domenica 25 novembre 2018

Gli argentei ulivi del Lario

Nelle ultime settimane del mese di ottobre, si è visto un gran movimento di persone attrezzate di scale, ceste e reti tra i terrazzamenti delle sponde lariane. Tutti indaffarati per l’abbacchiatura delle olive. Chi ha provveduto a questa raccolta prima dell’arrivo del maltempo che ha caratterizzato la fine del mese di ottobre e il mese di novembre, ricorderà questo anno come uno dei più produttivi sia in termini di quantitativo raccolto sia di resa percentuale di olio. Per questo motivo mi sembra doveroso approfondire questo argomento, non tanto in termini agronomici ma piuttosto storici, in quanto la coltivazione di questa pianta ha lasciato un segno importante nel territorio lariano.

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Varenna, la raccolta delle olive.


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Biosio (Bellano), olive in attesa della molinatura

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L'Olivo o ulivo (Olea europaea) è una pianta originaria dell’Asia Minore e della Siria dove è comunissima allo stato selvatico. La sistematica la posiziona nella Famiglia delle Oleaceae e al Genere Olea. Le varietà coltivate per la produzione di olio si presume siano selezioni ottenute dall’olivo selvatico spontaneo che produce dei piccoli frutti da cui si ottiene un olio amaro.



Ulivi a Somana (Mandello del Lario).



L’olivo, conosciuto sin dall’antichità come pianta coltivata nel Medio Oriente, in seguito si diffuse nel bacino del Mediterraneo. In Palestina e in Siria sono stati fatti ritrovamenti che attestano la produzione di olio intorno al 5000 a.C.

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Areale dell’Ulivo nelle varie sottospecie, con il simbolo▲ si identifica dove è stato introdotto e naturalizzato.
Immagine di dominio pubblico - Autore Giovanni Caudullo [CC BY 4.0], via Wikimedia Commons.

Intorno al 2300 a.C. gli Egizi già commerciavano l’olio, che aveva però anche un valore spirituale simbolico nei riti funerari.

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Furono i Greci a sviluppare maggiormente la coltivazione di questa pianta, coltivando diverse varietà di olivo a cui diedero il nome speciale di ἐλαία (elàia) che i Latini tradussero in olea. Ancora oggi usiamo olea nel nome scientifico.


Raccolta delle olive; lato B di un'anfora a collo distinto in ceramica
a figure nere del Pittore di Antimene, c. 520 AC
Immagine di pubblico dominio -
British Museum: database online:
399909.  - via Wikimedia Commons.

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I Romani identificarono diverse tipologie di olio:

Oleum ex albis ulivis = olio di olive chiare, pallide (letteralmente ‘bianche’). Olio di altissimo pregio ottenuto da olive ancora acerbe.



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Oleum viride = olio verde, ricavato da olive quasi mature (invaiate), anch'esso di alta qualità. 




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Oleum maturum = olio matur, ottenuto da olive nere e già mature, di qualità considerevolmente inferiore.




Oleum caducum = olio caduco (estratto da frutti caduti), di qualità mediocre, estratto da olive raccolte da terra.

Oleum cibarium =  grossolano, casalingo, ordinario, comune. Olio di pessima qualità ottenuto da olive aggredite da parassiti e destinato in parte all'alimentazione degli schiavi e in parte ad altri impieghi non alimentari.

L’Olea europaea è una delle specie arboree più antiche e diffuse del bacino mediterraneo. E’ una pianta che predilige ambienti e climi secchi ed è sensibile alle basse temperature.
Il clima ottimale è proprio quello tipico mediterraneo caratterizzato da estati calde ed asciutte ed inverni poco freddi e piovosi. Si diffonde come pianta coltivata dal livello del mare sino a 900 m s.l.m..

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La coltivazione dell’ulivo ha modificato il territorio lungo le pendici con la formazione dei tipici terrazzamenti.

Sulle sponde del lago di Como la coltivazione dell'olivo comparve molto probabilmente grazie a popolazioni liguri ed etrusche ma la sua espansione fu data dai Romani, la cui presenza a Como risale al 196 a.C.. Nel 59 a.C., Giulio Cesare fondò la “Como Nuova" (Novum Comum). Fu in questo periodo che sul Lario si diffuse l'olivo, grazie alla presenza stanziale di circa 5.000 coloni, dei quali 500 Greci di Sicilia, esperti nel commercio, nella navigazione e nella coltivazione della vite e dell'olivo e grazie alla mitezza climatica esercitata dal lago.15-Museo Como_(Large)

Inoltre, tra il III sec. a. C. e il III sec. d. C., vi fu un periodo di generalizzato innalzamento delle temperature, ulteriore motivo della diffusione dell’olivo.



Esempio di anfore utilizzate
per contenere sia olio che vino.
Museo Archeologico Paolo Giovio di Como.






L’olio lariano, insieme ad altre merci pregiate, spesso veniva più facilmente trasportato via lago, raggiungendo l'antica Summo laco (attuale Samolaco in Val Chiavenna). Da qui veniva poi trasportato via terra attraversando passi alpini come ad esempio il Maloja e lo Julier.

16-bDisegno di un’anfora troncoconica a fondo piatto, di produzione istriana, con iscrizione dipinta . Quest’oggetto era destinato a contenere olive nere extradolci di prima qualità. Il metodo di conservazione antico per le olive prevedeva oltre alla salamoia l'uso del miele, formando così una specie di mostarda. Sia l’olio sia le olive in salamoia erano molto richieste nelle zone d’oltralpe dove, per ovvi motivi climatici, non si poteva coltivava l'ulivo.

Questa anfora, datata I  sec. d.C., fu ritrovata in località Pratogiano di Chiavenna nel 1815 e da allora è conservata nel Museo Archeologico di Milano. Questo reperto è ora esposto presso il Museo Archeologico della Valchiavenna a Chiavenna.

Traduzione dell'iscrizione dipinta: Oliva / nera / extradolce / eccellente mezzo sestario. (Il sestario è un'antica misura romana di capacità pari alla sesta parte del congio, cioè a circa mezzo litro).

(Testo e disegno tratti da “Temi e testimonianze - Chiavenna, un crocevia di traffici e di commerci. Museo Archeologico di Chiavenna).


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Una vecchia immagine scattata sul Lario nei primi decenni del secolo passato, ritrae un “ Cumbàl” (Comballo) carico di materiali. Questa imbarcazione in uso fino alla metà del ‘900 ha forme molto arcaiche, alcuni studiosi la fanno risalire all’epoca dei coloni romani a Como.



L’olio non era solo utile come alimento ma anche un’importante fonte energetica. Il più antico impiego dell’olio d’oliva fu come fonte di luce per l’alimentazione di lampade e lanterne per uso comune ma anche per alimentare i lumi votivi religiosi. Altro utilizzo dell’olio sin dai tempi antichi è quello cosmetico e medicinale. Le sue proprietà curative sono ancora oggi utilizzate come base per preparati farmaceutici.

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Caduto l’impero romano sul Lario si continuò la tradizione dell’olivicoltura. Troviamo testimonianza di questa attività in vari testi di autori del passato.
Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (490-583 d.C.), politico e letterato di stirpe romana, ministro di Teodorico ci ha lasciato questa descrizione;

CASSIODORO: [cuius (scil. Larii Lacus) ora (…) quasi quodam cingulo Palladis silvae perpetuis viriditatibus ambiuntur; super hunc (lacum) frondosae vineae latus montis ascendunt].

“…la cui riviera (del Lario) è circondata dai boschi sempreverdi di Atena (cioè di olivo, l’albero sacro alla dea) quasi come da una cintura; sopra questo (lago) rigogliosi vigneti si arrampicano lungo il fianco del monte”.


In questa immagine dei primi anni del ‘900 un ulivo
domina la scena, in secondo piano si scorge Varenna.

19-Varenna_003L’olio lariano fu apprezzato anche dai nordici Longobardi. La narrazione popolare racconta che la regina Teodolinda ne facesse uso e i fatti storici citano una legge promulgata dal re Rotari nella quale impose una multa di tre soldi d'oro a chi avesse reciso i rami ad un'altrui pianta d'olivo.
Io scrittore longobardo Paolo Diacono (720-799 d.C.) lasciò questa testimonianza:

Versus in laude Larii lacus, 9ss.; [cinctus oliviferis utroque es margine silvis;/numquam fronde cares] .

“Versi in lode del Lario, 9 e seguenti: “sei cinto su entrambe le sponde da boschi di ulivi; non manchi mai di fronde.

La regina Teodolinda è diventata un personaggio leggendario, associato a molti luoghi e racconti: a Varenna è raffigurata in un affresco del XIV secolo nella chiesa di San Giorgio. 


In periodo medievale e in alcuni casi fino all'inizio del XIV secolo, si ha testimonianza di alcuni monasteri d'oltralpe che vantavano possedimenti sul lago di Como. Questi monasteri nordici tenevano molto ai beni situati sul versante meridionale delle Alpi, specialmente sui laghi. Il motivo principale era per il bisogno di procurarsi il vino, le castagne e soprattutto l'olio per il convento.

Sempre nel medioevo vi sono vari riferimenti alla coltivazione dell'oliv20-1987_Olivo-A_016_1-1986o sul Lario, riportati tra l'altro in rogiti notarili o altri documenti. E' in questo periodo che nacquero la maggior parte dei toponimi, che si aggiunsero a quelli dell'epoca romana, giunti fino ai giorni nostri. Troviamo sul Lario:

· la “Zoca de l'oli” (letteralmente la conca dell'olio, zona ubicata nella sponda occidentale del lago di Como tra l'Isola Comacina e i territori facenti parte ai comuni di Sala Comacina e di Tremezzina)

· località Oliva, Olivedo, Oliverio, Olivetto, Prato Olivino, Monte Oliveto, la frazione Olcio di Mandello del Lario, il cui territorio veniva chiamato Olcium olei ferax, un’Abbazia (Acquafredda a Lenno) la cui chiesa è dedicata a Maria Santissima con il titolo di Madonna dell'Oliveto.

In provincia di Lecco dal 1927, dall’unione di tre località : Onno – Vassena – Limonta si è costituito il comune con il nome di Oliveto Lario.

Uliveto alla la “Zoca de l'oli”,
sullo sfondo si scorge l’isola Comacina.

Nei secoli in cui l'olivo ebbe maggior sviluppo al nord non vide tanto un aumento nel consumo di olio come alimento quanto nel suo commercio. A partire dal secolo XII, con il declino dei grandi monasteri, questo fatto contribuì allo spostamento della coltivazione verso i piccoli e medi proprietari terrieri. Nei due secoli successivi si verificò di conseguenza un forte sviluppo dell'olivicoltura, imposto anche tramite editti ed ordinanze che obbligavano gli agricoltori a piantare olivi.

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Un uliveto a Olcio, che veniva chiamata Olcium olei ferax = feconda d'olio.

La diffusione dell'olivo sul Lario e in tutto l’estremo areale nord di questa pianta è stata molto influenzata dalle vicende climatiche. Sul finire del periodo medievale, in particolare dalla metà del '500 e per circa tre secoli, si ebbe un periodo climaticamente avverso, quello che è stato chiamato “Piccola Era Glaciale", durante il quale un calo delle temperature medie fece abbassare anche sul Lario il limite altimetrico delle colture riducendo quindi anche le zone di coltivazione dell'olivo. Le cronache riportano che nel corso dell'inverno del 1709 vi fu una grande gelata, evento che si ripeté anche nel 1789 provocando ingenti danni alle coltivazioni di olivo. Probabilmente, sia a seguito di questi andamenti climatici avversi, sia per motivi d14-Oliveto_Mezzastrada_003i ordine storico ed economico, verso la fine del Settecento, l'olivo fu in molte zone soppiantato dalla coltivazione della vite nonché del gelso per l'alimentazione del baco da seta, allevato in diversi villaggi lariani per la produzione della famosa seta comasca.

Suggestiva immagine di un uliveto coperto dalla coltre nevosa. Questa pianta teme le temperature rigide. Il clima mite lariano  permette la sua coltivazione che, di conseguenza, è quella più a nord d’Europa.


La decadenza dell’olivicoltura lariana fu motivo d’interesse anche del governo austriaco il quale dispose un'indagine per promuovere la coltivazione dello stesso in Lombardia (1774): “La Lombardia nostra raccoglie certamente mille anni fa molto più olio d'ulive, che non ora fa".

L'olio d'oliva, prodotto dell’Europa meridionale molto apprezzato a nord delle Alpi, aveva dei costi molto alti a quel tempo, tuttavia la sua qualità lasciava spesso a desiderare. Sulle "Osservazioni sull'arte agraria" fatte da padre Eraclio Landi troviamo: se una minima parte era “buonissimo e perfettissimo” molto era “per il più cattivo, mal fatto, acuto e di brutto colore” tale da far sì che vi fosse “una strana prevenzione che l’olio di queste province non possa farsi d'ottima qualità”.

Landi non si limitò ad osservare ma si espresse in modo critico circa le tecniche di raccolta “far cadere e bacare", di conservazione delle olive: “l'olio non sarà buono se le ulive stanno molto per terra”(...)” e ammontate cosi fuori di regola fermentano” e di molitura delle stesse sia con la frangia “rompere le ulive e i noccioli sotto alla mola, indi porre in un sacco entro l’acqua calda la pasta, e premendola coi piedi, farne uscire il prim'olio. Poscia la mettesi la pasta stessa a bollire, rimestandola frattanto sinché un secondo olio se ne cava; e quindi un terzo nuovamente cavandola” sia con il torchio, anche in questo caso con utilizzo di acqua calda, cercando di aumentare le rese, che dava comunque come esito un olio con "odore di rancidezza”.
Eraclio Landi propose il modello toscano per la produzione di olio in tutte le fasi.

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1984, Ossuccio (Tremezzina): sono gli ultimi anni di funzionamento di questo vecchio frantoio. Oggi gli standard qualitativi richiedono attrezzature più idonee e metodologie di alta qualità.

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Sacchi di iuta contenenti olive pronte per la molitura. Oggi un tale stoccaggio non è più accettabile in quanto le olive così accatastate si deteriorano velocemente influendo sulla qualità dell’olio.



Il problema sulla qualità dell’olio lariano compare anche a firma di Giovanni Battista Giovio (1748-1814) nella sua opera “Como e il Lario, che così scrive: "D'olio, che saria in vero la derrata grande, non se ne fa tutta quella vendita, che ben potrebbesi, se maggiore si ponesse negli ulivi la cura"


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2018, Biosio (Bellano): il moderno frantoio oleario dove le olive lariane sono trasformate in olio di qualità “OLIO D.O.P. Laghi Lombardi”.


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Olive in attesa della molitura, per mantenere una buona qualità dell’olio sono conservate in ceste areate e dalla raccolta alla spremitura non devono passare troppe ore.

Nel XIX secolo (ma se ne parla dal 1840) il “verme o mosca dell'olivo" (Bactrocera oleae Gmelin) cominciò ad apparire e a generare gravi danni non solo in terra lariana ma anche in tutt’Italia. Tuttavia non sembra che questo sia stato il principale motivo di sostituzione sul Lario dell'olivo con specie allora più redditizie, quali il gelso e la vite.

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Olive con fori di sfarfallamento della mosca dell'olivo" (Bactrocera oleae Gmelin).

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Maschio di Bactrocera oleae
Immagine di pubblico dominio - Autore Alvesgaspar, via
wikipedia.org

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Larva di mosca dell’olivo.


I danni causati da questo insetto sono di due tipi: quantitativo e qualitativo. Sotto l'aspetto quantitativo il danno è causato nella sottrazione di una parte considerevole della polpa dell’oliva con conseguente riduzione della resa in olio.
Una parte della produzione si perde anche a causa della cascola precoce dei frutti attaccati dalla mosca.
Sotto l'aspetto qualitativo vi è la diminuzione della qualità dell'olio estratto da olive aggredite, in quanto si manifesta un aumento dell’acidità. Inoltre questi attacchi di mosca provocano insediamenti di muffe attraverso i fori di sfarfallamento.

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Trappola per il monitoraggio della popolazione di mosche dell’olivo adulte allo scopo di stimare la soglia di intervento. Le trappole sono in materiale plastico cosparse di vischio entomologico.





Questa diffusione dell’olivicoltura sul Lario si restrinse alle aree più riparate e idonee e la ritroviamo soprattutto nel centro e basso lago. Cesare Cantù nella sua "Lombardia pittoresca" del 1838 parla così di Varenna: L' ulivo colle bianche lucenti sue foglie, l’accenna da lontano”.

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Ulivi a Varenna.

67-2018-11-23_Ulivo_Varenna_006Verso la fine del 1800 Balbiani così descrisse il territorio delle tre pievi (l’alto Lario occidentale) ed in particolare il villaggio di Gravedona: I gioghi retici, facendo scherno al nudo settentrione, mostrano da questa parte i loro dorsi aprici e vestiti di una succosa verdezza costante. Quando altrove le foglie sono gialle e cascaticcie, qui rigogliose lussureggiano. (...) Alle falde, il monte è ingentilito d'alberi fruttiferi, d'ulivi (...). Crescendo in altezza alquanto s'inaspra, ma se tra sasso e sasso resta una striscia di terreno adatto alla coltura, non si lascia ozioso l'industre agricoltore, che vi educa un fico, un gelso, un ulivo ( . . .). Sebbene il lago non offra nella sua estensione che poca pianura, molte colline e grandi montagne, pure è feracissimo di derrate di cereali, di vini, di olivi, di noci di castagne, di limoni, di cedrini (. . . ). Il territorio di Gravedona è coltivato a prati nella pianura, ed a vigneti e gelsi nella parte montuosa. Vi crescono pure rigogliosi gli olivi e gli agrumi.


L’ulivo è una pianta molto longeva, in climi 70idonei può superare comodamente i mille anni. Ad esempio a San Baltolu di Luras (SS) è presente un ulivo per il quale l’Università di Sassari ha stimato un’età compresa tra i 2500 e i 4000 anni. Ha misure di tutto rispetto con i suoi 14 metri di altezza e la circonferenza del tronco è di 12 metri e quella della chioma è di 23 metri. Dichiarato nel 1991 Monumento Naturale fa parte dei 20 alberi secolari italiani.

Immagine tratta dal blog - www.ulivita.it


La situazione odierna vede l’olivicoltura in forte espansione: sono stimati 55 mila ulivi nelle province di Como e Lecco che producono l'olio D.O.P. più settentrionale d'Europa. Si tratta di coltivazioni a scopo sia professionale che hobbistico. Oggi la qualità dell’olio lariano ha raggiunto notevoli standard qualitativi ed è stato più volte premiato come il miglior olio.

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I fiori dell’olivo.

Un detto locale recita: “i fiuur sull’uliva, l’agón in de la riva”, quando fiorisce l’olivo, l’agone (pesce) giunge alle rive del lago per riprodursi. Potremmo interpretare: è il momento di sospendere le attività agricole per dedicarsi a un’altra importante fonte di sostentamento, la pesca dell’agone. Dell’argomento ho parlato sul post che trovate a questo LINK.


Concludiamo questa sintetica panoramica storica legata all’olivo ricordando quanto sia stretto il legame tra l'olivo e il cristianesimo. La sua presenza nelle Sacre Scritture è ricorrente tale da esserne uno dei riferimenti fondamentali della simbologia sacra. La liturgia della Chiesa cattolica prevede l'impiego dell’olio, oltre che nell'alimentazione di lampade votive, in ben quattro sacramenti: Battesimo, Cresima, Ordine Sacro – o consacrazione del sacerdote – e unzione degli infermi, che nel caso dei moribondi prende il nome di Estrema Unzione. Il Messia, il Cristo, è unto dal Signore. Dal racconto riguardante il diluvio universale si riporta: "Di nuovo Noé fece uscire dall'arca la colomba, la quale tornò a lui verso sera; ed ecco essa aveva nel becco una foglia fresca d'ulivo" (Genesi, cap. VII e VIII). Per questo motivo l’ulivo è il simbolo della rigenerazione perché, dopo il diluvio, la terra tornò a fiorire e diventò anche simbolo di pace perché attestava la fine del castigo e la riconciliazione di Dio con gli uomini. Ancora oggi è presente nella liturgia della Domenica delle Palme.

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La domenica delle palme, Varenna, 1987.



Ulivo - emblema di pace, forza, fede, trionfo, vittoria, onore.

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Bibliografia

Borelli G., Corti R., Fontanazza G. Olivae Larius - Il Lario dell’Olivo. Natura e Storia – 42 - Comunità del Lario Orientale, 2008.

Brembilla G., Brembilla R., Colombo G. e Granatelli S. – Breva e Tivano Motori Naturali - Associazione Culturale “L.Scanagatta”,1999.

Zastrow O., Affreschi romanici nella Provincia di Como, Stefanoni Lecco, 1984.

dal WEB

http://www.oplatium.it/l-olio-di-roma/

http://www.museodellolivo.com/images/pdf/055_SchedaDidattica_6000_Anni_Storia_LR.pdf

https://www.monaconatureencyclopedia.com/olea-europaea/

https://www.floraitaliae.actaplantarum.org/viewtopic.php?t=32942

http://antropocene.it/2017/11/18/olea-europaea/

http://www.ulivita.it

https://www.ilgiorno.it/como/cronaca/produzione-olio-1.3434329

domenica 23 settembre 2018

Inizia l’autunno con un’effusione di profumo.

L’equinozio d'autunno 2018 cade oggi domenica 23 settembre alle ore 01:54 UTC.

Se l'equinozio non avviene come ci si aspetterebbe il 21 settembre è dovuto al moto di rivoluzione, per cui la Terra impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi per completare un’orbita intorno al Sole. Nella creazione del calendario gregoriano, però, per comodità, la durata di un anno è stata approssimata a 365 giorni. Questo implica che, con il passare del tempo, si accumulerebbero più o meno 6 ore all’anno e quindi dopo un secolo il calendario sarebbe sfasato di ben 24 giorni.

Per evitare di sfasare tutto il ciclo delle stagioni sul calendario e mantenere sempre invariato lo scorrere dei mesi, dobbiamo aggiungere un giorno ogni 4 anni: in questo modo riusciamo a rientrare dall’approssimazione e mantenere un certo equilibrio. In sostanza quindi, l’anno bisestile è stato introdotto per mantenere inalterato il nostro sistema di calcolo dei giorni e quindi il calendario.

Se questo è quanto stabilito dalle regole astronomiche, spesso ci affidiamo anche momenti o cose che ci ricordano che la stagione sta cambiando. Infatti, come già affrontato in questo blog nel post sull’album di ricordi, quando ero bambino mentre l’inverno era associato al delizioso profumo del Calicanto (LINK), l’autunno era annunciato dall’arrivo della Cincia mora (LINK). C’è inoltre un profumo che impregna l’aria dei nostri giardini in queste giornate settembrine e che ci ricorda questo preciso momento dell’anno: peccato non riuscire a descrivere questo profumo intenso e inebriante emesso dai piccoli fiori dell’Osmanthus fragrans!

Accontentiamoci allora di alcune fotografie di questa profumata pianta.

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Infiorescenza di Osmanthus fragrans = Olea fragrans

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Pare impossibile che questi piccoli fiori composti da una mini-corolla che non raggiunge il centimetro espandano un profumo così intenso. Il segreto sta negli olii essenziali che sono contenuti nei minuscoli e raggruppati fiorellini, a volte poco visibili, posizionati lungo il rami.

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Pianta originaria della Cina e del Giappone ha le foglie sempreverdi scure e coriacee. Assomiglia al nostro autoctono alloro e passerebbe inosservato se non fosse per il suo intenso profumo, che si avverte specialmente nelle sere limpide e fresche di settembre.

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Albero di Osmanthus fragrans = Olea fragrans

L’ Osmanthus fragrans ha fiorellini bianchi ma la varietà “aurantiaca” (osmanthus fragrans var. aurantiacus) è di colore arancio.

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Osmanthus fragrans var. aurantiacus.

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sabato 28 luglio 2018

Una coppia in rosso per l’eclissi più lunga del secolo.

Non potevo certo perdere questo evento astronomico della sera del 27 luglio 2018 in cui è stata protagonista la Luna con un’eclissi totale che verrà archiviata come la più lunga del ventunesimo secolo. La Val d’Esino è il luogo che scelgo per godermi questo evento: una tranquilla serata allietata da una fresca debole brezza, dal canto dell’Allocco e da un panorama suggestivo sul centro Lario.

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Il massimo dell’oscuramento era stato calcolato per le ore 22:21. Mentre il tempo passava e mi preoccupavo di aver scelto il luogo sbagliato, rischiando di perdermi il punto centrale dell’eclisse, ecco comparire la Luna dal profilo della montagna. Nulla da aggiungere allo spettacolo che regalato.

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La Luna entra nella penombra intorno alle 19:15, mentre l’inizio della totalità inizia intorno alle 21:30 raggiungendo il massimo alle 22:21. La totalità è finita alle 23:13 e intorno all’1:30 del 28 luglio la Luna, uscendo dalla penombra, conclude l’eclissi.


Le eclissi Lunari non sono un fenomeno raro in astronomia, se si considerano sia quelle parziali sia quelle totali. In media ne avvengono tre ogni due anni. Questa sera, però, c’è un fattore in più; il nostro satellite si trova all’apogeo, il punto più lontano dalla Terra, questo fa sì che la Luna si muova più lentamente di quanto farebbe se fosse più vicina alla Terra. Per questo motivo questa eclissi è la più lunga del ventunesimo secolo.

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L’eclisse non fa scomparire la Luna dal cielo ma la farà apparire di un intenso colore rosso scuro, dovuto alla componente rossa dei raggi solari rifratti dalla nostra atmosfera, finendo poi proiettati sulla Luna.


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La Luna attraversa il cono d’ombra prodotto dalla Terra, quando si trova tra il nostro satellite naturale e il Sole, dal quale proviene la luce che di solito illumina la Luna. Il fenomeno dell’eclissi si verifica solamente quando la Luna è in plenilunio e in opposizione rispetto al Sole.



Questa notte, oltre all’eclissi Lunare, si aggiunge un altro fattore: il pianeta Marte che è alla sua minima distanza dal Sole, una condizione ideale che rende visibile il pianeta rosso. Una serata quindi che non capita frequentemente: il cielo dominato dalla “coppia in rosso”.

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Con la Luna in eclissi, sul profilo della montagna, compare un inteso punto rosso. E’ il pianeta Marte.

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La Luna e Marte visibili nella notte scura.


Lentamente l’eclissi sta terminando e la Luna riprende il suo splendore.

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