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lunedì 26 febbraio 2018

Post hoc ergo propter hoc e il cormorano.

Con questa frase latina "post hoc ergo propter hoc" che tradotta significa "dopo questo, quindi a causa di questo" inizio questo post in risposta all’ennesimo fazioso articolo apparso sui giornali locali nel quale è stato scritto che il Cormorano è solito “banchettare nel lago e fare strage di pesci” e pertanto si chiede di abbatterlo veicolando agli ignari lettori il messaggio che eliminando questo uccello il nostro lago ritornerebbe un “ricco luogo di pesca”.

L’antico detto "post hoc ergo propter hoc" significa che il 1-Cormorano-019-fatto B è avvenuto dopo il fatto A quindi il medesimo fatto A è necessariamente la causa di B. Questa argomentazione è chiaramente disonesta e ingannatrice, del tutto ingiustificata sul piano logico, eppure, nonostante siano trascorsi migliaia di anni si può notare che il sofisma latino sembra essere ancora attuale quando un’argomentazione apparentemente valida viene banalizzata o peggio crea teorie fallaci e semplicistiche.

La popolazione ittica del Lario sta subendo una contrazione numerica, a differenza dei laghi briantei che, più che un calo di unità, stanno registrando una sostituzione di specie da quelle autoctone a quelle alloctone. Per questo motivo affermare che la causa dell’impoverimento ittico sia da attribuire alla presenza del Cormorano è un’affermazione semplicistica e fuorviante che non prende in considerazione un insieme di concause difficili da identificare e tantomeno da risolvere.

È indubbio che i pesci siano soggetti ad un prelievo da parte degli uccelli ittiofagi ma è altrettanto vero che le cause di questa diminuzione vadano imputate anche ad altri fattori come ad esempio la sempre più invasiva presenza di specie ittiche alloctone che competono o addirittura sostituiscono le nostre tipiche specie, come ad esempio sta avvenendo per il Siluro (Silurus glanis): originario dell'Europa orientale, introdotto in Italia da circa mezzo secolo e oggi molto diffuso, recentemente è stato introdotto nel fiume Adda dove ha decimato il patrimonio ittico autoctono.

Altre concause di questo impoverimento sono da rintracciare nella cementificazione delle spiagge e conseguentemente la perdita di zone idonee alla riproduzione, senza dimenticare l’inquinamento civile ed industriale, la regimazione delle acque che spesso porta a abbassamenti improvvisi del livello durante il periodo riproduttivo con la conseguenza della non schiusa delle uova. Tra le varie cause si inserisce l’anomala presenza di uccelli allo stato semidomestico come ad esempio le “germanate”, anatre che stazionano nei nostri porticcioli e spiagge, che vengono alimentate erroneamente dall’uomo attraverso “gesti di bontà” che però condizionano il normale ciclo biologico ed etologico contribuendo ad incrementare squilibri ecologici in quanto si nutrono di uova depositate dai pesci. Non ultima, vi è l’azione diretta dell’uomo con il prelievo ittico sia da parte di pescatori professionisti che da dilettanti. Considerate le numerose concause appena descritte, risulta imprescindibile un’analisi seria sul decadimento della situazione ittica del Lario. Ritengo necessario sensibilizzare i miei lettori affinchè abbiano uno sguardo critico verso questi moderni sostenitori del “post hoc ergo propter hoc”.

Ma ora, vediamo più in dettaglio chi è il cormorano e la sua biologia.

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Cormorano adulto in abito nuziale, febbraio, provincia di Como.

Il “nostro” Cormorano (Phalacrocorax carbo sinensis), appartiene alla famiglia dei Phalacrocoracidae, composta da 36 specie distribuite in tutto il mondo ed in tutti i continenti, inclusa una specie antartica. Tutti i cormorani sono ittiofagi e sono legati all’ambiente marino o a corpi d’acqua interni (fiumi e laghi). Il suo nome scientifico Phalacrocorax deriva dal greco, tradotto “corvo calvo” mentre “carbo” deriva dal latino che significa carbone per via del suo colore nero (se osservato ad una certa distanza), in realtà la sua colorazione da vicino rivela una lucentezza bronzata bordata di nero delle singole piume, che produce un effetto simile a scaglie. In abito riproduttivo gli adulti hanno parte del capo bianco e un dettaglio bianco puro sui fianchi.

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Cormorano adulto in abito nuziale, febbraio, provincia di Lecco.


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Cormorano adulto in abito nuziale, gennaio, provincia di Como.


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Il cormorano ha i piedi larghi e palmati, un collo piuttosto lungo e un becco robusto con un uncino appuntito all'estremità.


Gli uccelli immaturi sono di colorazione bruno-nerastra e hanno una parte del ventre biancastra specialmente nel primo anno di vita.

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Cormorano giovane, settembre, provincia di Lecco.

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Cormorano giovane, febbraio, provincia di Como.

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Cormorano giovane su una falesia imbiancata dal guano, giugno, provincia di Como.




Con il passare del tempo il piumaggio diventa man mano più scuro, normalmente, un cormorano raggiunge l'aspetto adulto finale nel 3° o 4° anno di vita. Maschi e femmine sono identici, salvo una leggera dimensione maggiore del maschio.

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Cormorano sub adulto, aprile, provincia di Como.

Il Cormorano (Phalacrocorax carbo) con la lunghezza media dalla punta del becco all'estremità della coda è 80-95 cm e il peso medio è di circa 2,5 kg, ma con una variabilità molto ampia che va da 1,5 kg a 3,5 kg o più, è tra i cormorani quello dalle dimensioni maggiori. La sua eccezionale flessibilità e adattabilità ha portato questa specie ad occupare zone termiche estremamente diverse che vanno dalla Groenlandia artica, Asia, Africa tropicale, costa orientale del Nord America, all'intera Europa. Gli unici continenti in cui Phalacrocorax carbo è assente sono il Sud America e l'Antartide.

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La diffusione globale di Cormorano (Phalacrocorax carbo);
in verde dove è stabilmente presente tutto l’anno; in giallo dove è presente in estate; in azzurro dove sverna.
Fonte wikipedia.org

In Europa sono state riconosciute due sottospecie del Cormorano Phalacrocorax carbo ; la Phalacrocorax carbo carbo che occupa la costa atlantica, denominata "razza atlantica", e la sottospecie P. carbo sinensis, denominata "razza continentale", che vive in Europa occidentale, nel continente asiatico, fino alla Cina e all'India. Le differenze tra le due sottospecie sono minime: la principale è la dimensione che vede il P. carbo carbo con un peso medio maggiore del P. carbo sinensis. Recenti studi genetici eseguiti sul cormorano europeo suggeriscono una terza sottospecie P. carbo norvegicus.

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Cormorano immaturo Phalacrocorax carbo carbo “razza atlantica”, giugno, Scozia.




Sul Lario e bacini limitrofi è presente il Cormorano Phalacrocorax carbo sinensis, mentre in Italia ed Europa sono presenti altre due specie; il Marangone dal ciuffo Phalacrocorax aristotelis e il Marangone minore Microcarbo pygmeus. 10-Marangone-dal-ciuffo_004





Marangone dal ciuffo
Phalacrocorax aristotelis, giugno, Scozia.



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Marangone minore Microcarbo pygmeus, maggio, provincia di Ferrara.



I cormorani sono generalmente gregari, nidificano in colonie, si raggruppano in dormitori composti da centinaia di individui, spesso cacciano insieme in gruppi. Catturano il pesce immergendosi dalla superficie dell’acqua, inseguendo la loro preda sott'acqua e afferrandola con il becco uncinato.

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Cormorani presso il dormitorio,
gennaio, provincia di Lecco.





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Cormorani in arrivo al dormitorio, gennaio, provincia di Lecco.

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Cormorano in immersione alla ricerca di prede. Questa specie può raggiungere profondità di decine di metri (un individuo è stato rinvenuto impigliato nelle reti alla profondità di 75 metri) anche se normalmente le sue immersioni raggiungono la profondità di 10 metri.

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Spesso i cormorani stanno con le ali distese, questo permette loro,
dopo l'immersione per procurarsi il cibo, di asciugare il loro piumaggio.
 

I cormorani nidificano in colonie, che in alcune casi possono essere estremamente grandi. I nidi nella “razza atlantica” sono normalmente situati su scogliere o isolette rocciose, mentre nella “razza continentale” sono posti generalmente sugli alberi. Generalmente il cormorano si riproduce al terzo o quarto anno di vita, in media, un cormorano femmina depone dalle tre alle cinque uova, che verranno incubate per circa trenta giorni. I pulcini rimangono nel nido per quasi due mesi. I giovani sono nutriti con pesci rigurgitati dagli uccelli adulti (quindi questo cibo è solitamente parzialmente digerito) e i pulcini lo recuperano dalle gole dei loro genitori. In questa prima fase di vita il successo riproduttivo è elevato, circa il 90% dei giovani si involano ma si stima che il 40% di loro muoia per vari motivi, primo fra tutti per fame durante il primo anno di vita. Il cormorano non ha predatori diretti salvo in nord Europa da parte dell’Aquila di mare. Può però perdere la vita in seguito ad affogamenti causati dall’impigliarsi nelle reti da pesca. Il fattore primario di morte dei cormorani degli ultimi anni è l’uccisione da parte dell’uomo. Si stima che in Europa gli abbattimenti superino i 100.000 individui all'anno. L'età massima registrata di un Cormorano è stata di 24 anni, ma a causa dell'alta mortalità tra i giovani uccelli, la vita media è molto bassa.

Sul Lario la prima nidificazione di Cormorano risale al 2013 con un solo nido, in seguito il Cormorano si è poi riprodotto nel 2017.15-Cormorano_011





Cormorani al nido,
aprile 2017,
provincia di Lecco.






I cormorani migrano a volte anche su lunghe distanze, ma a differenza di molti altri uccelli migratori, non tutti migrano contemporaneamente o verso le stesse aree. Molti uccelli provenienti dai paesi settentrionali e dall'Europa centrale migrano verso sud in inverno. Tuttavia, le distanze variano ampiamente tra gli individui della stessa colonia.

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Stormo di Cormorani in migrazione, aprile, Provincia di Sondrio.

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Cormorano in migrazione attraverso un valico alpino.



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Stormo di cormorani in sosta migratoria17-Cormorano_005, marzo, Alto Lario (CO-LC).


Il Cormorano in volo raggiunge una velocità media di circa 60 chilometri all'ora. Non si hanno dati certi sulla lunghezza dei singoli voli senza interruzione, ma è ragionevolmente stimato che la popolazione del Danubio austriaco che sverna nell'Adriatico italiano, percorra una distanza di circa 600 km in circa dodici ore di volo continuo.



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Il Cormorano spicca il volo dalla superficie dell’acqua con fatica, aiutandosi con le zampe battendole sul pelo dell'acqua.

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Sul Lario e nei bacini limitrofi questo uccello fece la sua apparizione verso la fine degli anni settanta del secolo passato, ma storicamente il Cormorano nel diciannovesimo secolo, ha rischiato l’estinzione in Europa a causa della forte persecuzione umana e il repentino modificarsi degli habitat, per questo motivo venne deciso di renderlo specie protetta, ma nonostante questo la popolazione rimase con numeri bassi per diverso tempo.

Verso la metà del XX secolo vi fu un ulteriore declino nel numero dei cormorani “sinensis - razza continentale", in questo caso la causa fu il para-diclorodifeniltricloroetano generalmente conosciuto col l’acronimo DDT, questo insetticida fu riconosciuto molto nocivo per la riproduzione degli uccelli, in quanto assottigliava lo spessore del guscio delle uova e fu la causa di una devastante riduzione di molte specie di volatili, compreso il Cormorano.

Passato questo periodo di crisi la popolazione europea del Cormorano “sinensis - razza continentale" grazie ad una maggior tutela, alla proibizione di pesticidi più pericolosi per gli uccelli ed altre cause non ancora completamente comprese, ha visto un’esplosione demografica tanto da colonizzare sempre più nuovi territori.

Discorso diverso riguarda la sottospecie del Cormorano “carbo - razza atlantica", che come detto è distribuito prevalentemente sulle coste atlantiche, dove vi nidifica e caccia in mare. Nel suo passato non ha mai subito persecuzioni sistematiche e non è mai stato in pericolo di estinzione, la sua popolazione è sempre stata stabile nel corso degli anni senza subire evidenti cali o aumenti numerici.

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Cormorani, dicembre, provincia di Como.

I cormorani si nutrono quasi esclusivamente di pesce, sono predatori "generalisti" non hanno una particolare preferenza sulle specie da catturare. Questo loro regime alimentare non minaccia la sopravvivenza delle specie ittiche anche quando i cormorani riducono sostanzialmente le popolazioni locali, i pesci sopravvissuti sono in grado di riprodursi e ripopolarsi. Tuttavia, questo è diverso nei corpi idrici chiusi più piccoli, qui, i cormorani possono ridurre il numero di pesci adulti al di sotto dei numeri necessari per mantenere una popolazione vitale e autosufficiente.

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Volo di cormorani alle calde luci del tramonto. Dicembre, provincia di Lecco.

La presenza del Cormorano confligge sugli interessi umani nelle attività di pesca, il livello di impatto varia molto tra i vari siti, (vi sono aree dove la massiccia presenza di cormorani incide pesantemente sulle attività di pesca, ma vi sono altre zone dove la sua azione è del tutto trascurabile o addirittura inesistente).

Per le attività di ittiocoltura si è risolto facilmente il problema posizionando reti protettive sopra le vasche, mentre per la pesca tradizionale lo scontro è elevato, per questo motivo a livello europeo il fenomeno è molto studiato sotto tutti i punti di vista. Nei paesi nordici, si stanno attuando metodi non cruenti di contenimento della specie nelle colonie riproduttive, agendo sulle uova impedendo il loro sviluppo. Nel nostro territorio invece si sostiene tuttora che la soluzione al problema sia l’abbattimento cruento.

In conclusione, la questione Cormorano appare molto complessa e non è certo con l’abbattimento di qualche decina di esemplare che si risolve il problema, personalmente riscontro anche un lato positivo di questa vicenda, magari il nostro Cormorano potrebbe aiutarci nel contrastare le varie specie alloctone (es. carassio, abramide...) che senza criterio sono state immesse per scopi di divertimento ittico dilettantistico nei nostri bacini.


Bibliografia

WWW.birdlife.org

http://cormorants.freehostia.com/index.htm#Pan-European status of the breeding population of Great Cormorants published

www.ec.europa.eu/environment/nature/cormorants

domenica 15 giugno 2014

Delta del Po, il bosco igrofilo

Il territorio ravennate del Parco del Delta del Po confinante le Valli di Comacchio ma separato dal fiume Reno, vanta un’area di grande prestigio conosciuta con il nome “Oasi di Punte Alberete”, unica nel suo genere, costituita da un bosco igrofilo, più o meno inondato di grande suggestione paesaggistica e composto da piante quali: Salice, Frassino, Pioppo, Olmo, Farnia, Frangola ed Ontano. Il bosco è alternato da praterie sommerse ed ampi specchi d’acqua, uno straordinario rifugio per piante ed animali altrove scomparsi o in via di estinzione, uno scrigno di biodiversità.4_Punte Alberete_Delta Po (11)

Bosco igrofilo di Punte Alberete, Delta del Po (RA)

1_Punte Alberete_Delta Po (15)

2_Punte Alberete_Delta Po (7)

3_Punte Alberete_Delta Po (4)

La struttura geologica di questa zona umida ha avuto origine dal continuo e copioso apporto di detriti depositati dalle acque del Po e dei suoi affluenti nel corso di migliaia di anni con il conseguente e progressivo spostamento verso Est della linea di costa del mare Adriatico. Questa area umida d’acqua dolce, rappresenta tutto ciò che è rimasto delle antiche valli bonificate sia naturalmente che per mano dell’uomo.

5_Punte Alberete_Delta Po (12)

 6_Giglio d’acqua_Punte Alberete_Delta Po (7)

Tra la flora acquatica spicca la fioritura dellIris pseudacorus, conosciuto con il nome di Giaggiolo acquatico o Giglio d’acqua. Questa pianta di origini Euroasiatica in Italia è molto comune in luoghi umidi come gli acquitrini, le zone paludose e lungo i margini di fossati. Questa specie vegetale è nella lista delle piante velenose. Sono pericolosi i tuberi ed il fusto se ingeriti e possono provocare dermatite allergica in caso di contatto cutaneo.

 

7_Giglio d’acqua_Punte Alberete_Delta Po (6)

 

 8_Giglio d’acqua_Punte Alberete_Delta Po (8)

 

 

 

 

 

 

 

Iris pseudacorus Giglio d’acqua

 

 

Tra le specie ornitiche di rilievo che frequentano questo ambiente troviamo la Spatola Platalea leucorodia e il raro Mignattaio Plegadis falcinellus (simbolo dell’Oasi).

10_Mignattaio_Delta Po ed(5) Mignattaio Plegadis falcinellus

 

Negli specchi d’acqua aperti è facilmente osservabile il Marangone minore Phalacrocorax pygmeus, come per altre specie elencate nei precedenti post, quest’uccello non è mai stato osservato in area Lariana.

11_Marangone minore_Delta Po (10) Marangone minore Phalacrocorax pygmeus

 

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Il Marangone minore Phalacrocorax pygmeus appartiene all’ordine dei Pelicaniformi e alla famiglia dei  Falacrocoracidi è il più piccolo tra i Cormorani poichè la sua misura non supera i 50 cm in lunghezza. Questa specie è prevalentemente ittiofaga e frequenta le zone umide interne di pianura, quelle d’acqua dolce o salmastra, caratterizzate da una densa vegetazione palustre e ricca di pesci.

 

 

 

La popolazione principale di questa specie occupa l’areale che va dai Balcani all’Europa orientale.

13_PygmyCormorant Distribuzione del Marangone minore (fonte www.birdguides.com)

Il Marangone minore è presente in Italia dal 1981, quando fu accertata la nidificazione di una coppia presso l’Oasi di Punte Alberete (Ravenna). Nella stessa località, dopo oltre un decennio di assenza è tornato a nidificare nel 1994. Da allora il numero di coppie nidificanti è cresciuto, portando alla colonizzazione di nuovi siti riproduttivi ed al definitivo insediamento di una popolazione residente.

14_Marangone minore(36)

Il Marangone minore ha uno status di conservazione sfavorevole dovuto alla bonifica ed al degrado delle zone umide originariamente occupate, per questo motivo in Europa è strettamente protetto. La popolazione italiana, sebbene ancora numericamente limitata, può rivestire un ruolo rilevante per l’espansione verso nuove aree più occidentali e di conseguenza per la conservazione della specie. Nel nostro Paese, tuttavia, è specie ancora poco conosciuta e spesso viene confusa con il più comune Cormorano, quest’ultimo è fonte di aspri e diffusi conflitti tra itticoltori e pescatori sportivi che lo abbattono illegalmente rischiando facilmente di colpire anche esemplari del Marangone minore.

15_Marangone minore (40)

 17_Nitticora_Delta Po (1)-2

 


Il bosco igrofilo di Punte Alberete ospita una nutrita tipologia di avifauna tipica di questo ambiente, come ad esempio gli anatidi e gli ardeidi.

Nitticora Nycticorax nycticorax

 

16_Garzetta_Delta Po (12) Garzetta Egretta garzetta

 

L’Oasi di Punte Alberete ha il pregio di ospitare la Tartaruga palustre europea Emys orbicularis, rettile divenuto ad oggi oramai introvabile.

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Tartaruga palustre europea Emys orbicularis, Punte Alberete (RA)

In Italia fino ad alcune decine di anni fa l’Emys orbicularis era diffusa lungo tutti i corsi d’acqua, nelle paludi e nei laghi costieri. Oggi è diventata uno dei rettili italiani più a rischio di estinzione e per questo motivo sono oggetto di numerosi studi da parte di naturalisti ed enti protezionistici.

21_emys_orbicularis

 

La testuggine palustre europea è diffusa in tutta l'Europa continentale esclusi i p aesi scandinavi, nella ex Unione sovietica, nei paesi costieri del nord ovest dell'Africa, nella penisola turca e nei paesi asiatici che costeggiano il mar Caspio.

 

 

In Europa esistono due specie di Testuggini palustri: Emys orbicularis e la Mauremys caspica, quest’ultima presente solo nella penisola iberica e in quella balcanica.

22_Emys orbicularis_Delta Po (6) Tartaruga palustre europea Emys orbicularis, Punte Alberete (RA)

La Emys orbicularis è l'unica specie di testuggine acquatica presente naturalmente nelle acque italiane (ad esclusione della Valle d'Asta e delle altre zone montagnose alpine ed appenniniche). In Lombardia ad oggi è presente lungo il basso corso del Fiume Ticino e dell’Adda, mentre è quasi scomparsa nel tratto lombardo del Po.23_Tartaruga palustre europea Emys orbicularis

Le abitudini di vita dell’Emys orbicularis sono quelle tipiche di una testuggine palustre, cioè strettamente legate all’ambiente acquatico. E’ tuttavia possibile che si allontani anche per parecchi chilometri dal bacino nel quale vive abitualmente anche durante la stagione secca. Solitamente la si osserva lungo le rive o sui tronchi e sui rami emergenti dall’acqua ove sale per riscaldarsi al sole. Nelle ore notturne invece, è solita trattenersi in acqua, sia in superficie che sul fondo o spostandosi lungo le sponde dei fiumi, delle paludi e dei canali, in cerca di cibo.

Di regola è un rettile stanziale e gregario ad eccezione degli esemplari anziani. E’ attiva dalla primavera al tardo autunno, mentre trascorre i mesi invernali in uno stato di latenza, nascondendosi in buche lungo la riva dei fiumi. Sebbene sia soprattutto carnivora, è considerata specie onnivora con una dieta estremamente varia.

L’accoppiamento può avvenire da Marzo ad Ottobre, ma in Aprile-Maggio è più frequente e avviene esclusivamente in acqua. La deposizione delle uova avviene alla fine di giugno fino a tutto agosto, preferibilmente in un punto sabbioso coperto da bassa vegetazione lungo le rive. Spesso l’efficacia della fecondazione del maschio si prolunga nel tempo, di modo che una singola fecondazione può consentire alla femmina di deporre uova anche per due o tre anni di seguito senza bisogno di ulteriori contatti col maschio.

La tartaruga palustre europea è inclusa nella lista delle specie protette stabilita prima dalla convenzione di Berna del 1979 e poi dalla direttiva 92/43/CEE.

 

Ben diversa è la situazione delle alloctone tartarughe più comunemente esportate dagli U.S.A. che sono due sottospecie di Trachemys scripta: la Trachemys scripta elegans (la tartaruga dalle "orecchie rosse", la cui importazione è vietata in Europa dal 1997 a causa dell'impatto sulle specie locali) e la Trachemys scripta scripta (la tartaruga dalle "orecchie gialle" la cui importazione purtroppo in Europa e' ancora legale). Queste Trachemys hanno colonizzato a causa di abbandoni sconsiderati moltissime aree umide, comprese quelle della Provincia di Lecco, Como e Sondrio. Essendo queste tartarughe palustri d’importazione e quindi  particolarmente aggressive, negli anni hanno decimato numerosi esemplari appartenenti alla specie Tartaruga Palustre Europea Emy Orbicularis. Come ripotato più volte su questo blog, i rilasci di specie alloctone possono creare danni incalcolabili sulle specie autoctodne, secondo la “Trust for the Protection of Reptiles”, Fondazione per la Protezione dei Rettili, la stima delle esportazioni dagli U.S.A. è di circa 5 milioni di giovani tartarughe all'anno che vengono vendute sul mercato come animali di affezione.

25_Tartaruga palustre dalle orecchie rosse - Trachemys scripta elegans

Pian di Spagna (CO), Tartaruga palustre dalle orecchie rosse - Trachemys scripta elegans.

A causa degli abbandoni incontrollati in acque libere, questa specie e le relative sottospecie si è diffusa anche in molti stati dell'Europa tra cui Francia, Spagna, Germania e Italia. Nel dicembre 1997 si è cercato di porre rimedio vietandone l’importazione inserendola nella categoria protetta dal CITES*.

26_Trachemys scripta_Sartirana (4) Lago di Sartirana (LC), Tartaruga palustre dalle orecchie rosse - Trachemys scripta elegans.

Purtroppo resta ancora libero il commercio delle tartarughe acquatiche della sottospecie Trachemys scripta scripta denominate “orecchie gialle”. Oltre ad un necessario intervento del legislatore, è fondamentale sensibilizzare i cittadini.

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Dervio (LC), Tartaruga palustre dalle orecchie gialle - Trachemys scripta scripta.

Queste tartarughe d'acqua domestiche nel loro ambiente naturale sono solite nuotare in spazi liberi, in cattività invece vengono allevate in piccole pozze, in acquari o peggio in minuscole bacinelle. Raramente ricevono il cibo che potrebbero ottenere in natura, per non parlare della luce solare, elemento essenziale per la loro salute, che viene rimpiazzato parzialmente da lampade artificiali.
E’ stato stimato che non più del 20% delle tartarughe allevate per l'esportazione sopravvive al primo anno di vita, laddove in natura raggiungono spesso i 30 anni. Dopo la loro nascita, le piccole tartarughe vengono impacchettate in centinaia di individui posti in piccole scatole e spedite all'estero. Possono essere lasciate senza cibo e acqua per mesi. Durante il trasporto, molte di loro muoiono o si ammalano. Le tartarughe hanno un metabolismo lento, perciò le malattie che contraggono negli allevame28_Tartaruga d'acqua_Dervio (1)nti o durante la spedizione diventano visibili solo dopo settimane o mesi. Se le tartarughe sopravvivono allo stress del trasporto e del mantenimento inadeguato, la loro stazza diventa presto un problema per chi le possiede. Le tartarughe femmine, in particolare, possono diventare lunghe fino a 30 centimetri. Molte di loro, di conseguenza, vengono buttate via. Alcune, le più forti, sopravvivono nelle pozze in cui sono state così fortunate da essere buttate divenendo una minaccia per la fauna locale.
(fonte http://www.soccorsofauna.com/olocausto.html)

  Dervio (LC), Tartaruga palustre dalle orecchie gialle - Trachemys scripta scripta.

29_tartaruga palustre Trachemys scripta scripta_Dervio ed

Non ci stancheremo mai di ribadire che la natura si è evoluta in milioni di anni e gli improvvisi cambiamenti, quali l’immissione di specie animali o vegetali in ambienti non idonei, possono procurare dei danni incalcolabili all’ambiente.

La cattiveria e la stupidità umana non ha limiti, ho appreso tramite il web, dell’esistenza di un mercato cinese dove le tartarughe vive vengono inserite in piccole buste di plastica utilizzate come portachiavi. Di seguito due link con immagini molto forti riguardanti questo assurdo mercato. LINK e LINK ANSA

 

Il prossimo post sarà dedicato alle aree bonificate del Delta del Po.

*La Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione, o CITES, dall'inglese Convention on International Trade of Endangered Species, è una convenzione internazionale firmata da numerosi stati a Washington nel 1973. Ha lo scopo di regolamentare il commercio di fauna e flora in pericolo di estinzione. Riguarda il commercio di esemplari vivi o morti, o solo parti di organismi o prodotti da essi derivati, mirando a impedire lo sfruttamento commerciale delle specie in pericolo (prima causa di estinzione, seguita dalla distruzione dell'habitat).
La CITES è parte delle attività ONU per l'ambiente (UNEP). La sua attuazione è a carico dei singoli stati partecipanti. Attualmente 175 stati hanno aderito alla convenzione.

Bibliografia

Scott B., 2000. Birdwatching nel Delta del Po

Spagnesi M. & Serra L, 2004. Uccelli d’Italia – Quaderni di Conservazione della Natura Numero 22, Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi”

Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Lombardia, curatori F. Bernini, L. Bonini, V. Ferri, A. Gentilli, E. Razzetti & S. Scaffi, 2004, “Monografie Pianura” n. 5, Provincia di Cremona.

Rettili in Italia – wikipedia.org