mercoledì 28 settembre 2016

Il Piovanello pancianera, il limicolo che ha per casa il mondo

Settembre 2016. La migrazione post riproduttiva sul Lario ha regalato grandi emozioni agli appassionati di Birdwatching come l’osservazione della Sterna codalunga (LINK) o della Cicogna nera (LINK). Oltre a queste due presenze di riguardo ci sono state altre interessanti presenze ornitiche appartenenti al gruppo dei “limicoli”, uccelli frequentatori di ambienti umidi, melmosi e sabbiosi. La conformazione geologica del lago di Como è povera di questi luoghi e oltretutto i pochi siti con queste caratteristiche sono molto disturbati dalle varie attività ricreative umane. Vederli qui da noi è pertanto da considerarsi quasi un evento straordinario. Tra questi limicoli ho scelto di parlare qui del Piovanello pancianera, specie molto comune altrove ma alquanto poco presente nel territorio lariano.

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Piovanello pancianera (Calidris alpina), settembre, provincia di Como.

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L’alto Lario, precisamente la foce del fiume Mera, è una tra le aree lariane più visitate dai limicoli. La sua ampiezza dipende dal livello delle acque del Lago di Como che in certi periodi la fa scomparire quasi totalmente.

 

 

 

 

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Nonostante sia un ambiente idoneo alla sosta di questi uccelli, la loro permanenza si riduce a pochi giorni per non dire poche ore in quanto questo luogo è anche sottoposto ad un notevole disturbo umano che la rende pressoché inadatta alla tranquilla sosta e il foraggiamento di questi uccelli.

 

 

 

Ma prima di tutto chi sono i Limicoli?

Limicolo, al plurale limicoli, è un termine di uso comune per identificare alcune delle famiglie di uccelli appartenenti all’ordine dei Caradriformi che frequentano le acque basse melmose ricche di limo del mare e delle acque dolci (stagni, paludi, lagune ecc). I limicoli compiono spesso lunghi viaggi migratori tra le zone di nidificazione e quelle di svernamento. Durante questi spostamenti sostano per alimentarsi in ambienti umidi che pullulano di vita animale (insetti, lumache e vermi).

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Piovannelli pancianera alla ricerca di alimenti.

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Spesso i limicoli durante la migrazione o lo svernamento si riuniscono in gruppi anche di specie diverse. In questo caso un Piovanello pancianera (in primo piano a sinistra) è in compagnia di un Piovanello tridattilo (Calidris alba).

 

 

 

Il Piovanello pancianera (Calidris alpina) appartiene all’ordine dei Caradriformi e alla famiglia degli Scolopacidi. Il nome comune Piovanello pancianera è dovuto al piumaggio primaverile dell’addome su cui è presente una larga macchia nera. Il nome scientifico Calidris alpina è così descritto dall’ornitologo Moltoni: “Calidris, deriva dal nome greco, kàlidris, dato da Arispotele ad un uccello appartenente a una delle specie viventi sulle spiagge marine o lungo le rive di corsi d’acqua dolce. Mentre il nome della specie “alpina”, è dovuto al fatto che qualche volta lo si trova nelle zone elevate di montagna”.

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Piovanello pancianera (Calidris alpina) adulto in abito di transizione post riproduttivo. Settembre, provincia di Lecco.

Il Piovanello pancianera frequenta la regione biogeografia denominata “Olartico” che in pratica comprende la maggior parte dell'emisfero boreale, con esclusione delle regioni tropicali. Questa sua diffusione mondiale ha portato il Piovanello pancianera a differenziarsi per dimensioni e colorazioni tra le varie popolazioni. Per questo motivo sono state descritte diverse sottospecie così classificate:

Calidris alpina arcticola – Nord-Ovest dell’Alaska e Nord-Ovest del Canada; inverno in Cina, Corea e Giappone.
Calidris alpina pacifica - Sud-Ovest dell’Alaska; inverno nel Ovest degli Stati Uniti e nel Ovest del Messico.
Calidris alpina hudsonia – In centro Canada; inverno Sud-Est degli Stati Uniti e del Messico.
Calidris alpina arctica - Nord-Est della Groenlandia; inverno in Nord-Ovest dell'Africa.
Calidris alpina schinzii - Groenlandia, Islanda e Scandinavia; inverno nel Nord-Ovest dell’Africa.
Calidris alpina alpina - Scandinavia e nell'ex-Unione Sovietica;
                                         inverno nelle aree occidentali dell'India, alle coste dell'Arabia, dell’Africa nordorientale e del
                                          Mediterraneo.
Calidris alpina sakhalina - Russia; inverno Cina, Giappone e Taiwan.
Calidris alpina centralis – Siberia tra la Penisola del Tajmir ed il fiume Kolyma. Sverna tra il mediterraneo orientale,
                                               l’Africa nord-orientale e l’India. Forma intermedia tra c.a. alpina e la c.a. sakhalina, intermedia
                                               per colorazione e dimensione, ma non unanimemente riconosciuta.

Calidris alpina actites - Nord Sakhalin; svernamento sconosciuto.
Calidris alpina kistchinskii - Mare di Okhotsk a Isole Curili; svernamento sconosciuto.

7Distribuzione migratoria del Piovanello pancianera
autore Christof Bobzin – Dominio pubblico Wikimedia.org

Il Piovanello pancianera europeo nidifica in aree settentrionali fino alle latitudini artiche con una distribuzione circumpolare con tre sottospecie: la Calidris alpina artica che nidifica nel settore nord-orientale della Groenlandia e sverna nell'Africa nord-occidentale, la Calidris alpina schinzii nidificante in Groenlandia sud-orientale, in Islanda ed in Norvegia, per la maggior parte svernante nell'Africa nord-occidentale, specialmente Marocco e Mauritania e la sottospecie Calidris alpina alpina che si riproduce in Scandinavia e nell'ex-Unione Sovietica, che migra e svera fino alla porzione occidentale dell'India, alle coste dell'Arabia, dell’Africa nordorientale e del Mediterraneo. In Italia è specie migratrice regolare e svernante in circa 50 siti costieri con tre sottospecie: Calidris alpina alpina, Calidris alpina schinzii e Calidris alpina centralis. Oltre l’80% di queste popolazioni sono concentrate nelle aree umide dell’Alto Adriatico dove si possono osservare stormi composti da centinaia se non migliaia di individui. In territorio Lariano è migratore regolare di doppio passo con poche osservazioni e sempre riguardante individui solitari o gruppi composti da pochi individui.

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Distribuzione europea del Piovanello pancianera
fonte:www.birdguides.com

Limicolo di medie dimensioni, il Piovanello pancianera misura 160-200 mm di lunghezza con una apertura alare di 380-430 mm. Il peso è di circa 46-56 gr. In quanto a longevità, è stato registrato un individuo di 19 anni e 9 mesi.

9_Piovanello-pancianera_013Gruppo di piovanelli pancianera, settembre, provincia di Lecco.

Questo limicolo non ha un evidente dimorfismo sessuale. Generalmente il maschio presenta una colorazione più brillante della femmina, carattere poco apprezzabile in natura, mentre varia il piumaggio stagionale tra gli esemplari adulti a quelli giovani.

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Piovanello pancianera: a sinistra il giovane e a destra l’adulto.

L’habitat preferito di quest’uccello per la stagione riproduttiva è principalmente costituito da ambienti paludosi intervallati da acque di superficie, praterie costiere umide, saline e brughiere montane. Nella regione artica frequenta la tundra. Per il restante periodo questa specie frequenta una grande varietà di zone umide d'acqua dolce e salmastra, sia costiere che aree interne comprese le lagune, spiagge di acqua dolce fangose, aree di marea, campi allagati, impianti di depurazione, saline, coste sabbiose e gli estuari.

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Il piovanello pancianera maschio è il primo ad arrivare nelle zone di riproduzione dove è solito preparare una bozza di nido realizzandolo con raschiature sul terreno che poi riveste con erba e foglie. Con l’arrivo delle femmine il maschio cerca di attirare la futura compagna effettuando voli di visualizzazione che consistono in brevi planate con le ali arcuate rigide. Formata la coppia, è la femmina a scegliere una di queste raschiature terminando la costruzione del nido dove normalmente depone 4 uova. L’incubazione è a cura di entrambi i genitori e dura dai 20 ai 22 giorni. I giovani lasciano il nido poco dopo la schiusa ma sono dipendenti dagli adulti per circa 20 giorni. Durante il periodo non riproduttivo, il piovanello pancianera è altamente gregario e viaggia in gruppi numerosi sia durante la migrazione che durante lo svernamento.

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Piovanello pancianera  - da: THE BIRDS OF GREAT BRITAIN, John Gould - 1870

Questa specie è attiva sia durante il giorno che la notte. Si nutre sondando e conficcando il suo lungo becco nel substrato alla ricerca di cibo.

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Piovanelli pancianera in frenetica attività trofica.

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I limicoli sono attivi sia di giorno che di notte e spesso capita di osservarli in brevi pause di riposo.

Di seguito un breve video che rende bene l’idea della frenesia che caratterizza questi uccelli mentre si alimentano. 

Piovanello pancianera from Roberto Brembilla on Vimeo.

Cosa mangia il Piovanello pancianera?

Questa specie è praticamente onnivora. Durante la stagione riproduttiva si ciba di insetti (adulti e larve) come mosche, scarafaggi, tricotteri, vespe ed effimere. Non snobba i ragni, gli acari, i piccoli gasteropodi o gli elementi vegetali (di solito semi).

Durante la stagione non riproduttiva la dieta è basata principalmente di Anellidi quali i Policheti (LINK) e gli Oligocheti (LINK).

Come già detto il Piovanello pancianera si alimenta regolarmente sia di giorno che di notte. Uno studio eseguito su questa specie durante la migrazione autunnale nel mare 18danese di Wadden ha mostrato come questi uccelli tendano a differenziare l’habitat durante il giorno e la notte. In questa ricerca si è scoperto che il foraggiamento notturno è prevalentemente a base di Corophium volutator, invertebrato che pare sia molto importante per il ripristino dei depositi di grasso in uccelli migratori a lungo raggio.

Corophium volutator
fonte: <a href="http://www.discoverlife.org">
© Copyright Malcolm Piano 2011-2115

 

Lo stato di conservazione di questa specie è notevolmente minacciato nei luoghi riproduttivi per via della perdita del suo habitat e per via della predazione ai nidi da parte di mammiferi introdotti su alcune isole. La minaccia maggiore proviene dai luoghi di migrazione e svernamento: le bonifiche degli estuari, l'invasione di specie vegetali aliene, come l'erba Spartina anglica, che si è diffusa sulle piane fangose britanniche con la conseguente riduzione delle aree di alimentazione, la distruzione di importanti habitat di sosta migratori sulla costa del Mar Baltico adiacente alla regione di Kaliningrad della Russia, l'inquinamento petrolifero, il drenaggio delle zone umide per l'irrigazione e l’estrazione della torba con la relativa distruzione di habitat. E per non farsi mancare nulla questa specie è anche soggetta all’influenza aviaria (ceppo H5N1 in particolare) ed è quindi minacciata dai focolai di questo virus.

Purtroppo anche la situazione italiana è sfavorevole per questo uccello. Si è infatti registrato un notevole declino demografico nei siti di svernamento a partire dal 1970. La perdita di ambiente, dovuta al crescente disturbo causato dalle attività di allevamento e raccolta dei molluschi nelle aree di alimentazione, è una delle principali minacce nelle lagune dell’alto Adriatico e sul Delta del Po. Da aggiungersi anche l’attività venatoria e gli abbattimenti illegali alquanto frequenti.

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Come ribadito più volte su questo blog, se non si mette in atto una strategia di conservazione prevedendo una gestione ecologica nella protezione dei siti chiave utilizzati nella migrazione o nello svernamento, tra qualche anno ci ritroveremo con un pietoso impoverimento di fauna che nessuno sarà più in grado di recuperare! L’arroganza e l’ignoranza dell’essere umano stanno portando alla distruzione della biodiversità!

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Bibliografia

L'etimologia ed il significato dei nomi volgari e scientifici degli uccelli italiani – Edgardo Moltoni – Milano 1946.

Brichetti P. & Fracasso G., 2004. Ornitologia Italiana. Vol. 2 - Alberto Perdisia editore, Bologna.

Brichetti P.,Cagnolaro L., Spina F, Uccelli d’Italia, Giunti – 1986

Spagnesi M. & Serra L, 2003. Uccelli d’Italia – Quaderni di Conservazione della Natura Numero 16, Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi”

Harrison C., Nidi, Uova e Nidiacei degli uccelli d’Euopa – Muzio Ediore, 1988

Melville, D.S., Shortridge, K.F.; Letters in Applied Microbiology - Spread of H5N1 avian influenza virus: an ecological conundrum, 2006

Del Hoyo, J ., Elliott, A., Sargatal, J., Manuale degli uccelli del mondo, vol. 3: Hoatzin a Auks. Lynx Edicions, Barcellona, Spagna. 1996

CHECK LIST IN LINGUA ITALIANA DEGLI UCCELLI DEL MONDO - rif: Clements Check List

 

Siti web consultati

BirdLife International (2016) Specie: Calidris alpina. Scaricato dal http://www.birdlife.org (2016). Lista Rossa IUCN per gli uccelli. Scaricato dal http://www.birdlife.org (2016).

http://avibase.bsc-eoc.org/avibase.jsp

giovedì 22 settembre 2016

Primo giorno d’autunno e nei campi è in fiore lo Stramonio

Oggi, 22 settembre alle ore 14:21 UTC (le 15:21 italiane) inizia l’autunno astronomico.

In questo periodo dell’anno negli incolti vicino ai ruderi e lungo i margini delle strade possiamo scorgere una vistosa pianta dai fiori imbutiformi e dal frutto spinoso. Si tratta di1_Datura-wrightii_005 una specie alloctona naturalizzata in aree climatiche miti dell’Europa. Di origine americana e probabilmente anche asiatica, questa pianta ha innumerevoli nomi volgari: stramonio, erba del diavolo, erba delle streghe, noce spinosa, noce del diavolo e pomo della morte. Tutti questi nomi non lasciano dubbi sulla sua peculiarità di essere una pianta allucinogena e velenosa per l’uomo.

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Stramonio di  Wrightii
(Datura wrightii),
settembre, provincia di Lecco.

Le immagini di questo post ritraggono lo Stramonio di Wright (Datura wrightii), specie simile al più noto Stramonio comune (Datura stramonium). Il genere Datura ha diverse specie tutte legate a climi temperati e tutte velenose. Lo stramonio appartiene alla famiglia delle Solanacee, stessa famiglia delle melanzane, peperoni, pomodori e patate.0

 

 

 

Lo Stramonio comune si differenzia dallo Stramonio di Wrightii per gli steli verdi, le foglie più frastagliate, i fiori più piccoli e i frutti in posizione verticale, mentre lo Stramonio di wrightii ha gli steli violacei, le foglie ovate (più ampie e dai bordi leggermente irregolari) e grandi fiori e frutti appesi.

 

 

Stramonio comune Datura stramonium
Flora von Deutschland, Österreich und der Schweiz 1885.
Fonte: Wikimedia Commons

 

 

Lo stramonio è stato introdotto in Europa probabilmente come pianta medicinale e si è diffuso e naturalizzato velocemente nel sud della Francia, in Spagna e intorno ai paesi mediterranei. Lo Stramonio comune (Datura stramonium) è stata la prima specie a essere scientificamente descritta da Carlo Linneo nel 1753, utilizzando per il genere il nome di provenienza sanscrita “dhatura” (nome indiano “dhât” dato al veleno da essa estratto), altre ipotesi traducono il termine indiano dhatura in mela spinosa, ad indicare i frutti spinosi. Linneo coniò per la specie il termine stramonium, nome di incerta origine. Cento anni prima di Linneo fu l’inglese Nicholas Culpeper (medico, botanico ed erborista) a citare, nella sua opera Culpeper’s Complete Herbal, questa pianta come erba medicinale. Il nome scientifico della specie Stramonio di wrightii Datura wrightii è stato assegnato nel 1859 dal botanico Eduard Regel in onore alla figura del botanico, esploratore statunitense Charles Wright (1811-1885) che aveva scoperto questa pianta in Texas nel 1850. Lo stramonio è la più rinomata tra le piante usate nella stregoneria medioevale: veniva chiamata "erba del diavolo" o "erba delle streghe" e per questo motivo la troviamo citata nel volume Malleus Maleficarum=Martello delle streghe del 1486, redatto dei frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer allo scopo di reprimere in Germania l’eresia, il paganesimo e la stregoneria.

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Lo stramonio fu usato in medicina per la cura dell’asma.
I fiori essiccati e arrotolati venivano fumati come sigaretta per alleviare i sintomi di questa malattia. Infatti gli alcaloidi presenti inibiscono i muscoli nelle pareti delle vie aeree, allargando così i bronchioli e rendendo più facile la respirazione. Questa pratica, per via degli effetti collaterali, portava in realtà più danni che benefici anche perché la concentrazione di questi alcaloidi può variare notevolmente da pianta a pianta. Pertanto l’utilizzo di questa in medicinale è molto difficoltosa e rischiosa.

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Frutto e semi di Stramonio di Wrightii

 

 

 

Lo stramonio suscita tanto interesse anche per l’aspetto “sacro” che è collegato alle sostanze presenti in questa pianta. L'effetto allucinogeno di delirio è stato a lungo utilizzato per sperimentare “altre realtà", in particolare in India e presso tribù native americane. Alcuni sciamani si erano specializzati nell'uso di questa pianta per ottenere “sogni profetici” o per rituali iniziatici per i ragazzi. Tutte le parti di questa pianta contengono alcaloidi come la scopolamina e l'atropina che causano delirio, battito cardiaco accelerato e un aumento della temperatura corporea, seguita spesso da amnesie. Tutti sintomi spesso fatali o causa di numerosi casi di avvelenamento. Sembra impossibile ma ancora ai giorni nostri la cronaca riporta di casi di intossicazione da stramonio di persone sprovvedute che, volendo vivere sulla propria pelle questi effetti allucinogeni, si ritrovano spesso a sperimentare solo forte agitazione, confusione, dilatazione della pupilla, attacchi di panico e avvelenamento, che nei casi più gravi può anche condurli alla morte. Di seguito il link di alcuni fatti di cronaca:

Civitanova, mangia fiori di stramonio e cade in mare: ragazzo in rianimazione

Tè allo stramonio

Ferrara, universitario in coma

Ancora peggiore è l’ignoranza in fatto di erbe che, se non riconosciute con certezza, resta più saggio evitare di raccoglierle. Di seguito riporto un caso capitato ad una coppia di coniugi che hanno scambiato lo stramonio per fiori di zucca. (LINK)

Mentre queste signore hanno cucinato lo stramonio come fosse spinaci.(LINK)

Concludo ribadendo che tutta questa pianta è tossica: foglie, fiori, radici e semi compresi perciò deve essere bandita dall’uso erboristico privato. Tuttavia è doveroso un chiarimento a riguardo delle piante velenose o medicinali e, per far questo, utilizzo integralmente quanto riportato sul sito www.sostanze.info.

“Una pianta si può definire "velenosa" se contiene, in una qualsiasi parte, "principi attivi" in grado di arrecare un danno alla salute di chi ne viene, in qualsiasi modo, a contatto.
Molto spesso sentiamo parlare di piante "medicinali" e piante "velenose", piante buone o cattive, secondo un vezzo, del tutto umano, di distinguere ciò che ci circonda in soggetti utili o meno a noi stessi. In realtà quando dividiamo le piante secondo queste categorie commettiamo un grosso errore di superficialità e di presunzione, fondati sull’assunzione di superiorità della nostra specie rispetto a tutto il resto dell’ambiente naturale che, al contrario, si è evoluto in genere molto prima di noi.
E’ del tutto evidente che non esistono in natura piante utili o piante dannose, ma è l’uso più o meno corretto che ne viene fatto da parte dell’uomo che determina il grado di pericolosità o di utilità di una pianta”.


Curiosità:
Nel meraviglioso trittico “Giardino delle delizie” dipinto da Hieronymus Bosch (LINK descrizione del dipinto) vi è raffigurato la “noce spinosa” dello stramonio. Questo quadro raffigura figure mostruose, grottesche, strani esseri volanti, demoni, frutto di una fantasia da incubo. L’antropologo Puckert, senza nessuna prova, ha ipotizzato che Bosch abbia fatto uso di sostanze allucinanti come lo stramonio per realizzare queste immagini fantasiose.

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Giardino delle delizie, Hieronymus Bosch (1450–1516 circa) – Olio su tela 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid.
Fonte: Pubblico dominio Wikipedia

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Il giardino delle delizie,
pannello centrale, particolare in basso a sinistra
probabile raffigurazione del frutto dello stramonio.
Fonte Pubblico dominio Wikipedia

 

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Dettaglio del Giardino delle delizie, una schiera di uccelli scruta gli uomini nei pressi di un laghetto.

 


Bibliografia

Devoto G., Oli G. C., Vocabolario Illustrato della lingua italiana, 1971

Otto Wilhelm Thomé Flora von Deutschland, Österreich und der Schweiz (1885) – Germania.

Pignatti S., Flora d'Italia - Edagricole, Bologna.1982.

Malizia E., Hieronymus Bosch - Insigne pittore nel crepuscolo del Medio Evo - 2016

 

Dal web

www.actaplantarum.org

Wikipedia

domenica 28 agosto 2016

Il Beccamoschino, una specie nuova per il territorio Lariano

Siamo agli sgoccioli di agosto e fa ancora molto caldo perciò le scorribande dell’appassionato naturalista si svolgono ancora nelle fresche vallate alpine. Tuttavia, poiché in agosto è già attiva la migrazione post-nuziale, alcuni birdwatchers non temendo il caldo afoso e le zanzare, si addentrano tra la vegetazione palustre e proprio nella Riserva del Pian di Spagna (CO) uno di loro scova un minuto passeriforme, comune in aree mediterranee, ma una rarità per le terre Lariane. Si tratta proprio di un’occasione da non perdere! Ecco sul diario “Libereali” la pagina dedicata al minuscolo Beccamoschino, un vocifero uccello di palude, di colore fulvo rossiccio, striato di nero, dalla particolarità di essere “un po’ rumoroso con il suo tipico volo canoro”.

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Beccamoschino (Cisticola juncidis), agosto, Provincia di Como.

La sistematica posizione del Beccamoschino: nell’ordine dei Passeriformi, nella famiglia Cisticolidae dove in Europa è rappresentata da una sola specie, il Beccamoschino (Cisticola juncidis).

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Il Beccamoschino è un uccello molto nervoso e vivace, solleva spesso le penne del vertice e muove a scatti le ali e la coda.

 

 

L’etimologia del nome volgare Beccamoschino è l’unione di “beccare e moschino” per via dell’abitudine di nutrirsi di piccoli insetti. Il nome del genere Cisticola è di origine latina composta dalle voci cistus=cisto, e colo=io abito, juncidis=che vive nei giunchi.

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Il Beccamoschino difficilmente si posa al suolo e quando lo fa, si sposta a saltelli con il corpo tenuto orizzontalmente.

 

 

 

Tra le specie di uccelli europei il Beccamoschino è tra i più piccoli. La sua massa corporea è di soli 6-8 grammi, per una lunghezza di circa 10 centimetri ed una apertura alare di circa 12 centimetri.

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L’habitat del Beccamoschino
è caratterizzato da zone paludose o praterie umide, non è facile individuare questo piccolo uccello, a meno che non si riesca a seguire il suo caratteristico “volo canoro” fino all’atterraggio, che talvolta lo porta a sostare per qualche attimo sulla parte alta di un arbusto o di una canna.

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Questa specie è diffusa con diverse sottospecie in Eurasia, Africa, Indonesia e Australia. In Europa si concentra soprattutto nell’area mediterranea e non oltrepassa il 47° parallelo. Specie tendenzialmente sedentaria, durante la stagione fredda si sposta nella parte meridionale dell’areale abitualmente occupato, fino a raggiungere il Nord Africa.

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Distribuzione del Beccamoschino in Europa – Fonte www.birdguides.com

 

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L’ornitologo Paolo Savi nel suo volume Ornitologia Toscana edito nel 1827-1831 descrive così questo uccello: In tutti i luoghi palustri, coperti di Giunchi e d’erbe alte, trovasi il Beccamoschino nelle nostre pianure. Quando è fermo di rado si vede, perché sta nascosto nell’interno de’ cespugli o fra l’erbe; ma ordinariamente dopo esser rimasto per due o tre minuti a saltellare fra i rami delle Tamarici, Prunbianchi, Spincervini, ecc. O a scorrere sopra le foglie de’ Giunchi, Cannelle, e Ciperi, beccando i piccoli insetti, si innalza nell’aria, e dopo che volando si è trattenuto per un piccolo tempo alla medesima altezza, cala di nuovo a nascondersi dentro qualche altro cespuglio. Il suo volo non è unito né rettilineo, ma resulta dalla riunione di molte curve guardanti con la loro concavità in alto, curve che sono eguali in numero a’ copi d’ali dati dall’uccello, volando, per il solito manda un fischio acuto e forte, che sentesi anche ad una distanza assai grande, e che in qualche maniera si po’ imitare con la sillaba «zsip- zsip». Eccettuando il forte inverno, trovasi sempre fra noi.

 

Oggetto di una certa curiosità scientifica è la lunga stagione riproduttiva, che ha inizio in aprile e termina in agosto, con alcune eccezioni anche in settembre, ed è caratterizzata da accoppiamenti in buona parte poliginici in quanto un maschio può accoppiarsi con un numero di femmine che variano da 4 a 11. Il nido viene inizialmente creato dal maschio ma completato dalla sola femmina. La prole viene accudita dalla sola femmina. I giovani possono riprodursi già a soli 1 o 2 mesi di età.

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Uccello legato alla vegetazione nella quale si muove con notevole agilità, arrampicandosi su di essa e spesso con le zampe su steli diversi.

 

 

 

 

Le popolazioni di questi piccoli uccelli sono molto influenzate dall’andamento climatico: in annate con inverni particolarmente rigidi le popolazioni di beccamoschini vengono letteralmente decimate. Molti anni vengono richiesti per la ricostruzione di questi nuclei. Gli ultimi inverni sono stati particolarmente miti, motivo forse per il quale troviamo una timida presenza anche in aree non consone alle abitudini solite di questo uccello. Certo è che sia stato un vero piacere poterlo osservare!

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Bibliografia

L'etimologia ed il significato dei nomi volgari e scientifici degli uccelli italiani – Edgardo Moltoni – Milano 1946.

Brichetti P. & Fracasso G., 2008. Ornitologia Italiana. Vol. 5 - Alberto Perdisia editore, Bologna.

Savi P., Ornitologia Toscana, Volume Primo. Luciano Ferriani Editore, Milano. 1827-1831

lunedì 27 giugno 2016

Smergo maggiore con famiglia allargata.

Anche quest’anno si è svolto il censimento riguardante la nidificazione dello Smergo maggiore (Mergus merganser) sul Lario, delimitato alla sola provincia di Lecco. Le covate riscontrate sono state 15 per un totale di 120 pulcini (fonte C.R.O.S. Varenna).

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Smergo maggiore femmina con 18 pulcini nati da pochi giorni.

Durante questo censimento è stata osservata una femmina con 18 pulcini. Questa osservazione pone un quesito spontaneo: poiché mediamente lo Smergo maggiore depone 8-11 uova, a cosa è dovuto questo alto 2-Smergo-maggiore-p18_019numero di figli? Poiché inoltre osservazioni di famiglie così numerose di Smergo maggiore sul Lario non sono poi casi isolati (più volte sono state osservate nidificazioni di 15, 16 e 17 pulcini) cosa succede a queste famiglie così allargate?

Vi propongo di seguito una mia personale ipotesi supportata da studi e ricerche fatte su altre specie di anatre.

Smergo maggiore con pulcini di circa una settimana.

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Smergo maggiore con pulcini di circa 15 giorni.

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Lo Smergo maggiore, come altri uccelli, incuba le uova dopo la deposizione dell’ultimo uovo. Così facendo la schiusa è sincrona (i pulcini nascono tutti allo stesso momento). Altre specie di uccelli invece incubano le uova dopo la deposizione del primo uovo provocando così una schiusa asincrona (i pulcini nascono a giorni differenti). Poiché 18 giorni tra il primo e l’ultimo uovo sembrano effettivamente molti per iniziare l’incubazione, per spiegare la presenza di 18 piccoli credo sia più plausibile pensare che ci troviamo di fronte ad una deposizione simultanea di più femmine nello stesso nido. Questo evento viene denominato “amalgamation” in pratica una sorta di parassitismo (cuculismo) intraspecifico. Questo fenomeno si verifica di frequente in diverse specie di uccelli. Ad oggi si conoscono infatti ben 234 specie(1) che praticano l’ “amalgamation”.

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Smergo maggiore: al centro alcuni dei 18 fratelli.
A sinistra una femmina senza pulcini viene tollerata dalla madre che riposa sulla destra.

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Una femmina senza prole in compagnia di pulcini “non suoi”.

Questa fusione di più famiglie può essere di due tipi: il primo vede una femmina deporre le uova nel nido di un'altra femmina con quest’ultima che si curerà delle uova e della prole; il secondo invece consiste nell’abbandonare i propri nati ad un’altra femmina. Quest’ultimo caso però è considerato un comportamento accidentale. Sul Lario fino ad oggi le covate di Smergo maggiore con numeri elevati di figli sono da attribuire ad una probabile deposizione di più femmine in un solo nido. Questo è confermato dal fatto che i pulcini al seguito di covate numerose hanno tutti la stessa età perciò le uova si sono schiuse sincrone. Attenzione: uso il termine probabile perché solo un esame del DNA dei singoli pulcini porterebbe alla certezza dei genitori.

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Smergo maggiore con pulcini di circa un mese.

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Caso diverso, invece, è l’aggregazione di pulcini “orfani” ad individui adulti che si occuperanno dei piccoli fino alla loro indipendenza. Un esempio molto significativo e interessante è stata l’osservazione avvenuta nel 11-Edredone-Smergo_0002009 in Alto Lario, dove dei pulcini di Smergo maggiore senza adulto si sono imprintati con una femmina adulta di Edredone (Somateria mollissima) la quale se ne è presa cura.

 

Femmina di Edredone sostituitasi alla madre di giovani orfani di Smergo maggiore. Alto Lario 2009.
(Fotografia di Marco Ranaglia)

 

 

 

Ma a cosa è dovuto questo fenomeno di fusione di uova deposte da più femmine?

Tra i vari studi ne propongo due che ritengo siano i più plausibili. Il primo di questi si riferisce ad una ricerca mirata alla conservazione della popolazione di Quattrocchi d’Islanda (Bucephala islandica) che si riproduce nei laghi di foresta e negli stagni del Nord America occidentale, in Canada orientale e nel nord dell'Islanda. Questo uccello nidifica in cavità perlopiù di vecchi alberi. Da diverso tempo la tecnica di silvicoltura mirata al solo profitto economico ha rimosso, per scopi commerciali, le vecchie piante o i tronchi di alberi morti riducendo drasticamente le cavità dove queste anatre si riproducevano. Per cercare di contenere la drastica riduzione di individui di questa specie si è provveduto al posizionamento di nidi artificiali (cassette nido). Uno studio molto approfondito(2) ha rilevato i pro e i contro di questa operazione di posa di nidi artificiali. La ricerca ha riscontrato che, nonostante la loro potenziale utilità, le cassette nido a volte possono avere effetti opposti a quelli previsti, nascondendo delle “trappole biologiche”. Gli effetti dell'aggiunta di un gran numero di caselle in un'area limitata porta infatti una densità non naturale di coppie nidificanti che porta a sua volta ad alterazioni dell’habitat influenzando la struttura sociale di una specie. Questa ricerca ha evidenziato quanto la scarsità di siti idonei alla nidificazione abbia incoraggiato molte femmine a deporre le uova in un solo nido occupato da un'altra femmina, lasciando a quest’ultima la cura dei futuri nati. Questo tipo di parassitismo conspecifico del Quattrocchi d’Islanda è stato riscontrato in 12 dei 44 nidi posizionati in cavità naturali (27%). Mentre su alcuni laghi, la frequenza di parassitismo nel nido artificiale ha raggiunto il 100%. La più elevata concentrazione di uova parassite in un solo nido artificiale è stata di 28 uova; la normale deposizione di una singola femmina in genere è di 8-10 uova. Lo studio non vuole scoraggiare 12-Quattrocchi-d'Islanda-(8)l'uso delle cassette-nido nella gestione e conservazione ma solleva la consapevolezza di come i nidi artificiali possano influenzare le dinamiche comportamentali intraspecifiche e la riproduzione delle specie. Questo impone la necessità di maggiori informazioni sull’ecologia comportamentale degli uccelli nidificanti nelle cavità e stimolare la protezione dei siti naturali.

 

Quattrocchi d’Islanda (Bucephala islandica). Centro di Riproduzione e Conservazione “Monticello”.

 

Leggendo questo studio mi sono fatto una personale idea sulla nidificazione dello Smergo maggiore lariano. Come il Quattrocchi anche lo Smergo maggiore nidifica in cavità e la calcarea sponda lariana ne mette molte a disposizione! E’ anche vero che molti di questi anfratti sono posti a diversi metri dalla superficie del lago. Nei mesi primaverili spesso si 13-Bellagio-(3)osservano femmine fare voli ispettivi e acrobatici e piombare a grande velocità all’interno di queste cavità. Tuttavia questi anfratti in pareti a picco sul lago non sono certamente agevoli per i futuri pulcini che vi nascerebbero ma, poiché le cavità poste a pochi metri dalla superficie del lago sono già occupate, le femmine di Smergo si trovano costrette a scegliere questi nidi più agevoli e approfittano per deporre le loro uova ad altre femmine.


Parete a picco sul Lario con diverse cavità visitate abitualmente dallo Smergo maggiore.

 

Uno studio realizzato dall’Università di Potsdam ha come protagonista l’Edredone (Somateria mollissima). In questa ricerca si è scoperto che tra le femmine di edredoni è diffuso un tipo di parassitismo per cui le giovani femmine depongono le uova nel nido delle loro madri. Si è giunti a questa scoperta dopo aver esaminato dal punto di vista genetico il grado di parentela fra gli individui di due colonie nidificanti situate una nel sud del Mar Baltico e l’altra nell’Islanda del Nord. I ricercatori hanno definito questa forma di parassitismo “kin selection - selezione parentale” LINK, termine usato nel campo della biologia evolutiva e della sociobiologia per definire il comportamento per cui un soggetto rinuncia ad una parte di proprie risorse (tempo e/o energie) e si assume un determinato rischio per fornire un beneficio ad un altro soggetto con cui possiede un legame di parentela ravvicinato allo scopo di favorire la trasmissione preferenziale della propria linea genetica.

14-Edredone_002Edredone femmina.

La ricerca eseguita su campioni di sangue prelevati dalle femmine ha prodotto dati molto interessanti: su 140 esemplari adulti e 506 pulcini, un terzo dei nidi conteneva uno o più uova parassita. Inoltre in questi nidi circa il 40% dei pulcini era di una femmina diversa dalla titolare del nido. L’osservazione più sorprendente ha rilevato inoltre che le femmine parassite tendevano a deporre l’uovo nel nido di femmine più anziane e con legame di parentela stretto.

Che vantaggio porta un simile comportamento? La risposta potrebbe essere che le più anziani tendono a deporre meno uova delle giovani, le quali sono però anche coloro che ricevono più uova da altre femmine. Secondo i ricercatori il beneficio è evidente: le anatre più giovani tendono a fare più uova di quante se ne possano effettivamente occupare. Le più anziane invece sono meno fertili ma allo stesso tempo più abili nell’allevare i pulcini. Le analisi hanno inoltre dimostrato che solo un nido su sei fra le femmine giovani contiene uova parassite mentre la quantità di queste uova raddoppiano se le femmine hanno più di sette anni. In tre nidi addirittura non è stato trovato un solo pulcino che fosse davvero il figlio della titolare del nido (in questo caso le femmine titolari avevano un’età di 15 anni). Sul Lario (solo provincia di Lecco) il censimento dello Smergo maggiore ha registrato la presenza di 50 femmine, 15 di queste con pulcini al seguito mentre 35 erano senza prole. Anche se non è stata fatta nessuna analisi sanguinea, nulla ci impedisce di ipotizzare che i nostro smergo si comporti come l’Edredone del Baltico.

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Ecco il bello della natura: più si indaga più ci si accorge di sapere poco e nulla del mondo che ci circonda! E’ un mondo tutto da scoprire!


(1) An updated list and some comments on the occurrence of intraspecific nest parasitism in birds. Questo articolo presenta un elenco, di 234 specie di uccelli, in cui compare un parassitismo intraspecifico. 1 Struthioniformes, 2 Tinamiformes, 2 Procellariiformes, 6 Podicipediiformes, 5 Ciconiiformes, 1 Phoenicopteriformes, 74 Anseriformes, 1 Falconiformi, 32 Galliformes, 8 Gruiformes, 19 Charadriiformes, 9 Columbiformi, 5 Cuculiformes, 2 Apodiformes, 1 Coraciiformes e 66 Passeriformi.

(2) Alien eggs in duck nests: brood parasitism or a help from Grandma? LINK


Bibliografia

Brichetti P. & Fracasso G., 2005 Ornitologia Italiana. Volume 1 Gavidae-Falconidae. Alberto Perdisia Editore, Bologna

Pre-hatch and post-hatch brood amalgamation in North American Anatidae: a review
of hypotheses, 1988

Conspecific Brood Parasitism, Population Dynamics, and the
Conservation of Cavity-Nesting Birds - In Caro, T. ed. Behavioral Ecology and Conservation Biology. Oxford Univ . Press . Pp 306-340

An updated list and some comments on the occurrence of intraspecific nest parasitism in birds - Department of Zoology, TelAviv University, Israel, 2001