mercoledì 23 novembre 2016

L’appuntamento con l’autunno: il sentiero del Tracciolino.

Prima dell’arrivo dell’inverno, la vegetazione regala splendidi colori e opportunità da non perdere. Non può quindi mancare anche quest’anno su questo blog, la consueta proposta di percorso per l’appuntamento con l’autunno. Quest’anno la meta scelta è il sentiero del Tracciolino, spettacolare tracciato situato a 912 metri di quota all’imbocco della Valchiavenna e recentemente riaperto dopo vari interventi di messa in sicurezza.

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“In autunno, quando al crepuscolo i raggi del sole arrivano trasversali, mi sembra d’impazzire. A dominare sono ancora i faggi, con le foglie inizialmente verdi, gialle e rosse. Capisci, tre colori molto caldi contemporaneamente sulla stessa pianta prima di lasciarsi dietro una tinta più omogenea sul colore del rame. Ma intanto c’è anche il giallo brillante delle betulle, o ancora il rosso di aceri e ciliegi che spuntano qua e là, il giallo oro dei larici che salgono fino alle creste sommitali e brillano stagliati su un tiepido cielo azzurro. E come se non bastasse, a un certo punto compaiono le nebbie autunnali che salgono bianchissime dalla valle e passano come una carezza su quei colori, celandoli per poi mostrarli in una luce nuova che li fa sembrare ancora più belli”. (da: Guardiano di dighe, Oreste Forno).

 

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Questo percorso si presta a varie modalità di percorrenza: per i più “atletici” è possibile fare un anello che parte da Novate Mezzola (SO) e arriva a Verceia (SO), con un dislivello di circa 800 metri e circa 8 ore di cammino. Mentre alla portata di tutti è possibile percorrere il Tracciolino orizzontalmente con una percorrenza di andata e ritorno sullo stesso percorso, raggiungendolo in auto lungo la strada (con permesso a pagamento) che sale da Verceia1.

 

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Visione approssimativa e mappa del percorso del Tracciolino.Tracciolino_005

LINK per scaricare PDF della mappa

Il sentiero del Tracciolino risale agli anni ‘30 come supporto alla costruzione del canale che porta le acque della val Codera alla diga di Moledana. Il percorso, una vera opera ingegneristica, è lungo circa 13 km e segue perfettamente in piano la curva di livello a 912 m, con una larghezza che varia da 4 metri e poco più di un metro ed è scavato nella roccia su ripide pareti e 22 strette gallerie scavate a mano nella roccia. Noi ne percorriamo una lunga parte fino a raggiungere San Giorgio, piccola frazione di Novate Mezzola (SO).

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Punto di partenza del Tracciolino.

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Il punto di partenza del Tracciolino è l’incrocio tra la mulattiera che da Verceia sale a Frasnedo. Da qui si diramano due direttrici: a destra verso la diga di Moledana in Valle dei Ratti e a sinistra verso San Giorgio e la Valle Codera. Noi ci dirigiamo in primis a destra verso la Valle dei Ratti che dista poco più di 800 metri.



Parte del percorso del Tracciolino è munito di binari a scartamento ridotto Decauville sulla quale viaggia tutt’oggi un locomotore usato dai guardiani e dagli addetti alla manutenzione dell’impianto.

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La ferrovia Decauville.

 

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Tratto di percorso verso la diga della valle dei Ratti.

 

 

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Una breve galleria ci porta direttamente sulla diga di Moledana.

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Nel momento in cui mi appare, dopo che il Tracciolino è entrato in una breve galleria, mi ritrovo a trattenere il fiato. A impressionarmi non è il vasto specchio d’acqua immobile che s’insinua verso monte, ma il grande muraglione ad arco rientrante che scende verticale fino in fondo, molto basso, seguito da un altro della stessa forma più piccolo, come fosse una minidiga, oltre il quale la valle, qui detta “Valle dell’inferno”, s’incunea angosciante tra forre levigate che subito la nascondono. […]

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  “Dovresti vedere quando la diga tracima immensa e rumorosa, allora si che resti senza fiato! I vapori salgono veloci portati da un boato rimbombante. E se c’è il sole, tra l’acqua che ribolle in basso, brilla l’arcobaleno”. (da: Guardiano di dighe, Oreste Forno).

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Diga di Moledana – Valle dei Ratti.






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Alla sinistra, oltre il bacino, vediamo l’edificio del guardiano.
Qui Oreste Forno, custode e narratore, scrisse il libro “Il guardiano delle dighe”.

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Questo invaso di circa 101.000 metri cubi è alimentato dal fiume Ratti che si immette direttamente nell’invaso, dal Codogno captato nelle vicinanze e dal Codera attraverso una galleria lunga circa 10 chilometri. Questa diga alimenta la centrale di Campo che dal 1936 (anno di entrata in servizio) produce una media di 121,81 GWh. (Disegno: ©EDISON-Gestione Idroelettrica

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Lasciata la diga di Moledana ritorniamo sui nostri passi verso la val Codera. Qui il percorso è baciato dal caldo sole autunnale e i colori sono abbaglianti.

 

 

 

Il percorso è spettacolare, arroccato sulla strapiombante roccia tra ponti e gallerie e offre un panorama veramente unico.

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Un tratto del percorso verso la Val Codera.

 

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Un curioso mezzo di trasporto usato un tempo per percorrere la linea ferrata.

 

 

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Una visione sul Lago di Mezzola, la Riserva del Pian di Spagna e in lontananza l’alto Lario.

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La bassa Valchiavenna.

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Tra ponti in ferro e buie gallerie.

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Il sentiero per la val Codera ora svolta a destra. Una breve variante ci porta a la Motta, straordinario terrazzo naturale sul paesaggio circostante.

 

 

 

 

 

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La Motta è il punto di partenza della ferrovia Decauville e punto di arrivo della funicolare dove, su binari, scorre un carrello di servizio trainato da funi utilizzato dagli addetti all’impianto per arrivare in quota Trecciolino. In questo punto, con una ripida discesa, inizia la condotta forzata che con un salto di 700 metri porta l’acqua fino alla centrale di Campo.

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Il Tracciolino non è solamente una meta amatissima dagli escursionisti a piedi ma è molto apprezzata anche da chi va in montagna in bicicletta. Per questo motivo da pochi mesi, 8 dei 12 chilometri dell’intero percorso sono stati messi in sicurezza con protezioni a valle e segnaletiche per ciclisti.

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La stagione è inoltrata ma su queste pareti esposte al sole si vedono volare ancora le farfalle.
Ecco una Vanessa dell’ortica (Aglais urticae).

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Riprendiamo il percorso e ci inoltriamo in una galleria lunga 300 metri. Sebbene ora sia illuminata (c’è un pulsante a tempo all’imbocco della galleria), è bene dotarsi di una luce propria nel caso ci si trovi improvvisamente al buio.

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L’imbocco della lunga galleria che
conduce al versante est della Val Codera.




Il percorso è composto da un continuo entrare ed uscire dalle gallerie seguendo l’olografia del territorio dove il tema geologico dominante è quello della roccia che rende questo tratto selvaggio e inquietante. Percorrere questo sentiero oggi è una piacevole e sicura passeggiata. Non fu però così per i partigiani saliti da Verceia la notte fra il 28 ed il 29 novembre 1944 che dovettero affrontare questo percorso in precarie condizioni di visibilità, superando tratti esposti, che costarono la vita ad alcuni di loro2.
Questo tragitto è assolutamente unico ed affascinante nel suo genere!

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San Giorgio vista dal “Tracciolino”.

Abbandoniamo il Tracciolino e decidiamo di scendere fino a San Giorgio, piccola e assai carina frazione di Novate Mezzola. Il Tracciolino invece prosegue verso Cola, una manciata di case ocTracciolino_059cupate solamente in estate e poi Codera, frazione di Novate Mezzola abitata invece tutto l’anno da una decina di persone pur non essendo servita da nessuna strada carrozzabile.

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Cola, un piccolo nucleo di case toccate dal Tracciolino.




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Codera vista attraverso il teleobiettivo.




Come detto, noi decidiamo di lasciare il tracciato e di scendere verso San Giorgio lungo una mulattiera tra betulle e castani. Un percorso tinteggiato dai colori autunnali.

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Un esempio di "civiltà della pietra".
In crotti come questi ricavati sotto un macigno
veniva riposto al fresco il latte e altri alimenti.





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Il castagneto

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San Giorgio (m. 748) è posizionato in una conca a monte di Novate Mezzola ed è composto da un piccolo gruppo di case, un tempo abitate da cavatori del locale granito. Diverse sono le leggende che legano questo luogo al famoso Santo, alcuni di questi racconti coinvolgono anche la presenza dei due massi avello3 situati nei pressi del cimitero.

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Il minuscolo e singolare cimitero, raccolto sotto un enorme masso in granito.


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La chiesetta e il suo campanile costruiti interamente con il locale granito.

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Un Codirosso spazzacamino sorveglia il paese.

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La tranquillità regna sovrana… un gruppo di paesani mentre giocano alle bocce.

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Al di là della valle le baite di Avadèe.

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Termina qui il nostro percorso descrittivo. In realtà noi ripercorriamo il sentiero fino al punto di partenza dove abbiamo lasciato l’auto e così abbiamo un’ulteriore opportunità per riassaporare questa passeggiata.



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Concludiamo il post con questo bel filmato riguardante la centrale elettrica di campo e del Tracciolino.



1 - Per raggiungere il punto di partenza del Tracciolino a Verceia, si imbocca la via Serto. Al “Garni al Sert” è acquistabile il permesso obbligatorio giornaliero al costo di 5 € . Si prosegue dritto e si imbocca la via XXV aprile su una stretta strada asfaltata per circa 8 km. L’ultimo tratto è sterrato e ci conduce fino ad uno spiazzo dove si può lasciare l’auto. Durante i fine settimana il piccolo parcheggio è affollato. Consiglio quindi di parcheggiare un centinaio di metri al di sotto della partenza del Tracciolino.

2 – I racconti parlano di due partigiani periti: uno caduto in un tratto del Tracciolino ed uno morto a causa di congelamento. Gli storici non hanno trovato riscontri. (fonte Anpi di Sondrio)

3 - I due massi avello visibili presso il cimitero di San Giorgio, in località detta Sagràa di Pagàn (Spiazzo dei Pagani) con significativa allusione ad una continuità d’uso nei secoli di una primitiva necropoli, sono sepolture scavate in grossi blocchi di ghiandone, di cui uno con due capezzali e a testimonianza di gente del luogo munito un tempo di un coperchio rotto in due parti, che documentano la presenza di popolazioni celtiche, dedite alla pastorizia ed all’agricoltura. I due massi avello, simili ad altri a Stampa in Val Bregaglia ed a Berbenno e già noti all’inizio del 1600, sono stati anche recentemente attribuiti al V secolo a.C., contrariamente al parere di alcuni studiosi che li hanno in passato ritenuti sepolture tardoantiche o longobarde. Solitamente colme di acqua piovana, la tradizione popolare le dice usate da San Giorgio e dal suo cavallo per dissetarsi dopo il famoso duello col drago. Sempre a San Giorgio, tre superfici rocciose affioranti dal terreno con lunghi e ramificati canaletti con coppelle e coppelline sono state paragonate a simili incisioni rupestri della Val Camonica attribuibili all’età del bronzo. La Val Codera rientra così in quell’insieme di territori che all’inizio della storia documentata appaiono serviti da quella profonda via di penetrazione nel cuore della catena alpina rappresentata dal Lario. (da: Storia della Val Codera. (da: Storia della Val Codera Link)


Bibliografia

Forno O., Guardiano di dighe, Bellavite, 2012 (LINK)

 

POLO 2 IMPIANTO IDROELETTRICO CAMPO NEI COMUNI DI VERCEIA (SO) E NOVATE MEZZOLA (SO) DICHIARAZIONE AMBIENTALE TRIENNIO 2012 - 2014 INFORMAZIONI AGGIORNATE AL PRIMO SEMESTRE 2012

POLO 2 IMPIANTO IDROELETTRICO CAMPO NEI COMUNI DI VERCEIA (SO) E NOVATE MEZZOLA (SO) DICHIARAZIONE AMBIENTALE TRIENNIO 2012 - 2014 “AGGIORNAMENTO” 2013

La storia e le storie (da Val Codera - Lyasis) (LINK)

55ma f.lli Rosselli, pagg. 23 e 24 (LINK)

lunedì 14 novembre 2016

La super luna del 2016

14 novembre 2016 alle 12:24 ore italiane la luna si trova alla minima distanza dalla terra (356.511 km) e poche ore dopo, precisamente alle 14:52 ore italiane, la luna raggiunge il culmine del plenilunio. Questa coincidenza tra plenilunio e perigeo (il massimo avvicinamento alla Terra) fa sì che la luna venga considerata, in gergo non scientifico, una Super Luna. La Luna piena al perigeo può risultare il 14% più grande e il 30% più brillante della luna piena in apogeo. Questo fenomeno della “super Luna” non è raro: avviene all’incirca tutti gli anni ma quello di oggi -14 novembre 2016 - rappresenta la più grande luna piena visibile da 68 anni. L'ultima così si è verificata nel 1948 e la prossima arriverà il 25 novembre 2034.

Visto che le previsioni per il plenilunio danno nuvoloso, anticipiamo l’osservazione del nostro satellite di due giorni.

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Alto Lario, 12 novembre 2016

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sabato 29 ottobre 2016

Varenna da scoprire: il sepolcreto gallico-italico

Con questo post proseguono gli articoli dedicati alla filosofia del “camminare piano”. Al Museo Archeologico Paolo Giovio di Como (Link) sono raccolti preziose testimonianze della presenza umana sin dai tempi antichi, importanti reperti archeologici (alcune sepolture) che provengono da Varenna, piccolissimo comune situato in quell’area lariana genericamente chiamata “centro lago”.

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Museo Archeologico Paolo Giovio a Como.

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La stazione di Varenna-Esino, meta obbligata di transito per la gran parte dei turisti in visita al “Centro lago”.
Proprio nei pressi di questo edificio, nel 1891, durante i lavori di realizzazione del tratto ferroviario Lecco-Bellano, furono scoperti importanti reperti risalenti al IV e V secolo a.C.

 

 

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La stazione di Varenna nel 1891 durante i lavori di realizzazione della linea ferroviaria Lecco – Bellano, nel corso dei quali furono rinvenute le tombe.

 

 

 

L’archeologo Alfonso Garovaglio (Link) così descrisse sulla Rivista Archeologica della Provincia di Como questa importante scoperta:

“ SEPOLCRETO GALLO-ITALICO DI VARENNA – Nell’aprile dello scorso anno 1891 eseguivansi dalla Società Italiana delle strade Ferrate meridionali i lavori di sterro negli scavi di trincea per la costruzione della via Ferrata Lecco-Colico, su uno dei ripiani che formano le prime basi, e dirò gradini, da cui s’innalza maestosa la Grigna di Varenna o monte Codeno. 5

Questo ripiano è ad un quarto d’ora da Varenna sulla sponda destra del fiume Esino all’altezza do m. 22 dal pelo del lago. Fra questi massi, cred’io, disposti come madre natura volle in un terreno murenico, i lavoratori con molta meraviglia, a poco più di un metro di profondità dal campo coltivato, trovarono un agglomerato di terriccio nerastro, untuoso, poi carboni, poi qualche oggetto di bronzo…

Tosto edotodi ciò l’intelligente e solerte Ingegnere Capo sopraintendente a quei lavori, sig.Giuseppe Galli, intuì l’importanza del fatto e lolla massima sollecitudine e diligenza fece estrarre tuttociò che si trovava in quel naturale improvvisato ripostiglio, prendendone nota accurata e senza remora, e a migliore tutela, lo raccolse nella sua abitazione.

Con lettera 27 Aprile poi si faceva premura, esempio piuttosto unico che raro, di darmene notizia facendo seguire all’annuncio dell’importante scoperta un dettagliato elenco degli oggetti rinvenuti, aggiungendovi relativi schizzi.

Nel maggio fui a Varenna e mi ebbi la consegna di tutto il tesoretto archeologico, che senza indugio portai al Museo Comense, ove potrà da ognuno essere ammirato e studiato; ma a chi non sarà facile ciò fare, darò per quanto mi è possibile, una esatta enumerazione descrittiva d’ogni oggetto, e meglio, accurati disegni in questa nostra Rivista Archeologica Provinciale, dai quali scaturirà chiara l’importanza del Sepocreto di Varenna e quanto la scienza debba all’ottimo Ing. Galli per averlo salvato.” …

L’articolo prosegue con la descrizione degli oggetti: Bronzo – Oggetti d’ornamento, Ferro – Armi di offesa e di difesa – Fittili – Frammenti di vasi).

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Disegno di Alfonso Garovaglio riguardante i reperti di Varenna - Rivista Archeologica della Provincia di Como, 1891.

All’epoca della scoperta archeologica si pensò ad una sola sepoltura ma già vent’anni più tardi, grazie ad una maggiore conoscenza in campo archeologico, si fece strada l’idea di trovarsi di fronte a più sepolture. In seguito, il perfezionamento degli studi archeologici, ha portato a confermare la presenza di almeno tre distinte inumazioni.

Nel 2007 il Museo Civico Archeologico di Como ha pubblicato il libretto “Le tombe di guerriero di Varenna” (LINK), nel quale vengono identificate almeno tre differenti sepolture a cremazione:

una tomba femminile di fine V primi decenni del IV secolo a.C.
una tomba maschile databile all’incirca alla metà del IV secolo a.C.
una tomba maschile della seconda metà del IV secolo a.C.
Tra i vari reperti, a suscitare maggiore interesse, sono le tombe maschili per via degli oggetti rinvenuti, quali ad esempio la spada con fodero decorato, cuspidi di lancia e un elmo in ferro. Marta Rappi, una delle autrici della pubblicazione, asserisce che ritrovare un elmo è molto raro e presuppone che possa appartenere ad una persona molto importante.

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Elmo in ferro a calotta datazione fine del V o primi decenni del IV secolo a.C.

 

 

 

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Spada della seconda metà del IV secolo a.C., con fodero decorato a motivi vegetali.
(fotografia © Musei Civici di Como)

Particolare del puntale traforato del fodero della spada.
(fotografia © Musei Civici di Como)

 

 

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Spada con fodero priva del puntale. Questa spada è ritenuta di poco più antica di quella precedente, la si attribuisce alla metà del IV secolo a.C. e ad un’altra sepoltura. La spada si presenta incurvata volontariamente per renderla inutilizzabile, come è stato osservato in altre sepolture. Un’altra ipotesi può far pensare ad un significato simbolico durante il rituale di sepoltura legato alla morte di un guerriero (la spada piegata rappresenterebbe la fine della vita).

 

 

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Punte di lancia in ferro.

 

I reperti attribuiti alla tomba femminile sono i più antichi e attribuibili ad un ceto sociale elevato.

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1 e 2. Fibule in bronzo, portate come elemento di chiusura dell’abito o del mantello.

3. Anello con incavi per inserzioni probabilmente in corallo (decorazioni andate perse).

4. Spirale con pendagli a secchiello.

5. Orecchino con perla biconica.

Più complesso appare il significato e la funzione del gomitolo in filo di bronzo avvolto a spirale (6). Si tratta di un oggetto di tradizione golasecchiana (LINK) con ritrovamenti simili nel solo bacino lariano e nelle sue valli circostanti. Solitamente questi gomitoli in filo di bronzo si rinvengono in corredi maschili.

 

A quali popolazioni appartenevano questi reperti?

Lo studio dei ritrovamenti fatto sui particolari tecnici e lo stile decorativo degli oggetti portano a ricollegare le due tombe maschili all’epoca celtica dell’età di La Tenè (LINK), si ipotizza che tali sepolture fossero di due individui di provenienza straniera, probabilmente due Celti (LINK) collegabili alle invasioni galliche del IV secolo a.C., quella femminile pare invece essere riconducibile alla tradizione golassecchiana (LINK).

Lasciando agli archeologi il compito di approfondire le conoscenze sul nostro passato, è emozionante pensare che il paesaggio che oggi ammiriamo al tramonto è lo stesso che più di duemila anni fa accompagnava questi nostri fratelli alla fine della giornata.

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Bibliografia

Garovaglio A., Sepolcreto gallo-italico di Varenna, Rivista Archeologica della Provincia di Como, 34, 1891, pp. 3-11, tav. 1.

Uboldi M., Rappi M. e De Marinis R.C., Le Tombe di Guerriero di Varenna, Musei Civici di Como, 2007. (LINK)

Brembilla G., Brembilla R., Varenna che sfugge, Associazione Culturale “L.Scanagatta” Varenna, 1996 (LINK)

mercoledì 28 settembre 2016

Il Piovanello pancianera, il limicolo che ha per casa il mondo

Settembre 2016. La migrazione post riproduttiva sul Lario ha regalato grandi emozioni agli appassionati di Birdwatching come l’osservazione della Sterna codalunga (LINK) o della Cicogna nera (LINK). Oltre a queste due presenze di riguardo ci sono state altre interessanti presenze ornitiche appartenenti al gruppo dei “limicoli”, uccelli frequentatori di ambienti umidi, melmosi e sabbiosi. La conformazione geologica del lago di Como è povera di questi luoghi e oltretutto i pochi siti con queste caratteristiche sono molto disturbati dalle varie attività ricreative umane. Vederli qui da noi è pertanto da considerarsi quasi un evento straordinario. Tra questi limicoli ho scelto di parlare qui del Piovanello pancianera, specie molto comune altrove ma alquanto poco presente nel territorio lariano.

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Piovanello pancianera (Calidris alpina), settembre, provincia di Como.

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L’alto Lario, precisamente la foce del fiume Mera, è una tra le aree lariane più visitate dai limicoli. La sua ampiezza dipende dal livello delle acque del Lago di Como che in certi periodi la fa scomparire quasi totalmente.

 

 

 

 

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Nonostante sia un ambiente idoneo alla sosta di questi uccelli, la loro permanenza si riduce a pochi giorni per non dire poche ore in quanto questo luogo è anche sottoposto ad un notevole disturbo umano che la rende pressoché inadatta alla tranquilla sosta e il foraggiamento di questi uccelli.

 

 

 

Ma prima di tutto chi sono i Limicoli?

Limicolo, al plurale limicoli, è un termine di uso comune per identificare alcune delle famiglie di uccelli appartenenti all’ordine dei Caradriformi che frequentano le acque basse melmose ricche di limo del mare e delle acque dolci (stagni, paludi, lagune ecc). I limicoli compiono spesso lunghi viaggi migratori tra le zone di nidificazione e quelle di svernamento. Durante questi spostamenti sostano per alimentarsi in ambienti umidi che pullulano di vita animale (insetti, lumache e vermi).

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Piovannelli pancianera alla ricerca di alimenti.

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Spesso i limicoli durante la migrazione o lo svernamento si riuniscono in gruppi anche di specie diverse. In questo caso un Piovanello pancianera (in primo piano a sinistra) è in compagnia di un Piovanello tridattilo (Calidris alba).

 

 

 

Il Piovanello pancianera (Calidris alpina) appartiene all’ordine dei Caradriformi e alla famiglia degli Scolopacidi. Il nome comune Piovanello pancianera è dovuto al piumaggio primaverile dell’addome su cui è presente una larga macchia nera. Il nome scientifico Calidris alpina è così descritto dall’ornitologo Moltoni: “Calidris, deriva dal nome greco, kàlidris, dato da Arispotele ad un uccello appartenente a una delle specie viventi sulle spiagge marine o lungo le rive di corsi d’acqua dolce. Mentre il nome della specie “alpina”, è dovuto al fatto che qualche volta lo si trova nelle zone elevate di montagna”.

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Piovanello pancianera (Calidris alpina) adulto in abito di transizione post riproduttivo. Settembre, provincia di Lecco.

Il Piovanello pancianera frequenta la regione biogeografia denominata “Olartico” che in pratica comprende la maggior parte dell'emisfero boreale, con esclusione delle regioni tropicali. Questa sua diffusione mondiale ha portato il Piovanello pancianera a differenziarsi per dimensioni e colorazioni tra le varie popolazioni. Per questo motivo sono state descritte diverse sottospecie così classificate:

Calidris alpina arcticola – Nord-Ovest dell’Alaska e Nord-Ovest del Canada; inverno in Cina, Corea e Giappone.
Calidris alpina pacifica - Sud-Ovest dell’Alaska; inverno nel Ovest degli Stati Uniti e nel Ovest del Messico.
Calidris alpina hudsonia – In centro Canada; inverno Sud-Est degli Stati Uniti e del Messico.
Calidris alpina arctica - Nord-Est della Groenlandia; inverno in Nord-Ovest dell'Africa.
Calidris alpina schinzii - Groenlandia, Islanda e Scandinavia; inverno nel Nord-Ovest dell’Africa.
Calidris alpina alpina - Scandinavia e nell'ex-Unione Sovietica;
                                         inverno nelle aree occidentali dell'India, alle coste dell'Arabia, dell’Africa nordorientale e del
                                          Mediterraneo.
Calidris alpina sakhalina - Russia; inverno Cina, Giappone e Taiwan.
Calidris alpina centralis – Siberia tra la Penisola del Tajmir ed il fiume Kolyma. Sverna tra il mediterraneo orientale,
                                               l’Africa nord-orientale e l’India. Forma intermedia tra c.a. alpina e la c.a. sakhalina, intermedia
                                               per colorazione e dimensione, ma non unanimemente riconosciuta.

Calidris alpina actites - Nord Sakhalin; svernamento sconosciuto.
Calidris alpina kistchinskii - Mare di Okhotsk a Isole Curili; svernamento sconosciuto.

7Distribuzione migratoria del Piovanello pancianera
autore Christof Bobzin – Dominio pubblico Wikimedia.org

Il Piovanello pancianera europeo nidifica in aree settentrionali fino alle latitudini artiche con una distribuzione circumpolare con tre sottospecie: la Calidris alpina artica che nidifica nel settore nord-orientale della Groenlandia e sverna nell'Africa nord-occidentale, la Calidris alpina schinzii nidificante in Groenlandia sud-orientale, in Islanda ed in Norvegia, per la maggior parte svernante nell'Africa nord-occidentale, specialmente Marocco e Mauritania e la sottospecie Calidris alpina alpina che si riproduce in Scandinavia e nell'ex-Unione Sovietica, che migra e svera fino alla porzione occidentale dell'India, alle coste dell'Arabia, dell’Africa nordorientale e del Mediterraneo. In Italia è specie migratrice regolare e svernante in circa 50 siti costieri con tre sottospecie: Calidris alpina alpina, Calidris alpina schinzii e Calidris alpina centralis. Oltre l’80% di queste popolazioni sono concentrate nelle aree umide dell’Alto Adriatico dove si possono osservare stormi composti da centinaia se non migliaia di individui. In territorio Lariano è migratore regolare di doppio passo con poche osservazioni e sempre riguardante individui solitari o gruppi composti da pochi individui.

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Distribuzione europea del Piovanello pancianera
fonte:www.birdguides.com

Limicolo di medie dimensioni, il Piovanello pancianera misura 160-200 mm di lunghezza con una apertura alare di 380-430 mm. Il peso è di circa 46-56 gr. In quanto a longevità, è stato registrato un individuo di 19 anni e 9 mesi.

9_Piovanello-pancianera_013Gruppo di piovanelli pancianera, settembre, provincia di Lecco.

Questo limicolo non ha un evidente dimorfismo sessuale. Generalmente il maschio presenta una colorazione più brillante della femmina, carattere poco apprezzabile in natura, mentre varia il piumaggio stagionale tra gli esemplari adulti a quelli giovani.

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Piovanello pancianera: a sinistra il giovane e a destra l’adulto.

L’habitat preferito di quest’uccello per la stagione riproduttiva è principalmente costituito da ambienti paludosi intervallati da acque di superficie, praterie costiere umide, saline e brughiere montane. Nella regione artica frequenta la tundra. Per il restante periodo questa specie frequenta una grande varietà di zone umide d'acqua dolce e salmastra, sia costiere che aree interne comprese le lagune, spiagge di acqua dolce fangose, aree di marea, campi allagati, impianti di depurazione, saline, coste sabbiose e gli estuari.

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Il piovanello pancianera maschio è il primo ad arrivare nelle zone di riproduzione dove è solito preparare una bozza di nido realizzandolo con raschiature sul terreno che poi riveste con erba e foglie. Con l’arrivo delle femmine il maschio cerca di attirare la futura compagna effettuando voli di visualizzazione che consistono in brevi planate con le ali arcuate rigide. Formata la coppia, è la femmina a scegliere una di queste raschiature terminando la costruzione del nido dove normalmente depone 4 uova. L’incubazione è a cura di entrambi i genitori e dura dai 20 ai 22 giorni. I giovani lasciano il nido poco dopo la schiusa ma sono dipendenti dagli adulti per circa 20 giorni. Durante il periodo non riproduttivo, il piovanello pancianera è altamente gregario e viaggia in gruppi numerosi sia durante la migrazione che durante lo svernamento.

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Piovanello pancianera  - da: THE BIRDS OF GREAT BRITAIN, John Gould - 1870

Questa specie è attiva sia durante il giorno che la notte. Si nutre sondando e conficcando il suo lungo becco nel substrato alla ricerca di cibo.

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Piovanelli pancianera in frenetica attività trofica.

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I limicoli sono attivi sia di giorno che di notte e spesso capita di osservarli in brevi pause di riposo.

Di seguito un breve video che rende bene l’idea della frenesia che caratterizza questi uccelli mentre si alimentano. 

Piovanello pancianera from Roberto Brembilla on Vimeo.

Cosa mangia il Piovanello pancianera?

Questa specie è praticamente onnivora. Durante la stagione riproduttiva si ciba di insetti (adulti e larve) come mosche, scarafaggi, tricotteri, vespe ed effimere. Non snobba i ragni, gli acari, i piccoli gasteropodi o gli elementi vegetali (di solito semi).

Durante la stagione non riproduttiva la dieta è basata principalmente di Anellidi quali i Policheti (LINK) e gli Oligocheti (LINK).

Come già detto il Piovanello pancianera si alimenta regolarmente sia di giorno che di notte. Uno studio eseguito su questa specie durante la migrazione autunnale nel mare 18danese di Wadden ha mostrato come questi uccelli tendano a differenziare l’habitat durante il giorno e la notte. In questa ricerca si è scoperto che il foraggiamento notturno è prevalentemente a base di Corophium volutator, invertebrato che pare sia molto importante per il ripristino dei depositi di grasso in uccelli migratori a lungo raggio.

Corophium volutator
fonte: <a href="http://www.discoverlife.org">
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Lo stato di conservazione di questa specie è notevolmente minacciato nei luoghi riproduttivi per via della perdita del suo habitat e per via della predazione ai nidi da parte di mammiferi introdotti su alcune isole. La minaccia maggiore proviene dai luoghi di migrazione e svernamento: le bonifiche degli estuari, l'invasione di specie vegetali aliene, come l'erba Spartina anglica, che si è diffusa sulle piane fangose britanniche con la conseguente riduzione delle aree di alimentazione, la distruzione di importanti habitat di sosta migratori sulla costa del Mar Baltico adiacente alla regione di Kaliningrad della Russia, l'inquinamento petrolifero, il drenaggio delle zone umide per l'irrigazione e l’estrazione della torba con la relativa distruzione di habitat. E per non farsi mancare nulla questa specie è anche soggetta all’influenza aviaria (ceppo H5N1 in particolare) ed è quindi minacciata dai focolai di questo virus.

Purtroppo anche la situazione italiana è sfavorevole per questo uccello. Si è infatti registrato un notevole declino demografico nei siti di svernamento a partire dal 1970. La perdita di ambiente, dovuta al crescente disturbo causato dalle attività di allevamento e raccolta dei molluschi nelle aree di alimentazione, è una delle principali minacce nelle lagune dell’alto Adriatico e sul Delta del Po. Da aggiungersi anche l’attività venatoria e gli abbattimenti illegali alquanto frequenti.

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Come ribadito più volte su questo blog, se non si mette in atto una strategia di conservazione prevedendo una gestione ecologica nella protezione dei siti chiave utilizzati nella migrazione o nello svernamento, tra qualche anno ci ritroveremo con un pietoso impoverimento di fauna che nessuno sarà più in grado di recuperare! L’arroganza e l’ignoranza dell’essere umano stanno portando alla distruzione della biodiversità!

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Bibliografia

L'etimologia ed il significato dei nomi volgari e scientifici degli uccelli italiani – Edgardo Moltoni – Milano 1946.

Brichetti P. & Fracasso G., 2004. Ornitologia Italiana. Vol. 2 - Alberto Perdisia editore, Bologna.

Brichetti P.,Cagnolaro L., Spina F, Uccelli d’Italia, Giunti – 1986

Spagnesi M. & Serra L, 2003. Uccelli d’Italia – Quaderni di Conservazione della Natura Numero 16, Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi”

Harrison C., Nidi, Uova e Nidiacei degli uccelli d’Euopa – Muzio Ediore, 1988

Melville, D.S., Shortridge, K.F.; Letters in Applied Microbiology - Spread of H5N1 avian influenza virus: an ecological conundrum, 2006

Del Hoyo, J ., Elliott, A., Sargatal, J., Manuale degli uccelli del mondo, vol. 3: Hoatzin a Auks. Lynx Edicions, Barcellona, Spagna. 1996

CHECK LIST IN LINGUA ITALIANA DEGLI UCCELLI DEL MONDO - rif: Clements Check List

 

Siti web consultati

BirdLife International (2016) Specie: Calidris alpina. Scaricato dal http://www.birdlife.org (2016). Lista Rossa IUCN per gli uccelli. Scaricato dal http://www.birdlife.org (2016).

http://avibase.bsc-eoc.org/avibase.jsp