lunedì 14 novembre 2016

La super luna del 2016

14 novembre 2016 alle 12:24 ore italiane la luna si trova alla minima distanza dalla terra (356.511 km) e poche ore dopo, precisamente alle 14:52 ore italiane, la luna raggiunge il culmine del plenilunio. Questa coincidenza tra plenilunio e perigeo (il massimo avvicinamento alla Terra) fa sì che la luna venga considerata, in gergo non scientifico, una Super Luna. La Luna piena al perigeo può risultare il 14% più grande e il 30% più brillante della luna piena in apogeo. Questo fenomeno della “super Luna” non è raro: avviene all’incirca tutti gli anni ma quello di oggi -14 novembre 2016 - rappresenta la più grande luna piena visibile da 68 anni. L'ultima così si è verificata nel 1948 e la prossima arriverà il 25 novembre 2034.

Visto che le previsioni per il plenilunio danno nuvoloso, anticipiamo l’osservazione del nostro satellite di due giorni.

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Alto Lario, 12 novembre 2016

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sabato 29 ottobre 2016

Varenna da scoprire: il sepolcreto gallico-italico

Con questo post proseguono gli articoli dedicati alla filosofia del “camminare piano”. Al Museo Archeologico Paolo Giovio di Como (Link) sono raccolti preziose testimonianze della presenza umana sin dai tempi antichi, importanti reperti archeologici (alcune sepolture) che provengono da Varenna, piccolissimo comune situato in quell’area lariana genericamente chiamata “centro lago”.

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Museo Archeologico Paolo Giovio a Como.

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La stazione di Varenna-Esino, meta obbligata di transito per la gran parte dei turisti in visita al “Centro lago”.
Proprio nei pressi di questo edificio, nel 1891, durante i lavori di realizzazione del tratto ferroviario Lecco-Bellano, furono scoperti importanti reperti risalenti al IV e V secolo a.C.

 

 

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La stazione di Varenna nel 1891 durante i lavori di realizzazione della linea ferroviaria Lecco – Bellano, nel corso dei quali furono rinvenute le tombe.

 

 

 

L’archeologo Alfonso Garovaglio (Link) così descrisse sulla Rivista Archeologica della Provincia di Como questa importante scoperta:

“ SEPOLCRETO GALLO-ITALICO DI VARENNA – Nell’aprile dello scorso anno 1891 eseguivansi dalla Società Italiana delle strade Ferrate meridionali i lavori di sterro negli scavi di trincea per la costruzione della via Ferrata Lecco-Colico, su uno dei ripiani che formano le prime basi, e dirò gradini, da cui s’innalza maestosa la Grigna di Varenna o monte Codeno. 5

Questo ripiano è ad un quarto d’ora da Varenna sulla sponda destra del fiume Esino all’altezza do m. 22 dal pelo del lago. Fra questi massi, cred’io, disposti come madre natura volle in un terreno murenico, i lavoratori con molta meraviglia, a poco più di un metro di profondità dal campo coltivato, trovarono un agglomerato di terriccio nerastro, untuoso, poi carboni, poi qualche oggetto di bronzo…

Tosto edotodi ciò l’intelligente e solerte Ingegnere Capo sopraintendente a quei lavori, sig.Giuseppe Galli, intuì l’importanza del fatto e lolla massima sollecitudine e diligenza fece estrarre tuttociò che si trovava in quel naturale improvvisato ripostiglio, prendendone nota accurata e senza remora, e a migliore tutela, lo raccolse nella sua abitazione.

Con lettera 27 Aprile poi si faceva premura, esempio piuttosto unico che raro, di darmene notizia facendo seguire all’annuncio dell’importante scoperta un dettagliato elenco degli oggetti rinvenuti, aggiungendovi relativi schizzi.

Nel maggio fui a Varenna e mi ebbi la consegna di tutto il tesoretto archeologico, che senza indugio portai al Museo Comense, ove potrà da ognuno essere ammirato e studiato; ma a chi non sarà facile ciò fare, darò per quanto mi è possibile, una esatta enumerazione descrittiva d’ogni oggetto, e meglio, accurati disegni in questa nostra Rivista Archeologica Provinciale, dai quali scaturirà chiara l’importanza del Sepocreto di Varenna e quanto la scienza debba all’ottimo Ing. Galli per averlo salvato.” …

L’articolo prosegue con la descrizione degli oggetti: Bronzo – Oggetti d’ornamento, Ferro – Armi di offesa e di difesa – Fittili – Frammenti di vasi).

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Disegno di Alfonso Garovaglio riguardante i reperti di Varenna - Rivista Archeologica della Provincia di Como, 1891.

All’epoca della scoperta archeologica si pensò ad una sola sepoltura ma già vent’anni più tardi, grazie ad una maggiore conoscenza in campo archeologico, si fece strada l’idea di trovarsi di fronte a più sepolture. In seguito, il perfezionamento degli studi archeologici, ha portato a confermare la presenza di almeno tre distinte inumazioni.

Nel 2007 il Museo Civico Archeologico di Como ha pubblicato il libretto “Le tombe di guerriero di Varenna” (LINK), nel quale vengono identificate almeno tre differenti sepolture a cremazione:

una tomba femminile di fine V primi decenni del IV secolo a.C.
una tomba maschile databile all’incirca alla metà del IV secolo a.C.
una tomba maschile della seconda metà del IV secolo a.C.
Tra i vari reperti, a suscitare maggiore interesse, sono le tombe maschili per via degli oggetti rinvenuti, quali ad esempio la spada con fodero decorato, cuspidi di lancia e un elmo in ferro. Marta Rappi, una delle autrici della pubblicazione, asserisce che ritrovare un elmo è molto raro e presuppone che possa appartenere ad una persona molto importante.

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Elmo in ferro a calotta datazione fine del V o primi decenni del IV secolo a.C.

 

 

 

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Spada della seconda metà del IV secolo a.C., con fodero decorato a motivi vegetali.
(fotografia © Musei Civici di Como)

Particolare del puntale traforato del fodero della spada.
(fotografia © Musei Civici di Como)

 

 

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Spada con fodero priva del puntale. Questa spada è ritenuta di poco più antica di quella precedente, la si attribuisce alla metà del IV secolo a.C. e ad un’altra sepoltura. La spada si presenta incurvata volontariamente per renderla inutilizzabile, come è stato osservato in altre sepolture. Un’altra ipotesi può far pensare ad un significato simbolico durante il rituale di sepoltura legato alla morte di un guerriero (la spada piegata rappresenterebbe la fine della vita).

 

 

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Punte di lancia in ferro.

 

I reperti attribuiti alla tomba femminile sono i più antichi e attribuibili ad un ceto sociale elevato.

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1 e 2. Fibule in bronzo, portate come elemento di chiusura dell’abito o del mantello.

3. Anello con incavi per inserzioni probabilmente in corallo (decorazioni andate perse).

4. Spirale con pendagli a secchiello.

5. Orecchino con perla biconica.

Più complesso appare il significato e la funzione del gomitolo in filo di bronzo avvolto a spirale (6). Si tratta di un oggetto di tradizione golasecchiana (LINK) con ritrovamenti simili nel solo bacino lariano e nelle sue valli circostanti. Solitamente questi gomitoli in filo di bronzo si rinvengono in corredi maschili.

 

A quali popolazioni appartenevano questi reperti?

Lo studio dei ritrovamenti fatto sui particolari tecnici e lo stile decorativo degli oggetti portano a ricollegare le due tombe maschili all’epoca celtica dell’età di La Tenè (LINK), si ipotizza che tali sepolture fossero di due individui di provenienza straniera, probabilmente due Celti (LINK) collegabili alle invasioni galliche del IV secolo a.C., quella femminile pare invece essere riconducibile alla tradizione golassecchiana (LINK).

Lasciando agli archeologi il compito di approfondire le conoscenze sul nostro passato, è emozionante pensare che il paesaggio che oggi ammiriamo al tramonto è lo stesso che più di duemila anni fa accompagnava questi nostri fratelli alla fine della giornata.

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Bibliografia

Garovaglio A., Sepolcreto gallo-italico di Varenna, Rivista Archeologica della Provincia di Como, 34, 1891, pp. 3-11, tav. 1.

Uboldi M., Rappi M. e De Marinis R.C., Le Tombe di Guerriero di Varenna, Musei Civici di Como, 2007. (LINK)

Brembilla G., Brembilla R., Varenna che sfugge, Associazione Culturale “L.Scanagatta” Varenna, 1996 (LINK)

mercoledì 28 settembre 2016

Il Piovanello pancianera, il limicolo che ha per casa il mondo

Settembre 2016. La migrazione post riproduttiva sul Lario ha regalato grandi emozioni agli appassionati di Birdwatching come l’osservazione della Sterna codalunga (LINK) o della Cicogna nera (LINK). Oltre a queste due presenze di riguardo ci sono state altre interessanti presenze ornitiche appartenenti al gruppo dei “limicoli”, uccelli frequentatori di ambienti umidi, melmosi e sabbiosi. La conformazione geologica del lago di Como è povera di questi luoghi e oltretutto i pochi siti con queste caratteristiche sono molto disturbati dalle varie attività ricreative umane. Vederli qui da noi è pertanto da considerarsi quasi un evento straordinario. Tra questi limicoli ho scelto di parlare qui del Piovanello pancianera, specie molto comune altrove ma alquanto poco presente nel territorio lariano.

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Piovanello pancianera (Calidris alpina), settembre, provincia di Como.

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L’alto Lario, precisamente la foce del fiume Mera, è una tra le aree lariane più visitate dai limicoli. La sua ampiezza dipende dal livello delle acque del Lago di Como che in certi periodi la fa scomparire quasi totalmente.

 

 

 

 

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Nonostante sia un ambiente idoneo alla sosta di questi uccelli, la loro permanenza si riduce a pochi giorni per non dire poche ore in quanto questo luogo è anche sottoposto ad un notevole disturbo umano che la rende pressoché inadatta alla tranquilla sosta e il foraggiamento di questi uccelli.

 

 

 

Ma prima di tutto chi sono i Limicoli?

Limicolo, al plurale limicoli, è un termine di uso comune per identificare alcune delle famiglie di uccelli appartenenti all’ordine dei Caradriformi che frequentano le acque basse melmose ricche di limo del mare e delle acque dolci (stagni, paludi, lagune ecc). I limicoli compiono spesso lunghi viaggi migratori tra le zone di nidificazione e quelle di svernamento. Durante questi spostamenti sostano per alimentarsi in ambienti umidi che pullulano di vita animale (insetti, lumache e vermi).

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Piovannelli pancianera alla ricerca di alimenti.

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Spesso i limicoli durante la migrazione o lo svernamento si riuniscono in gruppi anche di specie diverse. In questo caso un Piovanello pancianera (in primo piano a sinistra) è in compagnia di un Piovanello tridattilo (Calidris alba).

 

 

 

Il Piovanello pancianera (Calidris alpina) appartiene all’ordine dei Caradriformi e alla famiglia degli Scolopacidi. Il nome comune Piovanello pancianera è dovuto al piumaggio primaverile dell’addome su cui è presente una larga macchia nera. Il nome scientifico Calidris alpina è così descritto dall’ornitologo Moltoni: “Calidris, deriva dal nome greco, kàlidris, dato da Arispotele ad un uccello appartenente a una delle specie viventi sulle spiagge marine o lungo le rive di corsi d’acqua dolce. Mentre il nome della specie “alpina”, è dovuto al fatto che qualche volta lo si trova nelle zone elevate di montagna”.

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Piovanello pancianera (Calidris alpina) adulto in abito di transizione post riproduttivo. Settembre, provincia di Lecco.

Il Piovanello pancianera frequenta la regione biogeografia denominata “Olartico” che in pratica comprende la maggior parte dell'emisfero boreale, con esclusione delle regioni tropicali. Questa sua diffusione mondiale ha portato il Piovanello pancianera a differenziarsi per dimensioni e colorazioni tra le varie popolazioni. Per questo motivo sono state descritte diverse sottospecie così classificate:

Calidris alpina arcticola – Nord-Ovest dell’Alaska e Nord-Ovest del Canada; inverno in Cina, Corea e Giappone.
Calidris alpina pacifica - Sud-Ovest dell’Alaska; inverno nel Ovest degli Stati Uniti e nel Ovest del Messico.
Calidris alpina hudsonia – In centro Canada; inverno Sud-Est degli Stati Uniti e del Messico.
Calidris alpina arctica - Nord-Est della Groenlandia; inverno in Nord-Ovest dell'Africa.
Calidris alpina schinzii - Groenlandia, Islanda e Scandinavia; inverno nel Nord-Ovest dell’Africa.
Calidris alpina alpina - Scandinavia e nell'ex-Unione Sovietica;
                                         inverno nelle aree occidentali dell'India, alle coste dell'Arabia, dell’Africa nordorientale e del
                                          Mediterraneo.
Calidris alpina sakhalina - Russia; inverno Cina, Giappone e Taiwan.
Calidris alpina centralis – Siberia tra la Penisola del Tajmir ed il fiume Kolyma. Sverna tra il mediterraneo orientale,
                                               l’Africa nord-orientale e l’India. Forma intermedia tra c.a. alpina e la c.a. sakhalina, intermedia
                                               per colorazione e dimensione, ma non unanimemente riconosciuta.

Calidris alpina actites - Nord Sakhalin; svernamento sconosciuto.
Calidris alpina kistchinskii - Mare di Okhotsk a Isole Curili; svernamento sconosciuto.

7Distribuzione migratoria del Piovanello pancianera
autore Christof Bobzin – Dominio pubblico Wikimedia.org

Il Piovanello pancianera europeo nidifica in aree settentrionali fino alle latitudini artiche con una distribuzione circumpolare con tre sottospecie: la Calidris alpina artica che nidifica nel settore nord-orientale della Groenlandia e sverna nell'Africa nord-occidentale, la Calidris alpina schinzii nidificante in Groenlandia sud-orientale, in Islanda ed in Norvegia, per la maggior parte svernante nell'Africa nord-occidentale, specialmente Marocco e Mauritania e la sottospecie Calidris alpina alpina che si riproduce in Scandinavia e nell'ex-Unione Sovietica, che migra e svera fino alla porzione occidentale dell'India, alle coste dell'Arabia, dell’Africa nordorientale e del Mediterraneo. In Italia è specie migratrice regolare e svernante in circa 50 siti costieri con tre sottospecie: Calidris alpina alpina, Calidris alpina schinzii e Calidris alpina centralis. Oltre l’80% di queste popolazioni sono concentrate nelle aree umide dell’Alto Adriatico dove si possono osservare stormi composti da centinaia se non migliaia di individui. In territorio Lariano è migratore regolare di doppio passo con poche osservazioni e sempre riguardante individui solitari o gruppi composti da pochi individui.

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Distribuzione europea del Piovanello pancianera
fonte:www.birdguides.com

Limicolo di medie dimensioni, il Piovanello pancianera misura 160-200 mm di lunghezza con una apertura alare di 380-430 mm. Il peso è di circa 46-56 gr. In quanto a longevità, è stato registrato un individuo di 19 anni e 9 mesi.

9_Piovanello-pancianera_013Gruppo di piovanelli pancianera, settembre, provincia di Lecco.

Questo limicolo non ha un evidente dimorfismo sessuale. Generalmente il maschio presenta una colorazione più brillante della femmina, carattere poco apprezzabile in natura, mentre varia il piumaggio stagionale tra gli esemplari adulti a quelli giovani.

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Piovanello pancianera: a sinistra il giovane e a destra l’adulto.

L’habitat preferito di quest’uccello per la stagione riproduttiva è principalmente costituito da ambienti paludosi intervallati da acque di superficie, praterie costiere umide, saline e brughiere montane. Nella regione artica frequenta la tundra. Per il restante periodo questa specie frequenta una grande varietà di zone umide d'acqua dolce e salmastra, sia costiere che aree interne comprese le lagune, spiagge di acqua dolce fangose, aree di marea, campi allagati, impianti di depurazione, saline, coste sabbiose e gli estuari.

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Il piovanello pancianera maschio è il primo ad arrivare nelle zone di riproduzione dove è solito preparare una bozza di nido realizzandolo con raschiature sul terreno che poi riveste con erba e foglie. Con l’arrivo delle femmine il maschio cerca di attirare la futura compagna effettuando voli di visualizzazione che consistono in brevi planate con le ali arcuate rigide. Formata la coppia, è la femmina a scegliere una di queste raschiature terminando la costruzione del nido dove normalmente depone 4 uova. L’incubazione è a cura di entrambi i genitori e dura dai 20 ai 22 giorni. I giovani lasciano il nido poco dopo la schiusa ma sono dipendenti dagli adulti per circa 20 giorni. Durante il periodo non riproduttivo, il piovanello pancianera è altamente gregario e viaggia in gruppi numerosi sia durante la migrazione che durante lo svernamento.

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Piovanello pancianera  - da: THE BIRDS OF GREAT BRITAIN, John Gould - 1870

Questa specie è attiva sia durante il giorno che la notte. Si nutre sondando e conficcando il suo lungo becco nel substrato alla ricerca di cibo.

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Piovanelli pancianera in frenetica attività trofica.

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I limicoli sono attivi sia di giorno che di notte e spesso capita di osservarli in brevi pause di riposo.

Di seguito un breve video che rende bene l’idea della frenesia che caratterizza questi uccelli mentre si alimentano. 

Piovanello pancianera from Roberto Brembilla on Vimeo.

Cosa mangia il Piovanello pancianera?

Questa specie è praticamente onnivora. Durante la stagione riproduttiva si ciba di insetti (adulti e larve) come mosche, scarafaggi, tricotteri, vespe ed effimere. Non snobba i ragni, gli acari, i piccoli gasteropodi o gli elementi vegetali (di solito semi).

Durante la stagione non riproduttiva la dieta è basata principalmente di Anellidi quali i Policheti (LINK) e gli Oligocheti (LINK).

Come già detto il Piovanello pancianera si alimenta regolarmente sia di giorno che di notte. Uno studio eseguito su questa specie durante la migrazione autunnale nel mare 18danese di Wadden ha mostrato come questi uccelli tendano a differenziare l’habitat durante il giorno e la notte. In questa ricerca si è scoperto che il foraggiamento notturno è prevalentemente a base di Corophium volutator, invertebrato che pare sia molto importante per il ripristino dei depositi di grasso in uccelli migratori a lungo raggio.

Corophium volutator
fonte: <a href="http://www.discoverlife.org">
© Copyright Malcolm Piano 2011-2115

 

Lo stato di conservazione di questa specie è notevolmente minacciato nei luoghi riproduttivi per via della perdita del suo habitat e per via della predazione ai nidi da parte di mammiferi introdotti su alcune isole. La minaccia maggiore proviene dai luoghi di migrazione e svernamento: le bonifiche degli estuari, l'invasione di specie vegetali aliene, come l'erba Spartina anglica, che si è diffusa sulle piane fangose britanniche con la conseguente riduzione delle aree di alimentazione, la distruzione di importanti habitat di sosta migratori sulla costa del Mar Baltico adiacente alla regione di Kaliningrad della Russia, l'inquinamento petrolifero, il drenaggio delle zone umide per l'irrigazione e l’estrazione della torba con la relativa distruzione di habitat. E per non farsi mancare nulla questa specie è anche soggetta all’influenza aviaria (ceppo H5N1 in particolare) ed è quindi minacciata dai focolai di questo virus.

Purtroppo anche la situazione italiana è sfavorevole per questo uccello. Si è infatti registrato un notevole declino demografico nei siti di svernamento a partire dal 1970. La perdita di ambiente, dovuta al crescente disturbo causato dalle attività di allevamento e raccolta dei molluschi nelle aree di alimentazione, è una delle principali minacce nelle lagune dell’alto Adriatico e sul Delta del Po. Da aggiungersi anche l’attività venatoria e gli abbattimenti illegali alquanto frequenti.

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Come ribadito più volte su questo blog, se non si mette in atto una strategia di conservazione prevedendo una gestione ecologica nella protezione dei siti chiave utilizzati nella migrazione o nello svernamento, tra qualche anno ci ritroveremo con un pietoso impoverimento di fauna che nessuno sarà più in grado di recuperare! L’arroganza e l’ignoranza dell’essere umano stanno portando alla distruzione della biodiversità!

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Bibliografia

L'etimologia ed il significato dei nomi volgari e scientifici degli uccelli italiani – Edgardo Moltoni – Milano 1946.

Brichetti P. & Fracasso G., 2004. Ornitologia Italiana. Vol. 2 - Alberto Perdisia editore, Bologna.

Brichetti P.,Cagnolaro L., Spina F, Uccelli d’Italia, Giunti – 1986

Spagnesi M. & Serra L, 2003. Uccelli d’Italia – Quaderni di Conservazione della Natura Numero 16, Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi”

Harrison C., Nidi, Uova e Nidiacei degli uccelli d’Euopa – Muzio Ediore, 1988

Melville, D.S., Shortridge, K.F.; Letters in Applied Microbiology - Spread of H5N1 avian influenza virus: an ecological conundrum, 2006

Del Hoyo, J ., Elliott, A., Sargatal, J., Manuale degli uccelli del mondo, vol. 3: Hoatzin a Auks. Lynx Edicions, Barcellona, Spagna. 1996

CHECK LIST IN LINGUA ITALIANA DEGLI UCCELLI DEL MONDO - rif: Clements Check List

 

Siti web consultati

BirdLife International (2016) Specie: Calidris alpina. Scaricato dal http://www.birdlife.org (2016). Lista Rossa IUCN per gli uccelli. Scaricato dal http://www.birdlife.org (2016).

http://avibase.bsc-eoc.org/avibase.jsp

giovedì 22 settembre 2016

Primo giorno d’autunno e nei campi è in fiore lo Stramonio

Oggi, 22 settembre alle ore 14:21 UTC (le 15:21 italiane) inizia l’autunno astronomico.

In questo periodo dell’anno negli incolti vicino ai ruderi e lungo i margini delle strade possiamo scorgere una vistosa pianta dai fiori imbutiformi e dal frutto spinoso. Si tratta di1_Datura-wrightii_005 una specie alloctona naturalizzata in aree climatiche miti dell’Europa. Di origine americana e probabilmente anche asiatica, questa pianta ha innumerevoli nomi volgari: stramonio, erba del diavolo, erba delle streghe, noce spinosa, noce del diavolo e pomo della morte. Tutti questi nomi non lasciano dubbi sulla sua peculiarità di essere una pianta allucinogena e velenosa per l’uomo.

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Stramonio di  Wrightii
(Datura wrightii),
settembre, provincia di Lecco.

Le immagini di questo post ritraggono lo Stramonio di Wright (Datura wrightii), specie simile al più noto Stramonio comune (Datura stramonium). Il genere Datura ha diverse specie tutte legate a climi temperati e tutte velenose. Lo stramonio appartiene alla famiglia delle Solanacee, stessa famiglia delle melanzane, peperoni, pomodori e patate.0

 

 

 

Lo Stramonio comune si differenzia dallo Stramonio di Wrightii per gli steli verdi, le foglie più frastagliate, i fiori più piccoli e i frutti in posizione verticale, mentre lo Stramonio di wrightii ha gli steli violacei, le foglie ovate (più ampie e dai bordi leggermente irregolari) e grandi fiori e frutti appesi.

 

 

Stramonio comune Datura stramonium
Flora von Deutschland, Österreich und der Schweiz 1885.
Fonte: Wikimedia Commons

 

 

 

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Stramonio comune Datura stramonium – settembre, Provincia di Como.

Lo stramonio è stato introdotto in Europa probabilmente come pianta medicinale e si è diffuso e naturalizzato velocemente nel sud della Francia, in Spagna e intorno ai paesi mediterranei. Lo Stramonio comune (Datura stramonium) è stata la prima specie a essere scientificamente descritta da Carlo Linneo nel 1753, utilizzando per il genere il nome di provenienza sanscrita “dhatura” (nome indiano “dhât” dato al veleno da essa estratto), altre ipotesi traducono il termine indiano dhatura in mela spinosa, ad indicare i frutti spinosi. Linneo coniò per la specie il termine stramonium, nome di incerta origine. Cento anni prima di Linneo fu l’inglese Nicholas Culpeper (medico, botanico ed erborista) a citare, nella sua opera Culpeper’s Complete Herbal, questa pianta come erba medicinale. Il nome scientifico della specie Stramonio di wrightii Datura wrightii è stato assegnato nel 1859 dal botanico Eduard Regel in onore alla figura del botanico, esploratore statunitense Charles Wright (1811-1885) che aveva scoperto questa pianta in Texas nel 1850. Lo stramonio è la più rinomata tra le piante usate nella stregoneria medioevale: veniva chiamata "erba del diavolo" o "erba delle streghe" e per questo motivo la troviamo citata nel volume Malleus Maleficarum=Martello delle streghe del 1486, redatto dei frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer allo scopo di reprimere in Germania l’eresia, il paganesimo e la stregoneria.

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Lo stramonio fu usato in medicina per la cura dell’asma.
I fiori essiccati e arrotolati venivano fumati come sigaretta per alleviare i sintomi di questa malattia. Infatti gli alcaloidi presenti inibiscono i muscoli nelle pareti delle vie aeree, allargando così i bronchioli e rendendo più facile la respirazione. Questa pratica, per via degli effetti collaterali, portava in realtà più danni che benefici anche perché la concentrazione di questi alcaloidi può variare notevolmente da pianta a pianta. Pertanto l’utilizzo di questa in medicinale è molto difficoltosa e rischiosa.

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Frutto e semi di Stramonio di Wrightii

 

 

 

Lo stramonio suscita tanto interesse anche per l’aspetto “sacro” che è collegato alle sostanze presenti in questa pianta. L'effetto allucinogeno di delirio è stato a lungo utilizzato per sperimentare “altre realtà", in particolare in India e presso tribù native americane. Alcuni sciamani si erano specializzati nell'uso di questa pianta per ottenere “sogni profetici” o per rituali iniziatici per i ragazzi. Tutte le parti di questa pianta contengono alcaloidi come la scopolamina e l'atropina che causano delirio, battito cardiaco accelerato e un aumento della temperatura corporea, seguita spesso da amnesie. Tutti sintomi spesso fatali o causa di numerosi casi di avvelenamento. Sembra impossibile ma ancora ai giorni nostri la cronaca riporta di casi di intossicazione da stramonio di persone sprovvedute che, volendo vivere sulla propria pelle questi effetti allucinogeni, si ritrovano spesso a sperimentare solo forte agitazione, confusione, dilatazione della pupilla, attacchi di panico e avvelenamento, che nei casi più gravi può anche condurli alla morte. Di seguito il link di alcuni fatti di cronaca:

Civitanova, mangia fiori di stramonio e cade in mare: ragazzo in rianimazione

Tè allo stramonio

Ferrara, universitario in coma

Ancora peggiore è l’ignoranza in fatto di erbe che, se non riconosciute con certezza, resta più saggio evitare di raccoglierle. Di seguito riporto un caso capitato ad una coppia di coniugi che hanno scambiato lo stramonio per fiori di zucca. (LINK)

Mentre queste signore hanno cucinato lo stramonio come fosse spinaci.(LINK)

Concludo ribadendo che tutta questa pianta è tossica: foglie, fiori, radici e semi compresi perciò deve essere bandita dall’uso erboristico privato. Tuttavia è doveroso un chiarimento a riguardo delle piante velenose o medicinali e, per far questo, utilizzo integralmente quanto riportato sul sito www.sostanze.info.

“Una pianta si può definire "velenosa" se contiene, in una qualsiasi parte, "principi attivi" in grado di arrecare un danno alla salute di chi ne viene, in qualsiasi modo, a contatto.
Molto spesso sentiamo parlare di piante "medicinali" e piante "velenose", piante buone o cattive, secondo un vezzo, del tutto umano, di distinguere ciò che ci circonda in soggetti utili o meno a noi stessi. In realtà quando dividiamo le piante secondo queste categorie commettiamo un grosso errore di superficialità e di presunzione, fondati sull’assunzione di superiorità della nostra specie rispetto a tutto il resto dell’ambiente naturale che, al contrario, si è evoluto in genere molto prima di noi.
E’ del tutto evidente che non esistono in natura piante utili o piante dannose, ma è l’uso più o meno corretto che ne viene fatto da parte dell’uomo che determina il grado di pericolosità o di utilità di una pianta”.


Curiosità:
Nel meraviglioso trittico “Giardino delle delizie” dipinto da Hieronymus Bosch (LINK descrizione del dipinto) vi è raffigurato la “noce spinosa” dello stramonio. Questo quadro raffigura figure mostruose, grottesche, strani esseri volanti, demoni, frutto di una fantasia da incubo. L’antropologo Puckert, senza nessuna prova, ha ipotizzato che Bosch abbia fatto uso di sostanze allucinanti come lo stramonio per realizzare queste immagini fantasiose.

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Giardino delle delizie, Hieronymus Bosch (1450–1516 circa) – Olio su tela 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid.
Fonte: Pubblico dominio Wikipedia

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Il giardino delle delizie,
pannello centrale, particolare in basso a sinistra
probabile raffigurazione del frutto dello stramonio.
Fonte Pubblico dominio Wikipedia

 

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Dettaglio del Giardino delle delizie, una schiera di uccelli scruta gli uomini nei pressi di un laghetto.

 


Bibliografia

Devoto G., Oli G. C., Vocabolario Illustrato della lingua italiana, 1971

Otto Wilhelm Thomé Flora von Deutschland, Österreich und der Schweiz (1885) – Germania.

Pignatti S., Flora d'Italia - Edagricole, Bologna.1982.

Malizia E., Hieronymus Bosch - Insigne pittore nel crepuscolo del Medio Evo - 2016

 

Dal web

www.actaplantarum.org

Wikipedia

domenica 28 agosto 2016

Il Beccamoschino, una specie nuova per il territorio Lariano

Siamo agli sgoccioli di agosto e fa ancora molto caldo perciò le scorribande dell’appassionato naturalista si svolgono ancora nelle fresche vallate alpine. Tuttavia, poiché in agosto è già attiva la migrazione post-nuziale, alcuni birdwatchers non temendo il caldo afoso e le zanzare, si addentrano tra la vegetazione palustre e proprio nella Riserva del Pian di Spagna (CO) uno di loro scova un minuto passeriforme, comune in aree mediterranee, ma una rarità per le terre Lariane. Si tratta proprio di un’occasione da non perdere! Ecco sul diario “Libereali” la pagina dedicata al minuscolo Beccamoschino, un vocifero uccello di palude, di colore fulvo rossiccio, striato di nero, dalla particolarità di essere “un po’ rumoroso con il suo tipico volo canoro”.

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Beccamoschino (Cisticola juncidis), agosto, Provincia di Como.

La sistematica posizione del Beccamoschino: nell’ordine dei Passeriformi, nella famiglia Cisticolidae dove in Europa è rappresentata da una sola specie, il Beccamoschino (Cisticola juncidis).

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Il Beccamoschino è un uccello molto nervoso e vivace, solleva spesso le penne del vertice e muove a scatti le ali e la coda.

 

 

L’etimologia del nome volgare Beccamoschino è l’unione di “beccare e moschino” per via dell’abitudine di nutrirsi di piccoli insetti. Il nome del genere Cisticola è di origine latina composta dalle voci cistus=cisto, e colo=io abito, juncidis=che vive nei giunchi.

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Il Beccamoschino difficilmente si posa al suolo e quando lo fa, si sposta a saltelli con il corpo tenuto orizzontalmente.

 

 

 

Tra le specie di uccelli europei il Beccamoschino è tra i più piccoli. La sua massa corporea è di soli 6-8 grammi, per una lunghezza di circa 10 centimetri ed una apertura alare di circa 12 centimetri.

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L’habitat del Beccamoschino
è caratterizzato da zone paludose o praterie umide, non è facile individuare questo piccolo uccello, a meno che non si riesca a seguire il suo caratteristico “volo canoro” fino all’atterraggio, che talvolta lo porta a sostare per qualche attimo sulla parte alta di un arbusto o di una canna.

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Questa specie è diffusa con diverse sottospecie in Eurasia, Africa, Indonesia e Australia. In Europa si concentra soprattutto nell’area mediterranea e non oltrepassa il 47° parallelo. Specie tendenzialmente sedentaria, durante la stagione fredda si sposta nella parte meridionale dell’areale abitualmente occupato, fino a raggiungere il Nord Africa.

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Distribuzione del Beccamoschino in Europa – Fonte www.birdguides.com

 

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L’ornitologo Paolo Savi nel suo volume Ornitologia Toscana edito nel 1827-1831 descrive così questo uccello: In tutti i luoghi palustri, coperti di Giunchi e d’erbe alte, trovasi il Beccamoschino nelle nostre pianure. Quando è fermo di rado si vede, perché sta nascosto nell’interno de’ cespugli o fra l’erbe; ma ordinariamente dopo esser rimasto per due o tre minuti a saltellare fra i rami delle Tamarici, Prunbianchi, Spincervini, ecc. O a scorrere sopra le foglie de’ Giunchi, Cannelle, e Ciperi, beccando i piccoli insetti, si innalza nell’aria, e dopo che volando si è trattenuto per un piccolo tempo alla medesima altezza, cala di nuovo a nascondersi dentro qualche altro cespuglio. Il suo volo non è unito né rettilineo, ma resulta dalla riunione di molte curve guardanti con la loro concavità in alto, curve che sono eguali in numero a’ copi d’ali dati dall’uccello, volando, per il solito manda un fischio acuto e forte, che sentesi anche ad una distanza assai grande, e che in qualche maniera si po’ imitare con la sillaba «zsip- zsip». Eccettuando il forte inverno, trovasi sempre fra noi.

 

Oggetto di una certa curiosità scientifica è la lunga stagione riproduttiva, che ha inizio in aprile e termina in agosto, con alcune eccezioni anche in settembre, ed è caratterizzata da accoppiamenti in buona parte poliginici in quanto un maschio può accoppiarsi con un numero di femmine che variano da 4 a 11. Il nido viene inizialmente creato dal maschio ma completato dalla sola femmina. La prole viene accudita dalla sola femmina. I giovani possono riprodursi già a soli 1 o 2 mesi di età.

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Uccello legato alla vegetazione nella quale si muove con notevole agilità, arrampicandosi su di essa e spesso con le zampe su steli diversi.

 

 

 

 

Le popolazioni di questi piccoli uccelli sono molto influenzate dall’andamento climatico: in annate con inverni particolarmente rigidi le popolazioni di beccamoschini vengono letteralmente decimate. Molti anni vengono richiesti per la ricostruzione di questi nuclei. Gli ultimi inverni sono stati particolarmente miti, motivo forse per il quale troviamo una timida presenza anche in aree non consone alle abitudini solite di questo uccello. Certo è che sia stato un vero piacere poterlo osservare!

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Bibliografia

L'etimologia ed il significato dei nomi volgari e scientifici degli uccelli italiani – Edgardo Moltoni – Milano 1946.

Brichetti P. & Fracasso G., 2008. Ornitologia Italiana. Vol. 5 - Alberto Perdisia editore, Bologna.

Savi P., Ornitologia Toscana, Volume Primo. Luciano Ferriani Editore, Milano. 1827-1831