E se la data è incerta, certo non lo è il ricordo di quel giorno quando nel severo studio del maestro Luigi Scanagatta, fondatore del Museo Ornitologico di Varenna a lui poi intitolato, osservai steso sulla scrivania il cadavere di un esemplare di un uccello a me sconosciuto: lo Storno roseo. Scanagatta, conoscendo la mia passione per il mondo alato, mi aveva chiamato per mostrarmi questo reperto ricevuto poche ore prima da un suo conoscente di Colico. L’uccello era stato recuperato presso in Pian di Spagna (CO) località che all’epoca non era ancora una riserva naturalistica. Ricordo le parole di quest’uomo il quale, severo all’apparenza, sapeva sciogliersi parlando di natura e di animali.

Così mi disse: “Vedi Roberto, questo uccello viene da molto lontano, e precisamente dall’Asia. A volta capita che stormi di questa specie facciano delle migrazioni estreme che chiamiamo invasioni. Ora che lo hai visto, devo mandarlo immediatamente, prima che il reperto si danneggi, al Museo di Scienze Naturali di Milano per la preparazione tassidermistica”.

Questo ricordo è rimasto stampato nella mia mente. Sono trascorsi molti anni da allora e, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione e seguendo varie segnalazioni fatte in Italia, ho avuto la fortuna di osservare questi uccelli vivi e liberi. Infatti, nei giorni passati sui vari siti web specializzati di ornitologia, sono apparsi sempre più insistenti le segnalazioni di osservazioni di questa specie fino alla comunicazione di un amico che mi informa di un avvistamento in Valtellina. Io ed alcuni amici tentiamo così la ricerca e, con una certa dose di fortuna, avvistiamo in un campo uno stormo di questi viaggiatori erranti. Un’altra grande emozione da archiviare nel cassetto dei ricordi e un buon motivo per scrivere un nuovo post.

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Storno roseo (Pastor roseus), individuo adulto. Tra i sessi le differenze sono pressoché minime: la femmina ha una colorazione simile al maschio ma con una tonalità più opaca e meno iridescente sulle parti nere. Non ha inoltre riflessi purpurei sulla nuca.
Maggio 2018, provincia di Sondrio.




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Gli adulti oltre alla colorazione rosa che caratterizza parte del piumaggio, presentano una cresta di piume nere sulla nuca.




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La colorazione brunastra con sfumature castane indica che questo individuo ha un anno di vita.





Ma chi è lo Storno roseo? Il nome si modifica nel corso dei secoli: nel 1600 il naturalista Ulisse Aldrovandi lo chiamò Sturnus roseus poi Merula rosea e così scriveva "Vedo di più un merlo perché lo storno è maculato". Fu il famoso naturalista svedese Carlo Linneo ad assegnargli il definitivo nome scientifico di Pastor roseus (Linnaeus 1758) nome di derivazione latina Pastor=pastore per l’abitudine di seguire i branchi degli animali domestici come se fosse un pastore roseus=roseo dalla voce latina rosa. Il nome volgare italiano Storno roseo è facilmente collegabile al fatto di assomigliare allo Storno (Sturnus vulgaris) specie molto comune in Europa. Roseo per la particolare colorazione rosa di parte del suo piumaggio.

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Storno roseo, disegno di John Gould (1867).

Lo Storno roseo è distribuito come nidificante nella parte sud-orientale dell'Europa e nella regione meridionale dell’Asia temperata, dal Mar Nero coprendo il territorio del Kazakhstan fino alle steppe della Mongolia in aree dove è diffuso il bestiame al pascolo. E’ un migratore eccellente. La maggior parte di questi uccelli trascorre il periodo invernale nel Pakistan e nell'India. A volte, in gruppi di grandi dimensioni, migrano verso Ovest e Nord Ovest raggiungendo l'Italia, la Francia, la Germania e persino l'Inghilterra e la Danimarca. Come rarità, è stato osservato anche in Finlandia. Questi movimenti migratori vengono denominati “invasioni” e sono una conseguenza di annate di sovrappopolamento abbinate a carenze di cibo nelle abituali aree occupate da questa specie. L’illustre ornitologo Arrigoni degli Oddi e poi Martorelli registrarono questi avvenimenti di una certa rilevanza come eccezionali gli anni 1875, 1908, 1934, 1945 e 1962. Di seguito furono fatte diverse sporadiche segnalazioni in Italia ma con numeri bassi da non considerarsi come invasioni. In provincia di Lecco e Como l’ultima segnalazione risale al 2012 (Annuario C.R.O.S. Varenna). E’ presto per dire se questa che stiamo vivendo in questi giorni di fine maggio 2018 sia registrata come presenza rilevante ma di certo anomala lo è. Lo Storno roseo è tra le poche specie di uccelli che migrano da est a ovest, piuttosto che nella solita direzione da nord a sud.

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Osservazioni mondiali di Storno roseo, maggio 2018. (fonte INaturalist).

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Osservazioni in Italia di Storno roseo, maggio 2018. (fonte Ornitho).

L’habitat dello Storno roseo è caratterizzato da steppe e ambienti agricoli aperti con cespugli e alberi sparsi. Nei periodi di abbondanza di cavallette ed altri insetti la sua popolazione aumenta notevolmente. Quando il cibo scarseggia questi uccelli migrano in grossi stormi fino alle aree dell’Europa occidentale.

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Campo agricolo da poco falciato con al centro un ciliegio carico di frutta, questo è il luogo che un gruppo di storni rosei ha scelto per sostare per un breve periodo per poi proseguire nel suo viaggio.



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Nonostante gli storni siano una specie gregaria, quando si alimentano sugli alberi da frutto diventano chiassosi e litigiosi tra di loro, rivendicando il loro spazio.




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Gli storni rosei oltre alle cavallette e ad altri insetti, sono ghiotti di fichi, more di gelso, bacche mature ed uva. Questo li rende sgraditi agli agricoltori, basti pensare che in India e in Pakistan un numero considerevole di storni rosei vengono uccisi. In altre parti del mondo ed esempio in Armenia, questi uccelli vengono rispettati per via del loro utile aiuto nel contrastare le cavallette.



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Stormo di storni rosei posato su il filare del vigneto.

La nidificazione avviene tra maggio e luglio, durante il periodo di grande abbondanza di locuste. I nidi sono costruiti in buchi o fessure tra le rocce e nei ghiaioni. Vengono deposte da 3 a 6 uova e incubate per un periodo compreso tra 13 e 16 giorni. Dopo la schiusa, i pulcini rimangono nel nido per circa 25 giorni, nutriti da entrambi gli adulti quasi esclusivamente con locuste. I giovani Storni rosei sono costretti a lasciare le loro aree di allevamento piuttosto presto, circa a tre mesi, e vagano in aree idonee all’alimentazione per i restanti nove mesi. E’ prevista una sola covata all’anno.

Questi uccelli molto socievoli e spesso formano grandi e rumorosi stormi che a volte possono essere un problema per i coltivatori di cereali o frutteti. Tuttavia, sono anche di grande beneficio per gli agricoltori stessi perché, predando le terribili e bibliche cavallette, ne limitano il numero.

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Lo Storno roseo è un predatore di locuste, specialmente la Locusta migratoria, un ortottero della famiglia Acrididi che a volte è presente anche in Italia. Alla stessa famiglia appartiene anche La locusta egiziana (Anacridium aegyptium) comune nel bacino del Mediterraneo e sempre più presente anche nei territori lariani. Nella foto un esemplare di locusta egiziana fotografata in provincia di Lecco.

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L’ornitologo Giacinto Martorelli, autore di diverse pubblicazioni dei primi decenni del secolo passato, scrisse: “In Italia si può dire che un certo numero di Storni rosei giunge ogni anno, pochi però sono gli ornitologi che hanno avuto la fortuna di vederli in Italia ed io non ebbi mai a vederli”. Motivo in più per ritenermi molto fortunato per aver osservato questi uccelli.

Buon viaggio migratore errante!


Bibliografia

Arrigoni degli Oddi E., 1929, Ornitologia italiana, Ulrico Hoepli - Milano
Moltoni E., 1946, L’etimologia ed il significato dei nomi volgari e scientifici degli uccelli italiani – Milano
Martorelli G., 1960, Gli uccelli d’Italia, III edizione, Rizzoli Editore - Milano
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http://bengaluru.citizenmatters.in/4978-rosy-pastors-early-arrival-in-bengaluru-points-to-climate-change-4978