venerdì 20 marzo 2020

Un inizio di primavera che non scorderemo

Oggi 20 marzo, per la precisione alle ore 4:49 (CET*), si è verificato l'equinozio di primavera. Questo evento astronomico cade in un periodo difficile per la popolazione mondiale. Mi riferisco infatti alla pandemia in corso dovuta al Coronavirus (COVID-19). Mai avrei immaginato di vivere un’esperienza simile a quella che, i miei genitori vissero con l’influenza “spagnola” nome con il quale fu chiamata in Italia la pandemia influenzale degli anni 1918-1919. Fu la peggiore catastrofe del Novecento che fece molti più morti della prima o la seconda guerra mondiale. Il picco di quella tragedia si consumò in appena un anno, a partire dalla primavera del 1918, con un totale di morti stimato tra i cinquanta e i cento milioni, mentre i morti della Grande guerra, che allora si stava concludendo, furono in tutto diciassette milioni. La cosa strana è il fatto che “la spagnola” non ebbe origine in Spagna, ma pare sia stata originaria del Kansas.
Motivo di questo “falso nome” è da attribuirsi alla scelta che in quel momento i principali Paesi che combattevano la guerra decisero di prendere e cioè quella di non diffondere l’annuncio di un’epidemia temendo che questo avesse riflessi negativi sul morale delle truppe già provate dalla guerra. A lungo la presenza di questa epidemia fu tenuta nascosta, ma non in Spagna (che in quel conflitto fu neutrale) dove già nella primavera del 1918 sui giornali spagnoli incominciarono ad apparire le prime notizie della diffusione di questa malattia.

Permettetemi una nota finale, che per molti può sembrare scontata, ma che tengo a fare.
In qualità di persone corrette e civili, rispettiamo le disposizioni sanitarie imposte dal nostro governo, proteggendo noi stessi, i nostri cari e tutta la popolazione.
Presto tutto sarà un brutto ricordo e potremo ritornare a godere delle bellezze che la natura ci offre...

Macaone (Papilio machaon)

Bibliografia
1918. L'influenza spagnola: La pandemia che cambiò il mondo - Laura Spinney, Editore Marsilio, 2017.

mercoledì 12 febbraio 2020

Il Pino cembro e l’eccellente memoria della Nocciolaia. Un sodalizio millenario.

Siamo portati a pensare che l’esperienze fatte dai nostri avi siano fonte di saggezze da tramandare ma questo è vero solo in parte! Basti pensare alle tante sciocchezze che si sono sostenute e narrate assecondando puramente la legge del “si racconta”. Molti sono gli esempi eclatanti tra i quali troviamo anche l’ingiusta accusa che viene fatta alla Nocciolaia (Nucifraga caryocatactes) diffamata, cacciata e accusata di essere l’elemento nocivo responsabile della diminuzione delle piante di Pino cembro sulle Alpi.
Fortunatamente però, alla luce dei più complessi rapporti che legano tra loro gli esseri viventi, la nuova "ecologia", oltre che sfatare vecchie credenze, sta ridando il giusto onore a specie bistrattate come, nel caso specifico, a questo uccello.
Nocciolaia (Nucifraga caryocatactes)
Sul rapporto tra la Nocciolaia e il Pino cembro (Pinus cembra) trascrivo parte di un bel articolo a cura di Markus Brupbacher apparso sul sito svizzero www.waldwissen.net.
“...Il pino cembro, chiamato anche cirmolo, è considerato il principe delle Alpi. Esso è in grado di sopportare temperature fino a -45° C, rendendo il cembro la specie arborea delle Alpi più resistente al gelo. Nelle cembrete dell’Engadina alcuni esemplari raggiungono un'età di oltre 1000 anni e riescono a crescere anche a quote di 2400 m s.l.m..
Grazie al loro temperamento di specie pioniere sono i primi alberi che crescono nella fascia del limite superiore della foresta, in stazioni dove devono fronteggiare valanghe, colate detritiche e cadute di sassi. Sono necessari almeno 40, ma a volte anche 90 anni affinché i cembri riescano a produrre i primi frutti, le pigne, che maturano e cadono al suolo solamente al terzo anno. Solamente ogni 5-7 anni gli alberi presentano una produzione abbondante di pigne, durante il cosiddetto “anno di pasciona”. Durante questi anni i cembri "inondano" letteralmente i boschi con i loro semini, molti di più rispetto a quelli che i vari animali che si nutrono di semi riescono a mangiare.”
Una Nocciolaia posata in cima ad un Pino cembro (Pinus cembra)
sembra reclamare il rapporto simbiotico con questa pianta.
“Il pino cembro cresce lentamente, ma con il tempo riesce comunque a superare il suo principale rivale, il larice, specie arborea dalla crescita rapida e fortemente esigente in fatto di luce. Nel corso degli anni gli aghi dei larici che cadono al suolo formano un tappeto spesso di strame non decomposto. Su questo substrato di humus grezzo e acido non riescono a germinare neppure i semi del larice stesso. Questo è il momento del Cembro, i cui semi ricchi di sostanze nutritive riescono comunque a germinare anche sul suolo acido e povero di nutrienti dello strato di lettiera composto dagli aghi, riuscendo poi a fare penetrare le proprie radici nel terreno sottostante. In questo modo gli alberelli di pino cembro riescono gradualmente a insediarsi nei lariceti puri, crescendo lentamente ma costantemente all'ombra dei larici. Dopo un paio di secoli il bosco misto di larici e pino cembro si trasforma in cembreta pura.”
Un verde cembro contrasta con il giallo dei larici autunnali.
Una competizione tra piante per la conquista del bosco.
“Per molto tempo l'intensità di utilizzazione del Pino cembro è stata maggiore rispetto al suo lento ritmo di crescita. In questo modo, attorno al 1900, nelle Alpi molti soprassuoli plurisecolari di pino cembro erano scomparsi o fortemente falcidiati. Tagli rasi estesi per la produzione di legna da ardere e dissodamenti mirati alla creazione di terreni per il pascolo, così come lo sfruttamento intensivo del suo legname profumato per fabbricare rivestimenti, mobili, contenitori per latticini oppure oggetti scolpiti e intagliati hanno minato fortemente la sopravvivenza del pino cembro. Inoltre anche i danni arrecati agli alberi durante la raccolta delle pigne e quelli provocati dal pascolo caprino hanno contribuito notevolmente alla distruzione delle cembrete.
Di conseguenza furono avviati vasti programmi di riforestazione. Alle popolazioni locali venne imposto il divieto di raccogliere i semi e le pigne del cembro, pratiche fortemente diffuse fino ad allora. Schiere di lavoratori pagati e strettamente sorvegliati dalle autorità forestali furono incaricate di raccogliere i semi per riprodurre il cembro nei vivai. Le popolazioni potevano acquistare solamente i sacchi di semi raccolti in eccedenza.”
Pigna di Pino cembro.
Pigna di Pino cembro in cui una Nocciolaia è riuscita a togliere
 le scaglie per poi estrarne i semi, utilizzando il becco come uno scalpello.
“Ben presto fu trovato il (presunto...) principale colpevole del declino dei popolamenti di Pino cembro. Si trattava di un uccello piuttosto vivace con un becco forte: la nocciolaia. Il "più pericoloso nemico" e "maggiore calamità" del Pino cembro: in tal modo Martin Rikli ha definito la nocciolaia nel suo libro del 1909 "Die Arve in der Schweiz" (il Pino cembro in Svizzera). Domenic Feuerstein nella sua pubblicazione del 1939 "Der Arvenwald von Tamangur” (La cembreta di Tamangur) accusa addirittura la nocciolaia di essere "un vorace predatore, un abitante intollerabile e un ospite miserabile” dei boschi di cembro. Un’ordinanza governativa emanata dal Cantone dei Grigioni imponeva l’abbattimento della nocciolaia in tutto il territorio dei Grigioni, pratica premiata con 1 franco per ogni volatile soppresso e finanziata per la metà facendo ricorso ai mezzi stanziati dalla Confederazione.
Quando questo "avido abitante delle cembrete" divenne meno numeroso molti speravano seriamente che le popolazioni di Pino cembro potessero finalmente riprendersi. Solamente nel 1961 la caccia alla nocciolaia venne abolita, allorquando nuove ricerche scientifiche, che fecero scalpore, rivelarono l'errore clamoroso. Esse mostrarono che non solo la nocciolaia non danneggia il Cembro - al contrario: essa è addirittura indispensabile al suo ringiovanimento e fondamentale per garantire la sua diffusione!
Questa acquisizione non era tuttavia così inaspettata in quanto sia il Rikli che il Feuerstein avevano riconosciuto, seppur in modo esitante, che la nocciolaia non doveva essere troppo demonizzata. Così il Rikli ammise che "non poteva negare che (...) la nocciolaia avesse un ruolo significativo (...) per la diffusione del Pino cembro", in particolare "grazie alla pratica di accumulare scorte di semi, che non riesce più a ritrovare successivamente".
Questa diffusione tramite semi nascosti nelle terreno era  descritta dal Feuerstein 1939 in modo quasi patetico: "... e grazie a queste dimenticanze alcuni piccoli cembri riescono a germinare...". Anche se sottolineava che tuttavia "in questo sistema di raccolta di semi da parte della nocciolaia non sembra esserci nessuna pianificazione o intenzione particolare". Ciononostante riteneva "stupefacente osservare come il nostro Creatore, malgrado il peccato di questo uccello, tutto questo abbia comunque un senso (...), considerato che la nocciolaia, nonostante la sua sciagurata pratica votata allo sperpero, sia comunque un uccello utile."
Nocciolaia
L’articolo di Markus Brupbacher ben descrive le vicissitudini di questo uccello nel difficile rapporto con l’essere umano. Oggi abbiamo consapevolezza che la natura e l’evoluzione nel corso della storia abbiano creato intrecci a noi indecifrabili e spesso celati tra i vari esseri viventi ma sappiamo anche che a tutto c’è una risposta. Resta però ancora da combattere l’arroganza umana che interferisce in rapporti che durano da millenni.

Il rapporto simbiotico tra la Nocciolaia e il Pino cembro è un dato di fatto. Rispetto alla maggior parte dei semi di altre specie di conifere, i semi del Pino cembro sembrano non possedere caratteristiche favorevoli alla loro diffusione, non possiedono alette per volare, sono più pesanti e inoltre, la pigna che li ospita, non si apre da sola. La Nocciolaia, usando il suo potente becco come uno scalpello, stacca le scaglie della pigna, estraendone tutti i semi con il becco, accumulandoli nel sacco golare posto sotto la lingua e riuscendo incredibilmente a trasportane un numero elevato che si aggira intorno ai 100 semi. Ma la Nocciolaia non finisce di stupirci poichè dal punto di raccolta le nocciole vengono trasportate nel raggio di 15 chilometri in numerosi nascondigli, tanto che è stato stimato che di queste “dispense” la Nocciolaia ne crei circa 10.000 ogni anno contenenti un raccolto stimato tra 30.000 e 100.000 nocciole. Di queste ne recupererà oltre l’80%, a volte addirittura sotto una spessa coltre di neve. Come faccia a ricordare e a ritrovare anche dopo diversi mesi tutti questi depositi, è tutt’oggi un mistero.
La Nocciolaia spacca le pigne con il forte becco per accedere ai semi di cembro del quale si nutre in modo quasi esclusivo. Essi servono d'altra parte anche come nutrimento per la prole.
La Nocciolaia recupera oltre l’80% dei semi nascosti. Grazie alla sua eccellente memoria, l'uccello trova i semi nascosti in precedenza anche sotto la neve.
Recentissimi studi hanno stabilito che la Nocciolaia sceglie come “magazzino” terreni secchi, non propizi alla germinazione dei semi, in modo che i pinoli si conservino più a lungo. Da un punto di vista ecologico, il comportamento della nocciolaia è abbastanza logico: se i semi non germinano, possono essere consumati anche dopo lunghi periodi o durante gli anni in cui la produzione di semi è scarsa. Vorrei comunque sottolineare che questo fatto non sminuisce l’utilità della Nocciolaia nella propagazione del Pino cembro. Essa infatti prestando le proprie ali, porta i semi in luoghi lontani dalle piante madri garantendo un’ampia distribuzione.
La Nocciolaia trasporta nel sacco golare una grossa quantità di semi di cembro
 per una distanza che si aggira intorno ai 15 chilometri dal luogo di raccolta.
La Nocciolaia occupa un vasto areale che va dalla Scandinavia fino al Nord Europa, alle foreste di conifere della taiga in Siberia e all'Asia orientale. In Italia nidifica sulle Alpi. La maggior densità si riscontra nel settore centro-orientale lombardo, in Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e Alpi occidentali piemontesi.
Distribuzione della Nocciolaia
 fonte: Di Buteo - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3726713
La Nocciolaia appartiene all’ordine dei passeriformi e alla famiglia dei corvidi. In pratica è una parente stretta della Gazza (Pica pica) tipica della pianura e della Ghiandaia (Garrulus glandarius), abitante della fascia montana. La Nocciolaia invece sta a quote più alte. La Nocciolaia e la Ghiandaia sono gli unici uccelli in Europa che costituiscono riserve di semi nel terreno.
Gazza (Pica pica)
Ghiandaia (Garrulus glandarius)
L’altro attore di questo post è il Pino cembro (Pinus cembra), una conifera tipica di montagna. Il suo areale principale è la Siberia centrale e, disgiunto, lo troviamo sull'arco alpino, nei Balcani e in Europa centrale. Lo si trova a partire dai 1200 metri di quota fino al limite superiore dei boschi di conifere subalpini, trovando condizioni ottimali tra i 1600 e i 2100 m di altitudine. In Lombardia è molto diffuso nel Bormiese e nel Livignasco dove forma sia boschi misti con il larice sia boschi puri. Raro sulle Orobie.
Il pino cembro sale spesso fino al limite del bosco associato al larice.
 La produzione di semi avviene soltanto ogni 6−10 anni.
Distribuzione del Pino cembro
Giovanni Caudullo / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0)
Tipico del “cembro” è il ciuffetto composto da cinque aghi.
Giovani piante di cembro affiorano dalla coltre nevosa.
In inverno i pini cembri sopportano temperature che possono raggiungere i meno 40°C.

Il cembro raggiunge un’altezza di 25 metri e molte superano i 1000 anni di vita.
Il legno di cembro si presta molto per la produzione di mobili per la sua venatura molto vivace per cui è molto apprezzato per rivestire i muri delle case alpine, in particolare le camere da letto e le Stuben (soggiorni tipici tirolesi). Il profumo del legno è forte e deciso ma molto piacevole e duraturo nel tempo.
Soffitto intarsiato presso il Palazzo Vertemate di Piuro (SO).
Il cembro ha una storia importante anche nelle sculture lignee. Dal XVII secolo questo legno venne utilizzato dagli scultori di varie vallate alpine per la realizzazione di meravigliose statue in legno grandi e piccole a temi diversi, non solo religiosi.

Quindi quando passeggiamo in un bosco di cembro e assaporiamo l’aria pura e profumata che vi si respira, ricordiamoci che quella particolare sensazione di benessere è il frutto di un sodalizio millenario tra la Nocciolaia e il cembro.


Bibliografia

Brichetti P. & Fracasso G. 2011, Ornitologia Italiana Vol 7. Perdisia editore. Bologna

Siti Web
www.waldwissen.net
wikipedia.org Nucifraga_caryocatactes
www.vogelwarte.ch

mercoledì 1 gennaio 2020

lunedì 16 dicembre 2019

Inverno, tempo di peppole.

Il 22 dicembre 2019, alle 04:19 UTC (05:19 ora italiana) si archivia l’autunno e inizia l’inverno. Le peppole, uccelli dalle dimensioni circa di un passero, hanno migrato verso sud-ovest dalle loro aree estive, situate nei boschi del Nord-Europa e della Siberia e, ad intervalli irregolari, capita anche nelle nostre zone, che arrivino grossi stormi, come fossero vere e proprie “invasioni”. Questo fatto si ripercuote anche sui raggruppamenti serali ai dormitori che, in alcuni casi, possono ospitare anche diversi milioni di questi uccelli. I voli degli stormi, alla ricerca del luogo dove trascorrere la notte, sono uno degli spettacoli naturali tra i più affascinanti. Spesso questi dormitori sono all’interno dei centri abitati e in questi giorni è possibile osservarne uno a Mandello del Lario (LC), stimato in diverse centinaia di individui.
Un volo di peppole (Fringilla montifringilla) stanno raggiungendo il dormitorio serale.
Dicembre, Mandello del Lario (LC).

Per chi non fosse particolarmente esperto di ornitologia, ecco una breve descrizione della protagonista di questo post: la Peppola.

Peppole in raggruppamento prima di infilarsi nel folto dei rami di qualche conifera per trascorrere la notte.
 Dicembre, Mandello del Lario (LC).
La Peppola (Fringilla montifringilla) appartiene all’ordine dei Passeriformes ed alla famiglia dei Fringillidae. Uccello dal comportamento e abitudini molto simili al Fringuello (Fringilla coelebs), la si può considerare una “versione” settentrionale di quest’ultimo, infatti anche nel gergo dialettale la Peppola, in alcune località lombarde, viene chiamata “franguen dè muntagna” = fringuello di montagna o più semplicemente “montano”, “montanello”. Anche il nome scientifico montifringilla, nome composto da due voci latine montis=montagna e fringilla=fringuello (letteralmente fringuello di montagna) gli fu assegnato nel XVI secolo dal naturalista svizzero Conrad Gessner* e utilizzato in seguito anche dal famoso Linnèo. Più incerta è l’origine del nome volgare Peppola. L’ornitologo Edgardo Moltoni lo attribuisce ad origine onomatopeica derivante dal suo richiamo di contatto che utilizza insistentemente quando è in gruppo.

Il richiamo della peppola.  - Registrazione di Lars Edenius, XC439403. www.xeno-canto.org

Peppola maschio a sinistra, a destra Fringuello maschio.
La Peppola è una specie monotipica a distribuzione eurasiatica, nel Paleartico occidentale, ampiamente distribuita nella penisola scandinava, in Finlandia e in Russia settentrionale. Irregolarmente presente nei paesi dell’Europa centro-occidentale.
Distribuzione europea della Peppola. In verde l’area di nidificazione,
in beige quella di trasferimento e in blu quella di svernamento.

Tutte le popolazioni sono migratrici e svernano al di fuori dell’areale riproduttivo. Gli uccelli europei si dirigono principalmente verso sud-ovest in autunno. L'estensione dei movimenti post-riproduttivi è fortemente influenzata dalla disponibilità di cibo, che provoca forti variazioni locali del numero di soggetti svernanti e, soprattutto nell'Europa centro-meridionale, determina fenomeni invasivi che possono concentrare in uno stesso sito milioni di individui. In Italia la Peppola è migratrice regolare di doppio passo ed è legata principalmente ai rilievi dell’arco alpino, sostando nelle faggete, nei boschi di ontano e di betulla alla ricerca di nutrimento. Rarissime le segnalazioni di nidificazione in Italia, la maggior parte provenienti dalle Alpi centrali. Una di queste fu fatta nel 1930 presso il rifugio Grassi – Pizzo dei tre signori - (BG) dal Moltoni. La peppola nelle sue abituali zone di nidificazione fa una covata all’anno, raramente due, deponendo da 5 a 7 uova. Occupa campi coltivati a riposo o terreni incolti durante lo svernamento. La sua alimentazione si basa soprattutto di semi, bacche, e piccoli invertebrati.
Peppole in sosta lungo un valico alpino. Ottobre provincia di Como. La migrazione di questi uccelli avviene principalmente nelle due ultime decadi di ottobre e, in giornate particolari, si può assistere al passaggio continuo di stormi misti con fringuelli e altri passeriformi.
Peppola in sosta alimentare durante la migrazione. Ottobre provincia di Como. L’alimentazione della peppola è piuttosto variata e generalista. Durante l'inverno è principalmente a base di semi, granaglie, bacche. In estate la dieta è composta anche da insetti.

Maschio di peppola mentre si alimenta con le bacche del sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia).
Novembre, provincia di Lecco.
Lo studio tramite l'inanellamento degli uccelli ha tracciato in linea di massima i paesi d’origine delle peppole che arrivano in Italia, identificando la loro provenienza in una vasta area geografica che spazia dalle coste occidentali del Regno Unito e Francia alla Scandinavia fino ad aree siberiane. Non è quindi un migratore a lungo raggio e non necessita di raggiungere aree tropicali o equatoriali per svernare.
Mappa riguardante i movimenti delle peppole inanellate all’estero e riprese in ItaliaFonte: 
Atlante della Migrazione degli Uccelli in Italia (ISPRA).
Peppola con anello alla zampa. La lettura parziale dell’anello indica che è di provenienza svedese. Non riuscendo a leggere completamente il codice alfanumerico non si può risalire alla località e la data di inanellamento.
Nella Peppola i sessi sono contraddistinti da dimorfismo sessuale. Il maschio, principalmente in primavera, ha colori accesi e vivaci mentre la femmina mostra un piumaggio più dimesso e meno evidente anche se sommariamente simile a quello del maschio. I giovani ed i subadulti assomigliano alla femmina. La caratteristica che contraddistingue la peppola dal fringuello è il groppone bianchissimo che risalta in ogni suo movimento. Questo passeriforme ha dimensioni di cm 14-16, un’apertura alare di cm 25-27 e una massa corporea di g 23-29. Una peppola inanellata è stata ricatturata dopo ben 14 anni e 8 mesi. E’ un evento straordinario! L’aspettativa di vita infatti è molto più bassa essendo le peppole soggette a forti perdite per cause di vario genere.
Peppola: maschio e femmina

La peppola è un uccello territoriale e solitario. Durante la nidificazione, le migrazioni e lo svernamento diventa incredibilmente sociale, riunendosi in stormi a volte immensi. In questo modo capita di osservare la sera dormitori con diverse migliaia di esemplari frammisti ad altri fringillidi.
Lo stormo di peppole si apprestano al dormitorio, dicembre Mandello del Lario (LC).

I rami spogli si ornano di uccelli come fossero foglie.

Spesso al dormitorio si aggregano altri passeriformi.
Nella foto cardellini 
(Carduelis carduelis) e verdoni (Chloris chloris).
L’abitudine di radunarsi nei dormitori non è una prerogativa della peppola. Più o meno tutti gli uccelli fuori dal periodo riproduttivo si uniscono in raggruppamenti chiamati in gergo ornitologico roost.
Gennaio, cormorani (Phalacrocorax carbo) presso un dormitorio in Alto Lario.
Il roost è un termine che indica un raggruppamento di un gran numero di individui per funzioni diverse, di seguito indicate:

protezione dai predatori: i segnali di allarme degli individui più attenti possono funzionare da avvertimento per tutto il branco. La forza del numero diminuisce la probabilità che il singolo finisca vittima di un predatore. Gli individui competono per le posizioni centrali all’interno del roost, le più sicure.

protezione dalle intemperie: il luogo scelto per il roost è in genere posto in luoghi riparati dai venti, in situazioni climatiche più favorevoli rispetto al restante territorio (protezione termica) e in presenza di boschi di resinose (protezione visiva e dalle correnti d’aria). La presenza di tanti individui riuniti vicini tra loro aiuta a proteggersi dal freddo.

scambio di informazioni: alcuni uccelli sono più efficienti nel reperire il cibo. Gli individui giovani o meno esperti hanno l’opportunità di seguire i loro compagni più abili ed apprendere dove si trovano le migliori aree di alimentazione che non necessariamente sono vicine al dormitorio.
I dormitori non sono usati solo per trascorrere la notte. Specie notturne come i Gufi comuni fanno dormitori diurni, composti da decine di individui, spesso posti all’interno della chioma degli alberi, ben mimetizzati e difficili da vedere.
Dormitorio di Gufo comune (Asio otus). Questi roost spesso sono
composti da qualche decina di esemplari. Gennaio, provincia di Lecco.
La peppola fu protagonista nell’inverno del 2004-2005 del più grosso roost mai registrato in Italia con una concentrazione stimata tramite conteggi fotografici, in 1,5-3 milioni di individui. Questo evento ebbe luogo nella Val Vigezzo, una valle delle Alpi che parte ad est di Domodossola, collegando questo territorio in provincia di Verbania con Locarno, località svizzera sul Lago Maggiore. Fortunatamente ebbi la fortuna di visitare questo luogo ed assistere all’arrivo serale dell’enorme massa di uccelli provenienti dalle aree di alimentazioni, poste anche a notevole distanza. Fu un’esperienza unica ed indimenticabile.
Peppole in dormitorio, Val Vigezzo (VCO), Febbraio 2005.

 Il frastuono fatto dal volo e richiamo di milioni di peppole. Registrazione di Roberto Brembilla.

Concludo invitando chi ha la sensibilità all’osservazione della natura di andare ad assistere all’arrivo serale al dormitorio. Tuttavia non dimentichiamoci di essere sempre delicati e di evitare qualsiasi disturbo. Poiché il roost si forma al tramonto, se disturbati, agli uccelli resta poco tempo di luce per trasferirsi eventualmente altrove.
Speriamo quindi che, durante questo periodo di feste prolungate, venga sempre meno la brutta abitudine di far esplodere i botti. Infatti i forti rumori sono deleteri per la pacifica convivenza nelle nostre città di molte specie animali. 

Le caldi luci del tramonto tingono di rosa la Grigna e la luna illumina il crepuscolo serale. La colonna sonora, realizzata dal chiacchiericcio delle peppole oramai ben nascoste all’interno della vegetazione, accompagna una coppia di innamorati seduta ad ammirare il crepuscolo sul lago.

Il “chiacchiericcio” delle peppole al dormitorio.  Registrazione di  Bernard BOUSQUET, XC509262.  www.xeno-canto.org/509262.







* Gesner, Konrad von-
medico e naturalista svizzero (Zurigo 1516-1565). Versato in tutte le scienze, dalla filologia alla medicina, fu uomo di grande erudizione; in generale tuttavia si rivolse al mondo naturalistico; compì escursioni di studio sulle Alpi, interessandosi della flora e della fauna. Dall'osservazione diretta trasse intuizioni circa il rapporto tra la variabilità delle entità sistematiche e le caratteristiche ecologiche; ebbe abbastanza chiaro il concetto di genere della gerarchia sistematica animale e vegetale. Famosa la sua Historia animalium (1551-87), opera antologica in cinque volumi, illustrata con pregevoli incisioni. da: http://www.sapere.it/enciclopedia


Bibliografia

Moltoni E., 1946, L’etimologia ed il significato dei nomi volgari e scientifici degli uccelli italiani – Milano

Spina F. & Volponi S., 2008 - Atlante della Migrazione degli Uccelli in Italia. 1. non-Passeriformi. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).Tipografia CSR-Roma. 800 pp.

Brichetti P. & Fracasso G., 2013. Ornitologia Italiana, Vol.8, sturnidae-Fringillidae, Alberto Perdisa Editore, Bologna.

Brichetti P. Accertata nidificazione di Peppola Fringila montifringilla L. sulle Alpi centrali. Rivista Italiana di Ornitologia – Anno XLVII, Serie II

dal Web
http://web.tiscali.it/ebnitalia3/QB006

venerdì 22 novembre 2019

La migrazione delle Gru: un evento da ricordare

Ci sono momenti ed esperienze che inevitabilmente vengono fissati nella memoria di ognuno di noi. Questa è la cronaca di uno di questi particolari momenti emozionanti che condivido anche perché spunto per una riflessione sul tema del comportamento animale.
 
É una “normale” uggiosa giornata novembrina quando un amico mi chiama al telefono informandomi che in Riserva del Pian di Spagna (CO-SO) sono arrivate le Gru. Nonostante l’evento non sia particolarmente raro, in quanto questo uccello è migratore regolare e novembre è il mese tipico per osservare questa specie, per gli appassionati come me, la migrazione delle gru è un evento da non perdere, anche solo per il fascino del “Grande Nord” che questi uccelli portano con sé. Mi preparo e mi precipito in riserva nonostante mi venga segnalato che lo stormo, disturbato, si sia involato altrove.
Lo stormo di Gru (Grus grus) in sosta nella Riserva del Pian di Spagna.
Mentre mi reco in Riserva penso al luogo in cui potrei iniziare la ricerca nel caso questo stormo si sia solo spostato e non sia ripartito definitivamente proseguendo la migrazione. Giunto a destinazione, inizio la ricerca da una area idonea alla sosta di questi grandi uccelli. La fortuna mi assiste. Ecco le Gru posate in mezzo al campo e non posso far altro che esultare!

Questi uccelli sono molto sospettosi e sempre in allarme e per questo motivo non oso avvicinarmi e mi godo lo spettacolo a debita distanza. Cerco di contarle. Sono più di 100.
Mentre osservo lo stormo composto da individui sia adulti che giovani, mi chiedo quale sia il motivo di questa sosta. Sarà causa del meteo inclemente o forse sono fermi solo per riposarsi? Escudo una sosta per alimentarsi in quanto nessun individuo si sta cibando.

Danno l’impressione di non essere molto rilassate o quantomeno sembrano essere poco convinte del luogo scelto. Qualcuna si sta sistemando il piumaggio, altre si sistemano le ali per asciugarle dalla pioggia mentre gli esemplari esterni al gruppo sono molto attenti ad eventuali pericoli e pronti ad allarmare il gruppo.
Sono concentrato ad osservare il comportamento di questi uccelli e non mi accorgo che due Gru stanno arrivando in volo ma sono loro con un insistente vociare che attirano la mia attenzione: fanno diverse evoluzioni sopra il gruppo prima di planare a lato dello stormo. La scena è molto strana e mentre mi chiedo cosa facciano due Gru solitarie in disparte, il grosso stormo inizia a rumoreggiare con l’inconfondibile richiamo e tutte insieme ubbidienti al comando a noi sconosciuto si alzano in volo, disegnano varie figure fino ad assumere la forma idonea dello stormo in migrazione, il tutto accompagnato da un vociante richiamo.

Il vociante richiamo delle gru.

Non sono certo un etologo ma mi viene da pensare che le due solitarie Gru non erano altro che quello in ambito militare verrebbe chiamato “picchetto di avanscoperta”, cioè un’unità disposta in posizione avanzata rispetto ad una formazione più ampia con compiti di avanscoperta e avvistamento anticipato di eventuali pericoli. In pratica immagino che le due solitarie Gru siano andate in avanscoperta per trovare eventuali luoghi più tranquilli per una sosta o per decidere se fosse il caso di proseguire. Sta di fatto che quello a cui ho assistito è stato uno spettacolo che non dimenticherò mai.

Due solitarie Gru giungono in volo, probabilmente hanno
perlustrato la zona per trovare un luogo adatto alla sosta.

Il grosso stormo inizia a rumoreggiare con l’inconfondibile
richiamo e tutte insieme le gru si alzano in volo.
Lo stormo prende quota disegnando figure acrobatiche prima
di prendere la tipica posizione a V usata in volo migratorio.









La Gru (Grus grus) appartiene all’ordine dei Gruiformes ed è l’unica specie delle 15 che compongono la famiglia Gruidae ad essere presente in Europa, sia come nidificante (specialmente in Germania del Nord, Polonia e Paesi Scandinavi oltre che in Russia e Paesi Baltici), sia come svernante e migratore regolare. In Italia, un tempo, pare fosse anche nidificante, ma parliamo del XIX secolo. Oggi è svernate in alcune aree d’Italia poco disturbate dalla presenza umana. L’Italia è interessata da una rotta migratrice che le Gru percorrono in autunno attraversandola da Est ad Ovest e porta questi contingenti verso le aree di svernamento della Francia e della Spagna.

Rotte migratorie europee delle Gru.

Migrazione della Grus grus: in giallo l'estate,
in blu l'inverno
, in verde la rotta migratoria.
La Gru ha un aspetto inconfondibile: piumaggio grigio con una coda arricciata verso il basso, lunghe zampe e, negli individui adulti, è presente una caratteristica macchia bianca sul capo. Le dimensioni sono notevoli, può raggiunge i 120 cm di lunghezza e un apertura alare di cm 240. Sessi simili e nessuna differenza di piumaggio tra le stagioni. I giovani presentano una generale colorazione uniforme senza il bianco-nero del capo e del collo.


Questa specie è tendenzialmente gregaria. In migrazione forma gruppi composti anche da migliaia di individui.

Provincia di Alessandria, un migliaio di Gru raggiungono il dormitorio serale.



Le Gru hanno affascinato da sempre l’uomo. Giancarlo Marconi, sul sito del gruppo naturalistico Pangea, pubblica un interessante articolo di cui ne propongo alcuni spunti.

Le Gru compaiono innumerevoli volte, soprattutto nei trattati medievali di caccia. Nel De Arte venandi cum avibus di Federico II di Svevia, l’animale compare diverse volte, compreso anche aggredito dal Girfalco (Falco rusticolus)  un falco addestrato appositamente alla caccia, delle Gru.



Raffigurazioni di Gru dal trattato De Arte venandi cum avibus di Federico II di Svevia.

 Da wikipedia.org



Ma il fascino esercitato da questi uccelli ha in Europa radici ben più antiche: si pensi alle battaglie tra le gru e i Pigmei, raffigurate in molti vasi greci (celebre fra tutti il piedestallo del vaso François) o nei trattati morali dove la gru simboleggia la temperanza e l’accortezza.

Lotta fra i Pigmei e le gru. Fonte: www.iltermopolio.com

La Gru è simbolo di accortezza data dal suo portamento quando è in riposo, che avviene normalmente in acqua appoggiando il corpo su una zampa sola. Secondo il greco Solino, vissuto nel III secolo d.C e autore di una fortunata Collectanea rerum memorabilium, questo atteggiamento deriverebbe dal fatto che le gru terrebbero nel piede alzato una pietra che verrebbe gettata in acqua per svegliare le compagne al minimo sentore di pericolo, come rappresentato vivacemente in questa medaglia di Altdorf di Norimberga o in alcuni trattati sugli uccelli di epoca medievale, come quello appartenuto a Ulisse Aldrovandi e conservato presso a Biblioteca Universitaria di Bologna.

Medaglia dell’Accademia Altdorf, Norimberga, sec.XVI.

L’abitudine della gru di tenere alzata la zampa quando riposa viene riportata anche nella famosa raccolta di novelle di Giovanni Boccaccio attraverso la spiritosa storia di Chichibio. Durante la sesta giornata, prende la parola Neifile e racconta di Corrado Gianfigliazzi, ricco banchiere fiorentino con la passione degli uccelli e della caccia, che un bel giorno, durante un’uscita col suo falcone, cattura una gru “grassa e giovane”, e la fa cucinare al suo cuoco, il veneziano Chichibio. Ma mentre questi si mette a rosolare allo spiedo la gru, il soave profumo di carne arrostita attrae la serva Brunetta, di cui Chichibio è innamorato e alle insistenti richieste di costei per una coscia del volatile, Chichibio, prima le risponde cantando che non le darà nulla ma alle insistenze un po’ ricattatorie della bella servetta, il cuoco cede e gliene regala una. Alla cena, Corrado, si altera non poco vedendo che l’arrosto presenta una sola coscia e ne chiede la ragione a Chichibio, che altro non riesce a rispondere che le gru hanno sempre e solo una zampa sola. Corrado, gli dice allora di accompagnarlo la mattina presto seguente, per vedere se veramente il fatto risponde a verità. E in effetti, giunti vicino alla palude, vedono un gruppo di dodici gru ancora dormienti su una zampa sola. Chichibio crede di passarla liscia, facendo notare la caratteristica dei volatili dormienti, ma Corrado, con un sonoro “Oh,oh” fa alzare in volo le gru, che mostrano entrambe le zampe e si rivolge a Chichibio chiedendogli spiegazioni se non vuole incorrere in una dura punizione. Al ché il cuoco, con grande prontezza di spirito dice: Ma signore, ieri sera non avete urlato Oh,oh alla gru nel piatto! e tutto finisce in una sonora risata del padrone, che apprezza il motto di spirito del servo.

Chichibio e la gru, quarta novella della sesta giornata
del Decameron di Giovanni Boccaccio. 
Gru in riposo con la zampa sollevata.
Marzo Pian di Spagna (CO).
Singolarmente anche il comune  bergamasco di Leffe ha nel suo stemma la raffigurazione di una Gru con la zampa sollevata e un oggetto tra la zampa.  fonte:Stemmi Comunali Italiani, fonte:wikipedia.org


Dante nella Divina Commedia cita più volte il volo delle gru; E come i gru van cantando lor lai, faccendo in aere di sé lunga riga, così vid’io venir, traendo guai, ombre portate da la detta briga. Così Dante, nel quinto canto dell’Inferno, quello dei lussuriosi: i dannati di questo cerchio sono costretti a volare continuamente in un vento tempestoso, lamentandosi e bestemmiando la virtù divina in continuazione. Il paragone con i voli delle gru in migrazione è immediato.

Gru, stampa tratta  Naturgeschichte der Vögel Mitteleuropas
Johann Friedrich Naumann (1780-1857),1899.

Da wikimedia - licenza di pubblico dominio. 


Se nei trattati di caccia, le gru appaiono più o meno stilizzate, sarà Raffaello nel XVI secolo a raffigurare in modo reale la gru in un cartone preparatorio per un arazzo destinato ad ornare la parte inferiore della Cappella Sistina.



Cartone e arazzo della Pesca Miracolosa, 1514-1516.

  Attualmente i cartoni sono esposti al Victoria and Albert Museum di Londra,
 mentre gli arazzi fanno parte della Pinacoteca vaticana.

Da wikimedia - licenza di pubblico dominio.


curiosità

Nel 1946 viene fondata la “LAI” Linee Aeree Italiane per il riavvio dei servizi di linea regolari in Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale. Questa compagnia la cui flotta era composta da apparecchi Douglas DC-6 e DC-3 cessò l’attività nel 1956, anno in cui si fuse con l’Alitalia. Un suo famoso manifesto pubblicitario riportava un apparecchio seguito da uno stormo di gru, nella loro tipica formazione a “V”, o a “Y” rovesciata.

fonte www.italianways.



Bibliografia

Brichetti P. & Fracasso G., 2004. Ornitologia Italiana, Vol.2, Tetraonidae-Scolopacidae, Alberto Perdisa Editore, Bologna.

Dal WEB

G. Manconi - Un mondo di gru www.gruppopangea.org

Acta Ornithologica, 48(2): 165-177. 2013 - Autumn Migration of Common Cranes Grus grus Through the Italian Peninsula: New Vs. Historical Flyways and Their Meteorological Correlates Author(s): Toni Mingozzi et al. - Publysched By: Museum and Institute ef Zoology, Polish Academy of Scienze.



La registrazione del richiamo delle gru è di Stephan Risch - xeno-canto Sharing bird sounds from around the world.