giovedì 22 settembre 2016

Primo giorno d’autunno e nei campi è in fiore lo Stramonio

Oggi, 22 settembre alle ore 14:21 UTC (le 15:21 italiane) inizia l’autunno astronomico.

In questo periodo dell’anno negli incolti vicino ai ruderi e lungo i margini delle strade possiamo scorgere una vistosa pianta dai fiori imbutiformi e dal frutto spinoso. Si tratta di1_Datura-wrightii_005 una specie alloctona naturalizzata in aree climatiche miti dell’Europa. Di origine americana e probabilmente anche asiatica, questa pianta ha innumerevoli nomi volgari: stramonio, erba del diavolo, erba delle streghe, noce spinosa, noce del diavolo e pomo della morte. Tutti questi nomi non lasciano dubbi sulla sua peculiarità di essere una pianta allucinogena e velenosa per l’uomo.

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Stramonio di  Wrightii
(Datura wrightii),
settembre, provincia di Lecco.

Le immagini di questo post ritraggono lo Stramonio di Wright (Datura wrightii), specie simile al più noto Stramonio comune (Datura stramonium). Il genere Datura ha diverse specie tutte legate a climi temperati e tutte velenose. Lo stramonio appartiene alla famiglia delle Solanacee, stessa famiglia delle melanzane, peperoni, pomodori e patate.0

 

 

 

Lo Stramonio comune si differenzia dallo Stramonio di Wrightii per gli steli verdi, le foglie più frastagliate, i fiori più piccoli e i frutti in posizione verticale, mentre lo Stramonio di wrightii ha gli steli violacei, le foglie ovate (più ampie e dai bordi leggermente irregolari) e grandi fiori e frutti appesi.

 

 

Stramonio comune Datura stramonium
Flora von Deutschland, Österreich und der Schweiz 1885.
Fonte: Wikimedia Commons

 

 

Lo stramonio è stato introdotto in Europa probabilmente come pianta medicinale e si è diffuso e naturalizzato velocemente nel sud della Francia, in Spagna e intorno ai paesi mediterranei. Lo Stramonio comune (Datura stramonium) è stata la prima specie a essere scientificamente descritta da Carlo Linneo nel 1753, utilizzando per il genere il nome di provenienza sanscrita “dhatura” (nome indiano “dhât” dato al veleno da essa estratto), altre ipotesi traducono il termine indiano dhatura in mela spinosa, ad indicare i frutti spinosi. Linneo coniò per la specie il termine stramonium, nome di incerta origine. Cento anni prima di Linneo fu l’inglese Nicholas Culpeper (medico, botanico ed erborista) a citare, nella sua opera Culpeper’s Complete Herbal, questa pianta come erba medicinale. Il nome scientifico della specie Stramonio di wrightii Datura wrightii è stato assegnato nel 1859 dal botanico Eduard Regel in onore alla figura del botanico, esploratore statunitense Charles Wright (1811-1885) che aveva scoperto questa pianta in Texas nel 1850. Lo stramonio è la più rinomata tra le piante usate nella stregoneria medioevale: veniva chiamata "erba del diavolo" o "erba delle streghe" e per questo motivo la troviamo citata nel volume Malleus Maleficarum=Martello delle streghe del 1486, redatto dei frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer allo scopo di reprimere in Germania l’eresia, il paganesimo e la stregoneria.

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Lo stramonio fu usato in medicina per la cura dell’asma.
I fiori essiccati e arrotolati venivano fumati come sigaretta per alleviare i sintomi di questa malattia. Infatti gli alcaloidi presenti inibiscono i muscoli nelle pareti delle vie aeree, allargando così i bronchioli e rendendo più facile la respirazione. Questa pratica, per via degli effetti collaterali, portava in realtà più danni che benefici anche perché la concentrazione di questi alcaloidi può variare notevolmente da pianta a pianta. Pertanto l’utilizzo di questa in medicinale è molto difficoltosa e rischiosa.

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Frutto e semi di Stramonio di Wrightii

 

 

 

Lo stramonio suscita tanto interesse anche per l’aspetto “sacro” che è collegato alle sostanze presenti in questa pianta. L'effetto allucinogeno di delirio è stato a lungo utilizzato per sperimentare “altre realtà", in particolare in India e presso tribù native americane. Alcuni sciamani si erano specializzati nell'uso di questa pianta per ottenere “sogni profetici” o per rituali iniziatici per i ragazzi. Tutte le parti di questa pianta contengono alcaloidi come la scopolamina e l'atropina che causano delirio, battito cardiaco accelerato e un aumento della temperatura corporea, seguita spesso da amnesie. Tutti sintomi spesso fatali o causa di numerosi casi di avvelenamento. Sembra impossibile ma ancora ai giorni nostri la cronaca riporta di casi di intossicazione da stramonio di persone sprovvedute che, volendo vivere sulla propria pelle questi effetti allucinogeni, si ritrovano spesso a sperimentare solo forte agitazione, confusione, dilatazione della pupilla, attacchi di panico e avvelenamento, che nei casi più gravi può anche condurli alla morte. Di seguito il link di alcuni fatti di cronaca:

Civitanova, mangia fiori di stramonio e cade in mare: ragazzo in rianimazione

Tè allo stramonio

Ferrara, universitario in coma

Ancora peggiore è l’ignoranza in fatto di erbe che, se non riconosciute con certezza, resta più saggio evitare di raccoglierle. Di seguito riporto un caso capitato ad una coppia di coniugi che hanno scambiato lo stramonio per fiori di zucca. (LINK)

Mentre queste signore hanno cucinato lo stramonio come fosse spinaci.(LINK)

Concludo ribadendo che tutta questa pianta è tossica: foglie, fiori, radici e semi compresi perciò deve essere bandita dall’uso erboristico privato. Tuttavia è doveroso un chiarimento a riguardo delle piante velenose o medicinali e, per far questo, utilizzo integralmente quanto riportato sul sito www.sostanze.info.

“Una pianta si può definire "velenosa" se contiene, in una qualsiasi parte, "principi attivi" in grado di arrecare un danno alla salute di chi ne viene, in qualsiasi modo, a contatto.
Molto spesso sentiamo parlare di piante "medicinali" e piante "velenose", piante buone o cattive, secondo un vezzo, del tutto umano, di distinguere ciò che ci circonda in soggetti utili o meno a noi stessi. In realtà quando dividiamo le piante secondo queste categorie commettiamo un grosso errore di superficialità e di presunzione, fondati sull’assunzione di superiorità della nostra specie rispetto a tutto il resto dell’ambiente naturale che, al contrario, si è evoluto in genere molto prima di noi.
E’ del tutto evidente che non esistono in natura piante utili o piante dannose, ma è l’uso più o meno corretto che ne viene fatto da parte dell’uomo che determina il grado di pericolosità o di utilità di una pianta”.


Curiosità:
Nel meraviglioso trittico “Giardino delle delizie” dipinto da Hieronymus Bosch (LINK descrizione del dipinto) vi è raffigurato la “noce spinosa” dello stramonio. Questo quadro raffigura figure mostruose, grottesche, strani esseri volanti, demoni, frutto di una fantasia da incubo. L’antropologo Puckert, senza nessuna prova, ha ipotizzato che Bosch abbia fatto uso di sostanze allucinanti come lo stramonio per realizzare queste immagini fantasiose.

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Giardino delle delizie, Hieronymus Bosch (1450–1516 circa) – Olio su tela 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid.
Fonte: Pubblico dominio Wikipedia

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Il giardino delle delizie,
pannello centrale, particolare in basso a sinistra
probabile raffigurazione del frutto dello stramonio.
Fonte Pubblico dominio Wikipedia

 

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Dettaglio del Giardino delle delizie, una schiera di uccelli scruta gli uomini nei pressi di un laghetto.

 


Bibliografia

Devoto G., Oli G. C., Vocabolario Illustrato della lingua italiana, 1971

Otto Wilhelm Thomé Flora von Deutschland, Österreich und der Schweiz (1885) – Germania.

Pignatti S., Flora d'Italia - Edagricole, Bologna.1982.

Malizia E., Hieronymus Bosch - Insigne pittore nel crepuscolo del Medio Evo - 2016

 

Dal web

www.actaplantarum.org

Wikipedia

domenica 28 agosto 2016

Il Beccamoschino, una specie nuova per il territorio Lariano

Siamo agli sgoccioli di agosto e fa ancora molto caldo perciò le scorribande dell’appassionato naturalista si svolgono ancora nelle fresche vallate alpine. Tuttavia, poiché in agosto è già attiva la migrazione post-nuziale, alcuni birdwatchers non temendo il caldo afoso e le zanzare, si addentrano tra la vegetazione palustre e proprio nella Riserva del Pian di Spagna (CO) uno di loro scova un minuto passeriforme, comune in aree mediterranee, ma una rarità per le terre Lariane. Si tratta proprio di un’occasione da non perdere! Ecco sul diario “Libereali” la pagina dedicata al minuscolo Beccamoschino, un vocifero uccello di palude, di colore fulvo rossiccio, striato di nero, dalla particolarità di essere “un po’ rumoroso con il suo tipico volo canoro”.

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Beccamoschino (Cisticola juncidis), agosto, Provincia di Como.

La sistematica posizione del Beccamoschino: nell’ordine dei Passeriformi, nella famiglia Cisticolidae dove in Europa è rappresentata da una sola specie, il Beccamoschino (Cisticola juncidis).

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Il Beccamoschino è un uccello molto nervoso e vivace, solleva spesso le penne del vertice e muove a scatti le ali e la coda.

 

 

L’etimologia del nome volgare Beccamoschino è l’unione di “beccare e moschino” per via dell’abitudine di nutrirsi di piccoli insetti. Il nome del genere Cisticola è di origine latina composta dalle voci cistus=cisto, e colo=io abito, juncidis=che vive nei giunchi.

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Il Beccamoschino difficilmente si posa al suolo e quando lo fa, si sposta a saltelli con il corpo tenuto orizzontalmente.

 

 

 

Tra le specie di uccelli europei il Beccamoschino è tra i più piccoli. La sua massa corporea è di soli 6-8 grammi, per una lunghezza di circa 10 centimetri ed una apertura alare di circa 12 centimetri.

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L’habitat del Beccamoschino
è caratterizzato da zone paludose o praterie umide, non è facile individuare questo piccolo uccello, a meno che non si riesca a seguire il suo caratteristico “volo canoro” fino all’atterraggio, che talvolta lo porta a sostare per qualche attimo sulla parte alta di un arbusto o di una canna.

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Questa specie è diffusa con diverse sottospecie in Eurasia, Africa, Indonesia e Australia. In Europa si concentra soprattutto nell’area mediterranea e non oltrepassa il 47° parallelo. Specie tendenzialmente sedentaria, durante la stagione fredda si sposta nella parte meridionale dell’areale abitualmente occupato, fino a raggiungere il Nord Africa.

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Distribuzione del Beccamoschino in Europa – Fonte www.birdguides.com

 

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L’ornitologo Paolo Savi nel suo volume Ornitologia Toscana edito nel 1827-1831 descrive così questo uccello: In tutti i luoghi palustri, coperti di Giunchi e d’erbe alte, trovasi il Beccamoschino nelle nostre pianure. Quando è fermo di rado si vede, perché sta nascosto nell’interno de’ cespugli o fra l’erbe; ma ordinariamente dopo esser rimasto per due o tre minuti a saltellare fra i rami delle Tamarici, Prunbianchi, Spincervini, ecc. O a scorrere sopra le foglie de’ Giunchi, Cannelle, e Ciperi, beccando i piccoli insetti, si innalza nell’aria, e dopo che volando si è trattenuto per un piccolo tempo alla medesima altezza, cala di nuovo a nascondersi dentro qualche altro cespuglio. Il suo volo non è unito né rettilineo, ma resulta dalla riunione di molte curve guardanti con la loro concavità in alto, curve che sono eguali in numero a’ copi d’ali dati dall’uccello, volando, per il solito manda un fischio acuto e forte, che sentesi anche ad una distanza assai grande, e che in qualche maniera si po’ imitare con la sillaba «zsip- zsip». Eccettuando il forte inverno, trovasi sempre fra noi.

 

Oggetto di una certa curiosità scientifica è la lunga stagione riproduttiva, che ha inizio in aprile e termina in agosto, con alcune eccezioni anche in settembre, ed è caratterizzata da accoppiamenti in buona parte poliginici in quanto un maschio può accoppiarsi con un numero di femmine che variano da 4 a 11. Il nido viene inizialmente creato dal maschio ma completato dalla sola femmina. La prole viene accudita dalla sola femmina. I giovani possono riprodursi già a soli 1 o 2 mesi di età.

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Uccello legato alla vegetazione nella quale si muove con notevole agilità, arrampicandosi su di essa e spesso con le zampe su steli diversi.

 

 

 

 

Le popolazioni di questi piccoli uccelli sono molto influenzate dall’andamento climatico: in annate con inverni particolarmente rigidi le popolazioni di beccamoschini vengono letteralmente decimate. Molti anni vengono richiesti per la ricostruzione di questi nuclei. Gli ultimi inverni sono stati particolarmente miti, motivo forse per il quale troviamo una timida presenza anche in aree non consone alle abitudini solite di questo uccello. Certo è che sia stato un vero piacere poterlo osservare!

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Bibliografia

L'etimologia ed il significato dei nomi volgari e scientifici degli uccelli italiani – Edgardo Moltoni – Milano 1946.

Brichetti P. & Fracasso G., 2008. Ornitologia Italiana. Vol. 5 - Alberto Perdisia editore, Bologna.

Savi P., Ornitologia Toscana, Volume Primo. Luciano Ferriani Editore, Milano. 1827-1831

lunedì 27 giugno 2016

Smergo maggiore con famiglia allargata.

Anche quest’anno si è svolto il censimento riguardante la nidificazione dello Smergo maggiore (Mergus merganser) sul Lario, delimitato alla sola provincia di Lecco. Le covate riscontrate sono state 15 per un totale di 120 pulcini (fonte C.R.O.S. Varenna).

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Smergo maggiore femmina con 18 pulcini nati da pochi giorni.

Durante questo censimento è stata osservata una femmina con 18 pulcini. Questa osservazione pone un quesito spontaneo: poiché mediamente lo Smergo maggiore depone 8-11 uova, a cosa è dovuto questo alto 2-Smergo-maggiore-p18_019numero di figli? Poiché inoltre osservazioni di famiglie così numerose di Smergo maggiore sul Lario non sono poi casi isolati (più volte sono state osservate nidificazioni di 15, 16 e 17 pulcini) cosa succede a queste famiglie così allargate?

Vi propongo di seguito una mia personale ipotesi supportata da studi e ricerche fatte su altre specie di anatre.

Smergo maggiore con pulcini di circa una settimana.

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Smergo maggiore con pulcini di circa 15 giorni.

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Lo Smergo maggiore, come altri uccelli, incuba le uova dopo la deposizione dell’ultimo uovo. Così facendo la schiusa è sincrona (i pulcini nascono tutti allo stesso momento). Altre specie di uccelli invece incubano le uova dopo la deposizione del primo uovo provocando così una schiusa asincrona (i pulcini nascono a giorni differenti). Poiché 18 giorni tra il primo e l’ultimo uovo sembrano effettivamente molti per iniziare l’incubazione, per spiegare la presenza di 18 piccoli credo sia più plausibile pensare che ci troviamo di fronte ad una deposizione simultanea di più femmine nello stesso nido. Questo evento viene denominato “amalgamation” in pratica una sorta di parassitismo (cuculismo) intraspecifico. Questo fenomeno si verifica di frequente in diverse specie di uccelli. Ad oggi si conoscono infatti ben 234 specie(1) che praticano l’ “amalgamation”.

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Smergo maggiore: al centro alcuni dei 18 fratelli.
A sinistra una femmina senza pulcini viene tollerata dalla madre che riposa sulla destra.

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Una femmina senza prole in compagnia di pulcini “non suoi”.

Questa fusione di più famiglie può essere di due tipi: il primo vede una femmina deporre le uova nel nido di un'altra femmina con quest’ultima che si curerà delle uova e della prole; il secondo invece consiste nell’abbandonare i propri nati ad un’altra femmina. Quest’ultimo caso però è considerato un comportamento accidentale. Sul Lario fino ad oggi le covate di Smergo maggiore con numeri elevati di figli sono da attribuire ad una probabile deposizione di più femmine in un solo nido. Questo è confermato dal fatto che i pulcini al seguito di covate numerose hanno tutti la stessa età perciò le uova si sono schiuse sincrone. Attenzione: uso il termine probabile perché solo un esame del DNA dei singoli pulcini porterebbe alla certezza dei genitori.

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Smergo maggiore con pulcini di circa un mese.

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Caso diverso, invece, è l’aggregazione di pulcini “orfani” ad individui adulti che si occuperanno dei piccoli fino alla loro indipendenza. Un esempio molto significativo e interessante è stata l’osservazione avvenuta nel 11-Edredone-Smergo_0002009 in Alto Lario, dove dei pulcini di Smergo maggiore senza adulto si sono imprintati con una femmina adulta di Edredone (Somateria mollissima) la quale se ne è presa cura.

 

Femmina di Edredone sostituitasi alla madre di giovani orfani di Smergo maggiore. Alto Lario 2009.
(Fotografia di Marco Ranaglia)

 

 

 

Ma a cosa è dovuto questo fenomeno di fusione di uova deposte da più femmine?

Tra i vari studi ne propongo due che ritengo siano i più plausibili. Il primo di questi si riferisce ad una ricerca mirata alla conservazione della popolazione di Quattrocchi d’Islanda (Bucephala islandica) che si riproduce nei laghi di foresta e negli stagni del Nord America occidentale, in Canada orientale e nel nord dell'Islanda. Questo uccello nidifica in cavità perlopiù di vecchi alberi. Da diverso tempo la tecnica di silvicoltura mirata al solo profitto economico ha rimosso, per scopi commerciali, le vecchie piante o i tronchi di alberi morti riducendo drasticamente le cavità dove queste anatre si riproducevano. Per cercare di contenere la drastica riduzione di individui di questa specie si è provveduto al posizionamento di nidi artificiali (cassette nido). Uno studio molto approfondito(2) ha rilevato i pro e i contro di questa operazione di posa di nidi artificiali. La ricerca ha riscontrato che, nonostante la loro potenziale utilità, le cassette nido a volte possono avere effetti opposti a quelli previsti, nascondendo delle “trappole biologiche”. Gli effetti dell'aggiunta di un gran numero di caselle in un'area limitata porta infatti una densità non naturale di coppie nidificanti che porta a sua volta ad alterazioni dell’habitat influenzando la struttura sociale di una specie. Questa ricerca ha evidenziato quanto la scarsità di siti idonei alla nidificazione abbia incoraggiato molte femmine a deporre le uova in un solo nido occupato da un'altra femmina, lasciando a quest’ultima la cura dei futuri nati. Questo tipo di parassitismo conspecifico del Quattrocchi d’Islanda è stato riscontrato in 12 dei 44 nidi posizionati in cavità naturali (27%). Mentre su alcuni laghi, la frequenza di parassitismo nel nido artificiale ha raggiunto il 100%. La più elevata concentrazione di uova parassite in un solo nido artificiale è stata di 28 uova; la normale deposizione di una singola femmina in genere è di 8-10 uova. Lo studio non vuole scoraggiare 12-Quattrocchi-d'Islanda-(8)l'uso delle cassette-nido nella gestione e conservazione ma solleva la consapevolezza di come i nidi artificiali possano influenzare le dinamiche comportamentali intraspecifiche e la riproduzione delle specie. Questo impone la necessità di maggiori informazioni sull’ecologia comportamentale degli uccelli nidificanti nelle cavità e stimolare la protezione dei siti naturali.

 

Quattrocchi d’Islanda (Bucephala islandica). Centro di Riproduzione e Conservazione “Monticello”.

 

Leggendo questo studio mi sono fatto una personale idea sulla nidificazione dello Smergo maggiore lariano. Come il Quattrocchi anche lo Smergo maggiore nidifica in cavità e la calcarea sponda lariana ne mette molte a disposizione! E’ anche vero che molti di questi anfratti sono posti a diversi metri dalla superficie del lago. Nei mesi primaverili spesso si 13-Bellagio-(3)osservano femmine fare voli ispettivi e acrobatici e piombare a grande velocità all’interno di queste cavità. Tuttavia questi anfratti in pareti a picco sul lago non sono certamente agevoli per i futuri pulcini che vi nascerebbero ma, poiché le cavità poste a pochi metri dalla superficie del lago sono già occupate, le femmine di Smergo si trovano costrette a scegliere questi nidi più agevoli e approfittano per deporre le loro uova ad altre femmine.


Parete a picco sul Lario con diverse cavità visitate abitualmente dallo Smergo maggiore.

 

Uno studio realizzato dall’Università di Potsdam ha come protagonista l’Edredone (Somateria mollissima). In questa ricerca si è scoperto che tra le femmine di edredoni è diffuso un tipo di parassitismo per cui le giovani femmine depongono le uova nel nido delle loro madri. Si è giunti a questa scoperta dopo aver esaminato dal punto di vista genetico il grado di parentela fra gli individui di due colonie nidificanti situate una nel sud del Mar Baltico e l’altra nell’Islanda del Nord. I ricercatori hanno definito questa forma di parassitismo “kin selection - selezione parentale” LINK, termine usato nel campo della biologia evolutiva e della sociobiologia per definire il comportamento per cui un soggetto rinuncia ad una parte di proprie risorse (tempo e/o energie) e si assume un determinato rischio per fornire un beneficio ad un altro soggetto con cui possiede un legame di parentela ravvicinato allo scopo di favorire la trasmissione preferenziale della propria linea genetica.

14-Edredone_002Edredone femmina.

La ricerca eseguita su campioni di sangue prelevati dalle femmine ha prodotto dati molto interessanti: su 140 esemplari adulti e 506 pulcini, un terzo dei nidi conteneva uno o più uova parassita. Inoltre in questi nidi circa il 40% dei pulcini era di una femmina diversa dalla titolare del nido. L’osservazione più sorprendente ha rilevato inoltre che le femmine parassite tendevano a deporre l’uovo nel nido di femmine più anziane e con legame di parentela stretto.

Che vantaggio porta un simile comportamento? La risposta potrebbe essere che le più anziani tendono a deporre meno uova delle giovani, le quali sono però anche coloro che ricevono più uova da altre femmine. Secondo i ricercatori il beneficio è evidente: le anatre più giovani tendono a fare più uova di quante se ne possano effettivamente occupare. Le più anziane invece sono meno fertili ma allo stesso tempo più abili nell’allevare i pulcini. Le analisi hanno inoltre dimostrato che solo un nido su sei fra le femmine giovani contiene uova parassite mentre la quantità di queste uova raddoppiano se le femmine hanno più di sette anni. In tre nidi addirittura non è stato trovato un solo pulcino che fosse davvero il figlio della titolare del nido (in questo caso le femmine titolari avevano un’età di 15 anni). Sul Lario (solo provincia di Lecco) il censimento dello Smergo maggiore ha registrato la presenza di 50 femmine, 15 di queste con pulcini al seguito mentre 35 erano senza prole. Anche se non è stata fatta nessuna analisi sanguinea, nulla ci impedisce di ipotizzare che i nostro smergo si comporti come l’Edredone del Baltico.

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Ecco il bello della natura: più si indaga più ci si accorge di sapere poco e nulla del mondo che ci circonda! E’ un mondo tutto da scoprire!


(1) An updated list and some comments on the occurrence of intraspecific nest parasitism in birds. Questo articolo presenta un elenco, di 234 specie di uccelli, in cui compare un parassitismo intraspecifico. 1 Struthioniformes, 2 Tinamiformes, 2 Procellariiformes, 6 Podicipediiformes, 5 Ciconiiformes, 1 Phoenicopteriformes, 74 Anseriformes, 1 Falconiformi, 32 Galliformes, 8 Gruiformes, 19 Charadriiformes, 9 Columbiformi, 5 Cuculiformes, 2 Apodiformes, 1 Coraciiformes e 66 Passeriformi.

(2) Alien eggs in duck nests: brood parasitism or a help from Grandma? LINK


Bibliografia

Brichetti P. & Fracasso G., 2005 Ornitologia Italiana. Volume 1 Gavidae-Falconidae. Alberto Perdisia Editore, Bologna

Pre-hatch and post-hatch brood amalgamation in North American Anatidae: a review
of hypotheses, 1988

Conspecific Brood Parasitism, Population Dynamics, and the
Conservation of Cavity-Nesting Birds - In Caro, T. ed. Behavioral Ecology and Conservation Biology. Oxford Univ . Press . Pp 306-340

An updated list and some comments on the occurrence of intraspecific nest parasitism in birds - Department of Zoology, TelAviv University, Israel, 2001

lunedì 20 giugno 2016

Siamo in estate e quattro volpacchiotti giocano spensierati.

Mentre l’estate meteorologia ha avuto inizio il 1° giugno e terminerà il 31 agosto, l’estate astronomica scatta oggi 20 giugno 2016 alle ore 22:34 (UT). Il solstizio d’estate è il giorno più lungo e luminoso dell'anno. Queste giornate estive sono le più spensierate anche per le giovani volpi, le quali ancora accudite e protette dalla madre, possono dedicare il loro tempo al gioco e non pensare alla stagione invernale ancora lontana in cui solo gli esemplari più forti e scaltri sopravvivranno alla dura realtà della vita.

Volpe from Roberto Brembilla on Vimeo.

Non capita spesso di imbattersi in una famigliola di volpi che, incuranti della mia presenza, giocano teneramente come fanno tutti i cuccioli. Questa cucciolata è composta da quattro fratelli. Segno evidente che la madre è un’abile cacciatrice e che la zona è particolarmente ricca di prede2_Volpe_001. Nonostante questo però quattro bocche da sfamare sono pur sempre tante e l’astuta madre, oltre che di notte, deve attivarsi anche di giorno abbandonando momentaneamente la tana e la sua cucciolata. L’assenza della madre spiega quindi il motivo fortunato per cui riesco ad osservare questi sprovveduti cuccioli che, incuranti della presenza del loro più acerrimo nemico (l’uomo) si mostrano bellamente.

Volpe adulta

 

La volpe Vulpes vulpes è un mammifero appartenente all’ordine dei Carnivori e alla famiglia dei Canidi. Ha una lunghezza di 70-90 cm, con 35-40 cm di coda, per un'altezza al garrese di 30-40 cm; il peso oscilla tra 4 e 11 kg. Questa specie è presente in tutta la regione Paleartica mentre l’areale italiano della volpe copre la quasi totalità del paese nei più svariati habitat come le praterie alpine fin oltre i 2500 m, le foreste di conifere, i boschi misti, la macchia mediterranea, le pianure e le 3_Volpe_003colline coltivate e, occasionalmente, l’ambiente urbano. In Italia la volpe è assente in tutte le isole minori. L’enorme areale occupato da questa specie testimonia l’alto grado di adattabilità di questo carnivoro non specializzato la cui dieta è alquanto varia e spazia in tutto ciò che riesce a catturare come ad esempio: conigli, lepri, roditori, uccelli, coleotteri, ortotteri e lombrichi, rettili, anfibi, pesci e ogni genere di rifiuto commestibile. Secondo la stagione la dieta della volpe si basa molto anche di vegetali come bacche e frutti.

Volpe, Alpi lombarde quota 2400 metri.

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Una volpe mentre perlustra un prato alla ricerca di cibo.

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  Resti di pasto a base di coleotteri.

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Le volpi si riproducono una volta all'anno. Il numero dei cuccioli varia normalmente da 1 a 6 per cucciolata a seconda dell'ambiente e dalla disponibilità di cibo. Le femmine hanno 6 mammelle. Il periodo di gestazione è di 60-63 giorni. I cuccioli sono partoriti in tane/gallerie scavate dalle stessa femmina o in fenditure delle rocce.

Imboccatura di una tana di volpe.

 

Generalmente la volpe ha abitudini solitarie. Capita però che incroci altri individui conspecifici durante le sue scorribande notturne anche nei territori esterni alla sua normale frequentazione. La sua territorialità è segnata con segnali olfattivi rilasciati da ghiandole anali le cui secrezioni sono emesse spontaneamente o con feci e urine abbandonate su punti di riferimento. Le volpi comunicano per mezzo di suoni come uggiolii, latrati e strilli.

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Escremento di volpe.

Capita che le volpi vengano decimate da malattie infettive quali la rabbia silvestre (attualmente assente dal territorio italiano) e la rogna sarcoptica. Gli effetti di questi eventi hanno comunque una durata limitata nel tempo in quanto la plasticità riproduttiva di questa specie consente un rapido recupero numerico. Negli anni ottanta del secolo passato si è verificata un’epidemia di rabbia silvestre. Furono sistematicamente organizzati piani di abbattimento senza riuscire ad arginare il problema poiché non appena si abbatteva una volpe, un’altra conquistava immediatamente lo stesso territorio accelerando anziché fermare il diffondersi della rabbia. Per contrastare il propagare della rabbia si cercò di realizzare una “barriera” composta da una popolazione di volpi vaccinate. Per procedere a questa immunizzazione fu sperimentato un vaccino orale distribuito mediante lanci aerei di esche contenenti appunto questo vaccino antirabbico. Circa il 74% delle volpi mangiò queste esche.

La volpe ha in natura diversi predatori come ad esempio l’aquila reale, il gufo reale e il lupo. Il pericolo maggiore proviene però dall’uomo che da sempre l’ha cacciata per la pregiata pelliccia e per la considerazione, ovviamente errata, di animale nocivo. Anche l’attività venatoria influisce sulla popolazione di questo animale. Basti pensare che ancora oggi è in uso la “Caccia alla volpe”, un barbaro passatempo per nobili.

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Stampa di fine ottocento raffigurante una scena di caccia alla volpe.

Dalla rivista Focus riporto integralmente: Una delle giustificazioni addotte dai cacciatori inglesi per continuare a uccidere le volpi "in maniera tradizionale" era che senza il loro controllo la popolazione di questo piccolo predatore sarebbe esplosa. Uno studio pubblicato sulla rivista Nature dimostra che quest’ipotesi è sbagliata. Durante il 2001, buona parte del Regno Unito ha visto il blocco della caccia alla volpe per paura dell’afta epizootica. Nonostante ciò il numero delle volpi in tutto il territorio, determinato dal numero di feci trovate, non è cambiato in maniera significativa. Ciò significa che la caccia non serve per controllare la densità di popolazione delle volpi. La specie, in un modo nell’altro, non ha bisogno dell’uomo per autoregolarsi.

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La volpe è entrata a pieno titolo nelle espressioni proverbiali e come simbolo della furbizia e dell’astuzia.

Alcuni proverbi
“Ma non una seconda volta la volpe sarà presa al laccio”. Non si rifà due volte lo stesso errore.

“Tu non metti una volpe a sorvegliare i polli solo perché ha un sacco d'esperienza in fatto di pollai.”

“Tutte le volpi alla fine si rivengono in pellicceria.”

“La volpe in vicinato non fa mai danno”.

“Volpe vecchia non si fa prendere al laccio”.


Dal dizionario dei Modi di Dire (Hoepli Editore) riporto quanto segue.

essere un volpone: essere una persona molto astuta o che si avvale con abilità di mezzi spesso subdoli e a volte illeciti.

essere una vecchia volpe: essere una persona capace di destreggiarsi anche nelle situazioni più difficili e complesse grazie alla propria abilità e a una lunga esperienza di vita.

essere una volpe: essere una persona abile e astuta, o anche molto prudente o diffidente.

fare come la volpe con l'uva: Ostentare disprezzo o disinteresse per quello che non si riesce a ottenere pur desiderandolo molto.
Narra una favola di Esopo (Favole,32) ripresa poi da Fedro (Favole,IV,3) e La Fontaine (Fables,III,11) che un giorno una volpe affamata si trovò a passare sotto una vite da cui pendeva un grosso grappolo d'uva matura. La volpe cercò in tutti i modi di afferrarlo, ma senza risultato, e quando si rese conto dell'inutilità dei suoi sforzi se ne andò affamata quanto prima esclamando: “Bella quell'uva; peccato che non fosse matura”.

fare la volpe con un'altra volpe: Tentare di battere un rivale con le sue stesse armi, di solito senza riuscirci. È riferito in genere a un imbroglione che cerca di raggirare un altro imbroglione, o a chi si difende da un truffatore adottando i suoi stessi sistemi.
Il detto è diffuso nell'antichità classica soprattutto in chiave difensiva. Lo stesso Ovidio afferma così che è lecito difendersi da una frode ricorrendo a un'altra frode (Ars amatoria,3,49), e molti altri autori e massime popolari invitano a utilizzare gli stessi mezzi adottati dal nemico per non restarne vittime, in locuzioni quali “con la volpe, anche tu comportati da volpe”, “è difficile prendere una volpe con un'altra volpe” e varie altre.

 

Sebbene ritenuta furba, opportunista e con una pessima reputazione, pensatela pure come volete, per me la volpe resta comunque un animale affascinante e adorabile, in modo particolare quando è cucciola, come dimostrano queste foto.

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Bibliografia

Spagnesi M., A. M., De Marinis (a cura di), 2002 - Mammiferi d’Italia. Quad. Cons. Natura, 14, Min. Ambiente – Ist. Naz. Fauna Selvatica.

Quartu M., Rossi E., Dizionario dei modi di dire della lingua italiana – Hoepli editore, 2012

Civardi A., Esperienze italiane di immunizzazione orale delle volpi contro la rabbia: validità del metodo e risultati ottenuti. Hjlstriu, (n.s.) 3 (1991): 159-165 Atti I Simp. Ital. Carnivori

Web

Focus.it

domenica 22 maggio 2016

Il sambuco e tanti ricordi

In questi giorni di maggio nelle radure, al margine dei boschi umidi e lungo le scarpate, spicca un po’ ovunque la cospicua fioritura del sambuco, un arbusto dalle scarse esigenze che un tempo non molto lontano era il protagonista in alcune tradizioni lombarde.

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Sambuco Sambucus nigra

2_Samnbuco_Pian-di-Spagna-010Il sambuco è un arbusto diffuso nell’areale europeo. Ha un portamento cespuglioso dall’altezza di circa 6 metri. I fiori, molto profumati, piccoli e riuniti in infiorescenze ombrelliforme, possono raggiungere la larghezza di circa 20 cm.

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Infiorescenza di sambuco

 

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I piccoli fiori sono composti da 5 petali color bianco avorio. Gli stami intercalati ai petali sono 5 con antere sporgenti gialle.

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Fiori di sambuco

 

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Sin dai tempi antichi al sambuco furono associate alcune proprietà divinatorie. Nella tradizione cristiana veniva usato nei riti funerari come viatico per il viaggio verso l'aldilà. Nella tradizione pagana, invece, veniva usato come pianta protettrice della casa e del bestiame.

Il sambuco nella medicina popolare era molto conosciuto per le sue proprietà e veniva utilizzato per la cura di diverse patologie come una vera panacea. Ai nostri giorni si utilizzano i fiori essiccati per aromatizzare un dolce lombardo: il “Pan mejno” (o Pan Meino) mentre i fiori appena raccolti vengono utilizzati per realizzare lo sciroppo di sambuco, una bibita rinfrescante e sciroppo naturale contro la febbre.

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Pan meino

Il nome Pan meino (o Pan de mej) deriva dalla parola miglio, la cui farina veniva spesso miscelata ad altre farine nella produzione del pane. Questo dolce non mancava mai sulla tavola il 23 aprile di ogni anno, data in cui la Chiesa celebra San Giorgio, patrono di Varenna paese dove sono nato e cresciuto. Pare che l’usanza lombarda di preparare i “Meini” per la ricorrenza di San Giorgio sia da ricondurre al fatto che in questa data a Milano in passato si rinnovavano i contratti tra i mandriani e le latterie per cui era usanza che i lattai offrissero una tazza di panna a tutta la popolazione. Nacque così anche la tradizione di preparare un dolce da inzuppare nella tazza di panna stessa.

Il Pan Meino è di semplice preparazione. Qui è scaricabile una delle varie ricette per realizzare questo dolce. Ingrediente essenziale sono i fiori di sambuco che si raccolgono proprio in questo mese per poi farli essiccare all’ombra.15_Sambuco_002

 

 

 

Fiori di sambuco ad essiccare. Questo procedimento deve avvenire in luogo ventilato, asciutto e non esposto al sole.

 

 

Il sambuco ha un’abbondante fioritura ciò nonostante è importante che la raccolta sia fatta prelevando solo alcuni fiori per pianta. Questo per permettere ai fiori incolti di trasformarsi in succose drupe viola-nerastre di cui si cibano gli uccelli, che poi ne propagano anche i semi. Anche le bacche giunte a maturazione vengono utilizzate in cucina. Molto conosciuta è la marmellata o lo sciroppo di bacche di sambuco.

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Per non perdere la fragranza dei fiori appena raccolti si consiglia di utilizzare un cesto aperto, è bandito l’uso del sacchetto di plastica.

 

 

 

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Il nome scientifico del Sambuco è Sambucus nigra. Pare che il nome del genere derivi dal greco “Sambike” oppure dal latino "sambuca", antico strumento musicale a corde di forma triangolare. In seguito questo nome venne attribuito a strumenti a fiato simili al flauto. Una leggenda germanica racconta che per tenere lontano gli spiriti malefici bastava suonare un flauto realizzato con un ramoscello di sambuco. Wolfgang Amadeus Mozart pare si sia ispirato a questa leggenda per l’opera il “Flauto magico”.

 

Particolare del tronco di sambuco

 

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Con il tronco di sambuco invece si costruivano semplici ed economici giochi per bambini. Infatti con una parte del tronco svuotato dal morbido midollo si realizzava il “sciupet” (piccolo fucilino) all’interno del quale si mettevano una bacchetta, generalmente di corniolo o nocciolo, che serviva da “stantuffo” per espellere i “proiettili” che consistevano nelle bacche di alloro. Oggi di bambini intenti a giocare con questo “sciupet” non se ne vedono più ma vi garantisco che era un gioco divertente, innocuo e molto diffuso.20_sciupet_004

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Particolare del “sciupet” e bacche di alloro.

 

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Molto interessante e curioso è l’utilizzo del midollo del sambuco per costruire un gioco scientifico: l’elettroforo di Peiffer. La descrizione di questo strumento casalingo è tratta da un libro del 1882 “Le ricreazioni scientifiche, ovvero l’insegnamento coi giuochi” di Gaston Tissandier. Per chi volesse cimentarsi, trova l’articolo a riguardo a questo LINK.

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Con il legno di sambuco si costruivano anche i manici degli attrezzi agricoli (badili, zappe, forche da fieno, falcetti e altri attrezzi di uso comune in campagna) poiché il sambuco è un legno leggero, elastico e resistente.

Badile con il manico realizzato in sambuco.

 

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Il sambuco, pianta molto rustica, spesso lo si trova sulle scarpate o come in questo caso al bordo di una massicciata ferroviaria.

 

La sua estrema rusticità lo fa apprezzare per qualsiasi intervento di ricostituzione vegetale di terreni spogli o degradati ed è un comodo e sicuro riparo per diverse specie di uccelli che lo utilizzano per nascondervi il nido come ad esempio il Saltimpalo e l’Averla piccola.

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Averla piccola Lanius collurio – sinistra femmina a destra il maschio.

 

Ora non resta che attrezzarsi di cestino e trascorrere qualche ora all’aria aperta, sentire i profumi della primavera e raccogliere quanto la natura ci offre.

 

Bibliografia e siti web consultati

G.Devoto – G. C. Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana,1971

Gaston Tissandier, “Le ricreazioni scientifiche, ovvero l’insegnamento coi giuochi”. Fratelli Treves editori, Milano, 1882.

Jacques Brosse, Storie e leggende degli alberi, Edizioni Studio Tesi, 1991

Catalogo piante – ERSAF, Regione Lombardia, 2013

Sambucus nigra L. - Sambuco nero - LINK